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Enrico il Leone
di Alberto Biscotto
Statua di Enrico il Leone

Le premesse storiche

Quando nel 1129 nacque Enrico, che sarà detto “Il Leone” erano passati solo settant’anni dalla morte del capostipite della famiglia Welf, che si era trasferito dalla natia pianura padana in terra tedesca. Vi si era trasferito per prendere possesso delle terre di un suo zio senza eredi diretti e aveva saputo, nel volgere di pochi anni, azzeccando una serie di scelte politiche, divenire Duca di Baviera. Suo figlio Enrico detto “il Nero”, succedutogli nella dignità ducale aveva aumentato fortuna e potere della casata attraverso un’oculata politica matrimoniale. Sposando una delle due figlie del duca di Sassonia (Magnus Billung) aveva esteso i suoi domini fino a quella regione e quando, nel 1127, diede in sposa a suo figlio (Enrico detto “il Superbo”) l’unica figlia dell’imperatore Lotario, pose in essere la di lui candidatura alla successione al trono imperiale.

Enrico (il futuro “Leone”) nacque da quella unione, figlio del duca di Baviera e della figlia dell’imperatore. Dopo pochi anni Lotario, che doveva molto della sua elezione alla forza dei Welf e che aveva fatto di quell’alleanza lo strumento della sua ascesa, in seguito all’aiuto ricevuto dal Superbo nelle guerre che aveva sostenuto nella penisola italica, nel 1137 lo nominò duca di Sassonia e marchese della Tuscia.

Tutto sembrava splendere attorno ai Welf, ma nella storia l’imprevisto è sempre in agguato.

Nel dicembre dello stesso anno morì l’imperatore e nei primi mesi del successivo l’imperatrice indisse una dieta per l’elezione del successore, sponsorizzando attivamente l’elezione del genero.

Ma un re e imperatore troppo potente intimoriva la nobiltà tedesca che temeva di perdere a suo favore una parte del potere che nel tempo aveva acquisito e ancor più spaventava gli elettori ecclesiastici che temevano di veder rimesso in discussione il concordato di Worms firmato appena quindici anni prima da Enrico V e che aveva posto formalmente fine alla lotta per le investiture che aveva reso assai turbolenti i precedenti cinquant’anni.

Così fu votato il solo antagonista che si fosse opposto all’elezione di Lotario nel 1125, Corrado Hohenstaufen, fratello di quel Federico duca di Svevia che avendo sposato la figlia di Enrico V era stato il candidato più accreditato alla successione, finendo per essere superato per analoghe ragioni proprio da Lotario.

Corrado ebbe il suo bel da fare per domare le ribellioni che alcuni dei suoi avversari, che non lo ritenevano sufficientemente forte, misero in atto, ma specialmente fu posto di fronte a una scelta assai difficile da Enrico il Superbo che si disse disposto ad accettarlo come re a patto che gli venissero confermati i titoli già posseduti. Si trattava insomma di accettare un regno dimezzato per garantirsi corona e pace.

Corrado scelse l’azzardo, si alleò con tutti coloro che potevano pensare di trarre beneficio da una sua vittoria ai danni dei Guelfi e combattè contro Enrico riportando la vittoria.

Tra i suoi alleati in c’erano in particolare Leopoldo Babenberg, margravio d’Austria, che fu ricompensato con il ducato di Baviera e Alberto l’Orso, margravio della Marca del Nord che ebbe il ducato di Baviera. I Babenberg erano una famiglia assai potente che aspirava al titolo ducale e Alberto l’Orso era figlio di Eilika Billung e di Ottone di Ballenstedt (detto il Ricco); sua madre era l’altra figlia di Magnus Billung, per cui egli si riteneva un candidato al trono di Sassonia.

Nel 1139 lo sconfitto morì, lasciando un figlio di soli dieci anni privato dei titoli e troppo giovane per poter guidare una nuova ribellione.

I primi anni di Enrico il Leone

Alla nascita, Enrico era figlio del Duca di Baviera e della figlia dell’imperatore Lotario, erede di alcune delle più importanti casate tedesche, nei primi anni di vita vide suo padre divenire anche Duca di Sassonia e marchese della Tuscia. La sorella del padre, Giuditta, aveva sposato il duca di Svevia, un Hohenstaufen, la casata del potente nemico.

Nel 1138 non aveva ancora dieci anni vide svanire il sogno di suo padre di divenire imperatore, lo vide esautorato dei titoli di Baviera, di Sassonia e di Tuscia. Nel 1139 si ritrovò orfano, ma poteva contare su molti fideles da cui si poteva aspettare aiuto.

La sua indole era fiera e guerriera. La nobiltà sassone che lo sosteneva iniziò rapidamente un programma di riconquista che già tra il 1140 e il 1141  vide conquistate alcune delle città più importanti della Sassonia alla causa di Enrico, fino a scacciarne Alberto l’Orso che mantenne però il titolo ducale.  Questi stava sviluppando una politica di penetrazione nel “paese dei Vendi”ed  era impegnato a interferire nelle lotte di successione di quelle terre, e si rendeva conto di poter contare sempre meno sull’appoggio reale, pertanto decise di rinviare la lotta per la Sassonia a tempi migliori.

Nel 1141 moriva Leopoldo di Babenberg per cui la situazione diveniva complessa anche per il ducato di Baviera che Enrico e i suoi sostenitori continuavano a reclamare. Corrado doveva intervenire, prima che la situazione divenisse esplosiva, tenendo presenti le rivendicazioni di parte guelfa.

La questione fu ricomposta nel 1142 nella dieta di Francoforte, affidando il ducato di Baviera al fratello di Leopoldo, Enrico di Babenberg (detto “Jasomirgott” a causa di questa sua frequente esclamazione che significa “mi aiuti Iddio”), già margravio d’Austria, che aveva nel frattempo sposato la vedova di Enrico il Superbo, figlia di Lotario e madre di Enrico il Leone, salvaguardando così la logica della nomina precedente a un Babenberg e i diritti della famiglia guelfa; mentre il ducato di Sassonia tornava di diritto a Enrico il Leone.

A fronte di questo parziale cedimento il sovrano elaborò una attenta politica matrimoniale per garantirsi posizioni di forza nei confronti dei Welf.

L’Orso fu risarcito con due contee in Sassonia.

Intanto a Roma era morto il pontefice e nel febbraio 1145 fu eletto Eugenio III, monaco cistercense che poco dopo la sua elezione si fece promotore di una nuova crociata. Scrisse lettere accorate ai potenti della terra e si avvalse della collaborazione di Bernardo di Chiaravalle i cui sermoni guadagnarono alla spedizione i sovrani di Francia e di Germania. Quest’ultimo, vista la situazione non certo tranquilla in patria, non era intenzionato a partire, ma la forza della predicazione di Bernardo nel dicembre 1146 a Spira, farà rompere gli indugi a lui e a molti dei nobili là convenuti.

Pochi mesi dopo moriva Federico di Svevia, padre di Federico Barbarossa e zio di Enrico il Leone. Federico fu elevato al rango ducale.

Alla dieta di Francoforte, nel marzo 1147, per preparare la crociata, Corrado fece associare al trono suo figlio Enrico.

Anche il Leone, alla testa della nobiltà sassone,  chiese al papa di partecipare alla crociata e di goderne i benefici spirituali: tuttavia, propose come sua specifica meta non la Palestina, bensì le terre dei pagani a est dell’Elba. La proposta fu trasmessa al Pontefice che l’approvò.

Nello stesso anno Enrico, duca di Sassonia, quasi ventenne, sposa Clementia di Zahringen (della potente famiglia sveva che resse il ducato di Carinzia e successivamente si fregiò del titolo ducale di Zahringen. Il padre di lei era stato nominato dall’imperatore Lotario, reggente del regno di Borgogna, la cui corona spettava all’imperatore, ufficio che i suoi discendenti mantennero fino all’estinzione del ramo principale della famiglia nel 1218). Questo matrimonio aveva l’obiettivo di allargare i suoi possedimenti con quelli di lei in Svevia. La situazione che si era creata era fonte di inquietudine per Corrado che vedeva il giovane rivale divenire titolare di allodi all’interno del nucleo territoriale da cui il re riceveva la sua forza, dove le sue basi erano più solide.

Enrico il Leone non smetteva di essere una minaccia.

Corrado cercò di utilizzare la crociata per tessere una trama diplomatica che lo avvicinasse al papato e ai bizantini in prospettiva anti-normanna, Guelfo VI, partito assieme al re, si garantì invece l’appoggio del ricco regno del meridione d’Italia che aveva sempre interesse a mantenere agitate le acque oltre le alpi per scongiurare una nuova discesa nella penisola del re germanico che da sempre mirava a recuperare a se stesso e al papato le terre a sud di Roma.

Alla fine della crociata, la posizione del sovrano non usciva rafforzata, mentre lo erano quelle di Guelfo, che nel 1149-50 tentò una nuova ribellione, soffocata definitivamente con la battaglia di Flochberg (1150) in cui fu sconfitto e catturato da re Enrico.

Anche Enrico il Leone, cui la crociata aveva aperto nuovi orizzonti di dominio, nell’anno successivo, probabilmente stimolato dall’oro normanno, dette inizio a una nuova rivolta in Sassonia e conquistò alcune terre in Baviera con l’obiettivo di riottenerne il ducato. Corrado reagì con forza, tentando anche un attacco a Braunschweig nella residenza di Enrico, ma fu respinto.

Anche per il duca di Sassonia aumentavano però le difficoltà perché del conflitto in corso tentava di approfittare Alberto l’Orso che non aveva rinunciato all’ambizione di rioccupare il trono di Sassonia.

In questo contesto, assai complesso, ma di relativo stallo, Corrado ritenne opportuno recarsi a Roma per cingere la corona imperiale, per poi, rivestito del carisma che derivava dall’incoronazione, sistemare le cose in Sassonia.

Nel febbraio successivo si trovava a Ratisbona dove tutto era ormai pronto per la partenza quando, inaspettatamente, morì, seguendo di circa un anno il giovane re Enrico.

La situazione tornava di nuovo fluida. Si trattava di eleggere il nuovo re. Corrado lasciava un altro figlio di sei o sette anni, ma la complessità del quadro politico rendeva necessaria la scelta di un sovrano che potesse imporre la sua forza.

Enrico il Leone aveva poco più di vent’anni, suo cugino Federico circa trenta. Quest’ultimo era stato negli ultimi dieci anni sempre al fianco al Corrado, era duca di Svevia, e disponeva della potenza e dell’abilità diplomatica per tentare di volgere a proprio vantaggio il quadro creatosi. Più di tutto aveva chiaro che la corona poteva cingere il suo capo solo raggiungendo un accordo con Enrico.

Federico Barbarossa condusse le trattative con rapidità e spregiudicatezza. Per prima cosa egli sapeva che Enrico il Leone in Baviera aveva molti possessi allodiali e feudali di origine non ducale per cui disponeva di molti fideles inoltre, come dimostravano i recenti avvenimenti, non avrebbe smesso di mantenere quello stato di perpetua guerra civile che rendeva impossibile al sovrano tedesco mantenere i molteplici impegni “internazionali” legati al suo ruolo, per cui promise i ducati di Baviera e di Sassonia al cugino, accettando che si formasse quella diarchia che Corrado aveva cercato di evitare e che rappresentava un oggettivo pericolo per la corona tedesca. L’accordo non poteva che rimettere in moto tutte le forze che formavano la galassia del potere in Germania e nell’impero.

I due cugini assestarono le altre potenze attorno all’asse della loro alleanza: Guelfo VI ebbe la marca di Toscana e il ducato di Spoleto, a Bertoldo di Zharingen suocero del Leone si confermò la signoria su Brisgau,  Berna e Zurigo e la reggenza di Borgogna. Restavano altre personalità in lizza, ma non ci furono grandi contestazioni. Il più irritato era Enrico di Babenberg, che era stato privato della Baviera, ma rimaneva margravio d’Austria.

Federico fu incoronato il 9 marzo 1152 ad Aquisgrana, meno di un mese dopo la morte di Corrado, il che tradiva la fretta e confermava la ritrovata unità.

Il Babenberg non si presentò alle successive diete reali fino alla fine del 1153, indispettito per quella che sembrava essere una soluzione concordata a suo danno. Federico nel frattempo regolava problemi giuridico-territoriali e trattava con il papa e l’imperatore d’oriente preparando la sua ascesa al trono imperiale ed era certo infastidito da quella che suonava come una intollerabile offesa al sovrano e ai nobili riuniti nelle varie diete così il 3 giugno 1154 a Goslar confermò la promessa di affidare il ducato bavarese a Enrico il Leone, che da parte sua aveva già assunto unilateralmente il titolo di duca di Baviera e di Sassonia sulla base degli accordi di due anni prima.

Enrico era consapevole di essere il grande favorito del re il quale non ignorava che la pace nel regno dipendeva essenzialmente dal suo rapporto con i principi, dei quali Enrico era il più potente. Federico interveniva quindi con grande attenzione a sistemare quale mediatore tutti i momenti e motivi di attrito tra i grandi nobili: e se ne verificavano parecchi specialmente tra Enrico il Leone e Alberto l’Orso. Enrico aveva ottenuto dal re sostegno anche nella sua politica ecclesiastica, e difatti durante la dieta di Goslar è al duca di Sassonia che venne concesso il diritto di investitura dei tre vescovati di Oldenburg, di Meclenburg e Ratzemburg e di tutti quelli che da allora in poi si fossero fondati nei paesi da poco conquistati. Le proteste dell’arcivescovo di Brema, metropolita di quelle diocesi , non valsero nulla: poco dopo anche il papa ratificò la decisioni regie, grazie alle quali il duca si trovava ad avere un grande potere sulla chiesa di Sassonia e a disporre sulle chiese episcopali delle prerogative che, tradizionalmente, erano detenute dal re. Nel tempo Enrico riplasmò secondo il suo disegno politico il territorio ecclesiastico: trasferì il centro diocesano di Oldenburg a Lubecca e quello di Meclemburg a Schwerin, un’altra sua fondazione.

D’altra parte egli rispettò le prerogative metropolitane dell’arcivescovo di Brema sulla regione: ma gestì con attenzione tutti gli aspetti temporali dell’organizzazione diocesana, compresa la dotazione materiale ed economica ai vescovi,  per la quale non esitava a penalizzare i vari signori sassoni. Organizzò e gestì con grande efficacia anche la riscossione delle decime. Per tutta l’estensione dei territori a lui soggetti, Enrico gestì personalmente le funzioni di detentore dell’alta giustizia, anzi, non esitò a mettere in atto una rigorosa politica di confisca e di attribuzione ai suoi fedeli ministeriales, delle terre dei nobili che eventualmente gli si ribellavano. Nel frattempo, seguiva con interesse lo sviluppo del commercio nel Baltico e dava il primo impulso a quello che sarebbe divenuto il mercato anseatico.

Il gioco di Enrico il Leone  era risoluto e al tempo stesso molto sottile. Senza dubbio egli conduceva una politica autonoma, e si poteva dire che gli mancasse solo il titolo per essere un re. Al tempo stesso non azzardava mai passi che lo mettessero con evidenza fuori della legalità. Come duca agiva sempre quale rappresentante del sovrano nei suoi ducati. E Federico a sua volta interveniva qua e là, sempre con riguardo alle esigenze del duca e nelle mediazioni - riguardo ad Alberto l’Orso, all’arcivescovo di Brema e così via – regolarmente seguendo una politica di favore nei confronti del cugino. In questo gioco delle parti ognuno sfruttava la sua posizione: Enrico sfruttando sottilmente la disponibilità di Federico a concedergli ogni cosa egli gli avesse chiesto nell’ambito del possibile e del giuridicamente corretto, il sovrano, ribadendo in ogni mediazione, pur con diplomatica cortesia, che il suo ruolo era quello del re cui spettavano le decisioni ultime. D’altronde egli sapeva bene - e dopo il suo viaggio in Italia del 1154-55 non avrebbe potuto esservi su ciò alcun dubbio - che il suo disegno imperiale passava attraverso il mantenimento della pace in Germania, obiettivo che egli non avrebbe potuto in nessun modo raggiungere senza mantenersi alleato il potente cugino – appoggiandolo all’occorrenza anche a scapito dell’autorità regia – facendogli sempre capire che il suo dinamismo doveva rispettare dei limiti. Enrico aveva tutto l’interesse a frenare i suoi impulsi autocratici, in modo da impedire che essi scatenassero, per reazione, delle rivolte nobiliari che avrebbero imposto la sia pur discreta e accomodante mediazione del sovrano. Entrambi erano coscienti della posta in gioco e nessuno era disposto a rischiare di rompere il precario equilibrio su cui si reggeva la loro intesa.

Nell’autunno del 1155, Federico tornava dalla spedizione italiana dopo aver raccolto la corona d’Italia a Pavia e quella imperiale a Roma. Enrico gli era stato sempre accanto distinguendosi come uno dei suoi più preziosi collaboratori. Tra i cugini delle due casate antagoniste i rapporti erano stretti, nella reciproca convinzione che avevano bisogno l’uno dell’altro. La cautela e la diffidenza erano parte integrante della loro relazione. Enrico era stato designato a Goslar, ma non ancora ufficialmente investito, e per il pensiero del tempo questo era un passo fondamentale. Fu soltanto a ottobre, durante la dieta di Ratisbona, che la cerimonia dell’investitura ebbe luogo. Fu, non per caso, il primo atto solenne dell’imperatore. Era la consacrazione avvenuta dopo un periodo di “prova” in cui il Leone sapeva che la minima sbavatura sarebbe stata amplificata ad arte dal rivale per la Baviera, Enrico Jasomirgott, che puntava ancora a mantenere la corona ducale. Enrico il Leone era cosciente che la sottrazione della Baviera al potente antagonista doveva essere compensata e alla sua abilità diplomatica non sfuggì che era meglio arrivare ad un compromesso onorevole piuttosto che procurarsi un nemico di quella portata. Anche Federico aveva bisogno di non creare fratture così lavorarono un anno intero per arrivare nel settembre 1156 a una nuova dieta nella quale si stabiliva che una parte cospicua del ducato veniva assegnata al Babenberg che unendola alla marca d’Austria, di cui era margravio, veniva a controllare un ampio territorio che veniva eretto alla dignità di ducato.

Enrico il Leone, quasi trentenne era rientrato in possesso dei titoli e delle terre che erano state di suo padre solo per pochi anni, con il consenso e l’alleanza dell’imperatore. Il Barbarossa restava comunque vigile: nel 1157 intervenne assestando i territori del nord, dove la marca di Brandeburgo era assegnata ad Alberto l’Orso, ed eresse la Slesia a ducato concedendola a un membro di casa Babenberg: era un messaggio per Enrico per trattenerlo da eventuali eccessi.

Duca di Baviera e di Sassonia

Enrico seguì Federico in Italia nel 1158, fu presente alla dieta di Roncaglia e, tra la fine del 1159 e l’inizio del 1160, all’assedio di Crema. Ma non rinunciava al suo ruolo in patria, in quegli anni fondò Monaco di Baviera, come mercato rivale di Frisinga, rifondò Lubecca e costruì le basi del suo potere al nord stimolando la nascita di Schwerin, Stade, Brema, Lunenburg e fissando la sua sede nel castello di Dankwardrode a Braunschweig. Dopo Crema tornò in Germania dove dovette impegnarsi a domare e organizzare i territori al di là dell’Elba, dove gli furono di grande aiuto le cognizioni di strategia e ingegneria militare imparate nella penisola.

L’anno successivo prese sotto la sua protezione i mercanti tedeschi dell’isola di Gotland e li sostenne nel loro intento di penetrare nel mercato di Novgorod. Tale politica diede frutti assai positivi, negli anni ottanta del secolo, un nuovo tipo di nave adatta alla navigazione nordica, la “kogge” (cogga o cocca), sbarcava già a Lubecca le pellicce, il miele, la pece del Baltico orientale: queste merci raggiungevano poi l’Inghilterra, le Fiandre e la Francia.

Nel 1162 piegò ulteriormente i popoli del nord che attaccavano Mecleburgo: ormai in Sassonia si atteggiava a padrone assoluto.

Nel settembre raggiunse in Borgogna Federico che aveva necessità di portare dalla parte del papa Vittore IV - che l’imperatore aveva sostenuto e fatto eleggere contro Alessandro III (dando vita a una scisma che durerà quasi vent’anni), ma che aveva poco seguito - i reali di Francia e di Inghilterra.

Poi tornò nei suoi ducati in particolare nella più turbolenta Sassonia dove i suoi sforzi per imporre la pace territoriale e costruire un ducato dotato di un governo efficiente e di un’amministrazione accentrata, urtavano contro gli interessi dei signori e le libertates delle città. In ogni spiraglio si inseriva Alberto l’Orso.

La coscienza di essere un sovrano deve essersi ulteriormente rafforzata quando, anche per andare incontro alle esigenze di Federico che voleva stringere l’alleanza con Enrico II d’Inghilterra, fu deciso il matrimonio tra Enrico il Leone e Matilde Plantageneta. Questa unione che lo portava ad essere il genero del più potente re occidentale dopo l’imperatore, fu conclusa con lo scambio delle terre sveve di Enrico il Leone con alcune fortezze sassoni di Federico. Ognuno toglieva il disturbo là dove i suoi domini erano meno graditi all’altro. Nel 1165 divorziò da Clementia e nel 1168 furono celebrate le nozze con Matilde. La sua potenza era all’apice, non è un caso che sia proprio del 1066  lo splendido leone in bronzo, capolavoro della scultura romanica, che ancora troneggia nella piazza di Braunschweig.

Nel frattempo il Barbarossa che era rimasto in Germania quasi due anni, partì per la sua quarta spedizione in Italia. Papa Alessandro era tornato a Roma, l’imperatore bizantino aveva stabilito una testa di ponte ad Ancona. Questa volta il cugino non lo poté accompagnare, costretto a rimanere nel nord per contrastare un nuovo attacco di Alberto l’Orso che l’imperatore non era riuscito ad evitare.

Di ritorno dall’infruttuosa spedizione, Federico dovette adoperarsi a fondo per indurre i signori sassoni a perdonare l’intraprendenza di Enrico, che da quasi due anni stava combattendo senza riuscire a sopraffare gli avversari; questi dovette ringraziare il suo sovrano cedendogli Goslar, città cara a entrambi perché fortemente simbolica e ricca di importanti miniere, ledendo così l’integrità territoriale della Sassonia. Il prezzo da pagare fu molto alto e da quel momento i rapporti tra i due cominciarono a deteriorarsi, proprio nel momento in cui Enrico stava cercando di imporre alla Danimarca, regno formalmente vassallo dell’impero la propria egemonia.

Nel 1170 morì Alberto l’Orso e con ciò Enrico perse l’avversario che più lo aveva impensierito per trent’anni, e furono scoperte miniere d’argento a Freiberg, molto più ricche di quelle cedute con Goslar. Ormai era senza rivali e ancora assai ricco.

Enrico sfoggiava i poteri, il decoro e la magnificenza di un re. Era regale anche la sua politica estera: in sintonia con quella dell’imperatore, ma segnata dalla sua personalissima impronta.

L’influenza sulla Danimarca e lo stretto rapporto di parentela con il re d’Inghilterra ne aumentavano enormemente il prestigio. Non erano cattivi nemmeno i suoi rapporti con Alessandro III che era molto interessato alla politica di crociata nel nord europeo.

Ai primi del 1172 partì per un pellegrinaggio in Terrasanta: segno questo che si sentiva abbastanza sicuro nei suoi domini da potersi permettere una lunga assenza. Come sempre in questi casi il viaggio aveva anche risvolti diplomatici. Lungo la strada incontrò il duca d’Austria la cui moglie era una principessa bizantina e il sabato Santo era a Costantinopoli, alla corte dell’imperatore che lo colmò di doni. Visitò anche il regno di Gerusalemme e il regno del sultano turco di Iconio, Kilidji Arslan, signore di gran parte della penisola anatolica.

Al suo ritorno in dicembre fu ricevuto da Federico per il quale sicuramente aveva svolto un importante ruolo diplomatico, ma che in fondo aveva motivo di temere la grande ed esibita autonomia del cugino.

Proprio in questi stessi giorni, davanti alla sua residenza e sotto lo sguardo del suo magnifico leone bronzeo, iniziava la costruzione della chiesa che ancora oggi ne conserva le spoglie mortali e parte degli splendidi arredi con cui volle abbellirla.

Dopo cinque anni di intensa attività in Germania l’imperatore si preparava a tornare in Italia da dove nel 1168 era praticamente fuggito. Aveva associato al trono suo figlio Enrico (il futuro Enrico VI) e andava verso un paese che in questi anni si era fortemente organizzato per difendersi dalle sue mire. Il Leone, pur privo di impegni militari, questa volta non era con lui.

La spedizione fu subito complicata dal lungo e inefficace assedio di Alessandria che resistette tutto l’inverno. Quando Federico lo tolse le sue truppe si erano assottigliate e non disponeva più della forza necessaria a combattere le città lombarde riunite in lega. I successivi sviluppi anche diplomatici non garantivano una conclusione favorevole. Già la precedente spedizione si era chiusa con assai poco onore, ora era necessario non fallire. In tali frangenti c’era un uomo solo al quale egli potesse ormai chiedere aiuto. I due cugini si incontrarono nel gennaio 1176 a Chiavenna che allora era in territorio svevo.  Enrico giocò la sua carta, promise aiuto in cambio della restituzione di Goslar. Federico sapeva che di fronte a quella capitolazione il prestigio e il potere del duca in Germania non avrebbe più avuto limiti e rifiutò.

L’illusione della gloria e la caduta

Enrico il Leone si sentiva forte, sapeva che senza il suo aiuto la fortuna militare dell’imperatore sarebbe finita. Probabilmente pensava che l’imperatore avrebbe dovuto capitolare di fronte alle sue richieste, oppure sarebbe tornato più debole e sarebbe stato disposto a nuove concessioni. Si sentiva un sovrano e come tale agiva.

A questi anni risale l’evangeliario che aveva commissionato qualche anno prima a un monaco benedettino, era un codice che parlava dell’amore del duca per i libri, ma anche delle sue ambizioni politiche. Aveva commissionato altri libri per esaltare la gesta della cavalleria e l’epopea della crociata, che era ispirata al suo viaggio in oriente del 1172. Non aveva difficoltà a procurarsi libri famosi ed era sicuramente stato sedotto dalla corte inglese dov’era regina Eleonora d’Aquitania. Durante l’assenza del suo signore aveva ulteriormente accentuato il suo controllo sui territori che governava, tanto sui suoi vassalli laici che su quelli ecclesiastici, finendo per eliminare la dimensione feudale che Federico aveva sempre cercato di tenere viva. Ma, quali che siano stati i pensieri di Enrico durante la campagna in Italia dell’imperatore, questi seppur battuto pesantemente sul campo a Legnano aveva saputo utilizzare la leva diplomatica e concludere una pace onorevole con papa Alessandro, finalmente riconosciuto, con i normanni e con i comuni lombardi e paradossalmente tornava in Germania da vincitore, almeno sul piano politico.

Nella festività di S. Martino, l’11 novembre del 1178, era a Spira dove si apriva una grande dieta nella quale furono presentate delle querele contro il duca di Sassonia e di Baviera da parte di alcuni nobili e soprattutto da parte dei vescovi di Halberstadt e di Colonia, cui Enrico, approfittando dello scisma, aveva sottratto domini e prerogative feudali. Ora lo scisma era finito e gli ecclesiastici si sentivano nella situazione di richiedere a Federico di punire chi li aveva oppressi. Lo svevo d’altra parte cercava solo un pretesto per consumare la sua vendetta. Forse non ne avrebbe avuto nemmeno bisogno, Enrico non aveva fornito l’auxilium al suo signore feudale quando questo glielo aveva chiesto.

Nelle diete successive, cui Enrico non si presentò, fu giudicato secondo il diritto territoriale, e condannato in contumacia con il bando regio scagliato contro di lui. Successivamente fu giudicato secondo il diritto feudale e tra il gennaio e l’aprile del 1180 fu dichiarato fellone e ribelle al suo signore. Questo comportava la perdita di tutti i suoi diritti feudali e la confisca dei beni allodiali.

Enrico non si sentiva ancora vinto e reagì aprendo le ostilità contro il cugino il 25 luglio successivo, ma accadde quello che egli non aveva saputo prevedere. La sua attenta, organizzata, efficace, ma anche dispotica gestione dei territori nei quali aveva a vario titolo giurisdizione, gli avevano alienato le simpatie di molti dei signori feudali che si vedevano diminuiti nelle loro prerogative da un sire così potente. Egli aveva regnato da signore “assoluto” ed era più temuto che amato. Con i suoi fideles residui combattè con la solita energia e con il coraggio che gli valse il soprannome, ma si rese conto di essere stato sconfitto.

Nel novembre 1181 si presentò in abito da penitente alla dieta di Erfurt.

Era dall’incontro di Chiavenna che i due non si incontravano. Era l’incontro di due cugini, di due rivali, di due uomini grandi che avevano saputo sfidare la sorte, che avevano conosciuto umiliazioni e vittorie. Enrico si prostrò in segno di sottomissione e supplicò il perdono del suo signore.

Federico umanamente fu commosso, e come uomo forse perdonò, ma come imperatore non poteva e certo non gli conveniva farlo. Restituì al Leone i suoi beni allodiali che per diritto di confisca aveva unito ai suoi, ma gli negò quelli feudali e lo condannò al bando per tre anni.

A Enrico, ormai non più duca, non rimase che recarsi in esilio in Normandia alla corte del suocero Enrico II d’Inghilterra.

Il ducato di Baviera fu affidato a Ottone da Wittelsbach che con Rainaldo da Dassel era stato il più fidato consigliere del Barbarossa dalla sua ascesa al trono. La sua casata conservò la Baviera, successivamente trasformata in regno fino al 1918.

Il ducato di Sassonia andò a Bernardo III, figlio di Alberto l’Orso quasi a premiare, alcuni anni dopo, gli sforzi di quest’ultimo che a quest’impresa aveva dedicato tanta parte della sua vita.

All’inizio del 1182 Enrico il Leone partì per l’esilio, e forse proprio in quell’anno nacque il secondo figlio di sua moglie Matilde, quell’Ottone che nel 1209 riuscirà, seppur per pochi anni, a conquistare la corona imperiale, punto d’arrivo della saga familiare dei guelfi, il cui ramo principale era destinato rapidamente a esaurirsi.

Non rientrò nelle sue terre nel 1185, ma nel 1188; piegato, ma non domo.

Ricominciò a tessere la tela delle alleanze in attesa dell’occasione propizia che si presentò l’anno successivo quando Federico, che aveva già associato al trono, da un decennio, suo figlio Enrico, partì per la crociata.

Iniziò così l’ultimo tentativo di recupero della Sassonia, nel quale inizialmente riportò anche discreti successi tornando a impadronirsi di alcune città importanti, ma la reazione di Enrico VI, che nel frattempo dopo la morte del padre era divenuto il nuovo imperatore, fu imponente e nel 1194 il Leone fu definitivamente sconfitto.

Nella piazza di Braunschweig era appena finita la cattedrale iniziata vent’anni prima, al ritorno dal viaggio in Terrasanta, la cui facciata ci è pervenuta pressoché intatta. Fu l’ultimo gioiello prodotto alla corte di Enrico il Leone, che sotto la sua navata doveva l’anno successivo trovare sepoltura, assieme alla moglie Matilde, che lo aveva preceduto nella tomba sei anni prima.

Ancora riposa nella sua città sotto un sarcofago che ritrae la coppia con il modello della chiesa che li ospita.

Fu un grande e degno avversario del Barbarossa, fu uno sconfitto, ma non un perdente, costruì lentamente con grandi capacità politiche e organizzative un “regno” cui mancava solo la corona, credette di poter vincere la partita a Chiavenna e gli fu fatale. Portò con la moglie inglese il fasto e la cultura della più elegante e raffinata corte europea nelle sue terre, di lui oltre alle gesta ci rimangono capolavori d’arte e città destinate a fare la storia della Germania, e un leone di bronzo che ancora sembra ruggire al cielo.

Bibliografia:

Il Barbarossa di F. Cardini
Federico Barbarossa. Tra mito e realtà di E.W. Weis

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Alberto Biscotto

Laureato in medicina veterinaria e da molti anni appassionato di storia medioevale (in particolare del monachesimo).

alcrifra@fastwebnet.it



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