ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Enrico II il Santo

di Ornella Mariani
Enrico II in una miniatura

Figlio di Gisella di Borgogna e di Enrico I il Pacifico alla cui morte, nel 995, ereditò la guida del Ducato; nato a Bad Abbach, in Baviera, verso il 973; sposato a Cunegonda del Lussemburgo e morto a Gottinga il 13 luglio del 1024, Enrico II fu l’ultimo Imperatore della dinastia sassone.

Eletto a Magonza nel giugno del 1002, in successione ad Ottone III privo di discendenza diretta, elaborò un programma politico fondato esclusivamente sugli interessi tedeschi, fin dal suo insediamento fronteggiando la ribellione di Baldovino di Fiandra, di Federico del Lussemburgo e dell’Arcivescovo di Metz; combattendo in difesa dei confini orientali minacciati dagli Slavi; contrastando il Duca cristiano Boleslao, aspirante al trono polacco.

Le sue guerre, a causa delle quali trascurò la questione italiana; isempre più pressanti appelli dei Vescovi e le richieste della Feudalità ecclesiale, pilastro della sovranità tedesca, produssero la perdita della Lusazia e l’affermazione di autonomia del Regno di Polonia e del suo nuovo Sovrano che aveva fatto causa comune col Margravio Enrico di Schweinfurt.

In definitiva, preso dalle vicende interne, Enrico attese alla sola soluzione delle questioni germaniche, aggravate dall’orientamento politico filoitaliano del predecessore e dalla conseguente rottura degli equilibri feudali, finché fu costretto ad intervenire contro il costituirsi, proprio nella penisola, di varie Signorie ecclesiali e contro la sanguinosa rivalità esplosa tra Grandi Vassalli laici e Vescovi investiti di potestà feudale.

In quel turbolento contesto, emerse anche il complesso scontro fra Arduino d’Ivrea ed i Vescovi Pietro e Leone di Vercelli: la Marca d'Ivrea, nodale per la vastità del suo territorio e per la felice posizione geografica, nell'ultimo decennio del secolo X, era costituita dai Comitati di Vercelli,  Lomello, Pombia, Bulgaria, Ossola e Stazzona. Arduino, che ne era a capo, era entrato in conflitto con l’Episcopato vercellese per il possesso di Caresana, ceduta nel 987 alla chiesa locale. Le tensioni si erano acuite nel febbraio del 997 quando, presa d’assalto la città, le sue milizie avevano messo al rogo il Primate Pietro. Nel 998, innalzato al soglio episcopale, il Logoteta imperiale Leone, col Vescovo Varmondo, lo aveva accusato apertamente di omicidio e di usurpazione presso Gregorio V e Ottone III, ottenendone la deposizione e la confisca dei beni. Tuttavia, pur condannato, egli non aveva rispettato le prescrizioni del bando ed era restato in armi nella Marca mostrandosi fieramente ribelle nell'anno 1000, quando l’Imperatore, tornato in Italia, aveva concesso a Varmondo l'immunità e ad Olderico Manfredi il possesso del distretto di Ivrea.

Alla morte del Sovrano, i Grandi Vassalli laici dell’Alta Italia, finalmente liberi dalla inclinazione al Clero e persuasi di poter recidere il legame fra Regno italico e Germania, decisero di conferire la corona a qualcuno in grado di sfidare la vessatoria politica tedesca che aveva feudalizzato l’Alto Clero, rendendolo titolare di attribuzioni civili ed immunità: fecero ricadere la scelta su Arduino d’Ivrea, acerrimo nemico dei Vescovi, incoronandolo nella basilica di san Michele a ventiquattro giorni dal decesso di Ottone, il 15 febbraio del 1002.

A parere di molti storici, quella elezione rappresentò una riscossa nazionale ma, per quanto un solido partito antitedesco tendesse ad affrancare l’Italia da qualsivoglia interferenza esterna, più che gli interessi generali contarono gli interessi di alcuni ceti: Arduino, così, non fu un Sovrano nazionale; non dispose dell’appoggio dei Nobili laici; non ebbe il consenso delle classi popolari che, seppur insofferenti alla signorìa germanica, si tennero ostili all’Aristocrazia e, referente solo di una faziosa minoranza, a fronte delle incalzanti denunce dell’Episcopato convinto della nullità della sua elezione irritualmente celebrata dall’Arcivescovo di Pavia e non di Milano, instaurò metodi persecutori e ritorsivi trattando, come testimoniò il cronista Titmaro, ...i vescovi come bifolchi...

La Chiesa, pertanto, guardò alla Germania auspicando un intervento imperiale ed Enrico inviò un modesto esercito capeggiato da Ottone di Carinzia e supportato dall’Arcivescovo di Ravenna e dal Marchese Teobaldo di Toscana: acquartieratosi a Verona, il sedicente Sovrano italiano gli inibì l’accesso all’Italia lo sconfisse a Fabbrica, alla fine di dicembre del 1002.

Nel 1004, l’Imperatore decise di pareggiargli personalmente i conti: giunto a Trento con la moglie ai primi di aprile e ricevuto l’omaggio di tutti i Signori italiani ostili all’usurpatore, che lo attendeva lungo l’Adige, scelse il percorso della valle del Brenta; attraversò Bassano ed entrò nella pianura veneta ma il ribelle, per la defezione degli alleati, riparò nella sua Marca.

Occupata Verona e posto un contingente al suo inseguimento, Enrico puntò su Pavia ove il 15 maggio del 1004 fu solennemente incoronato nella chiesa di san Michele, dal Vescovo di Milano Arnolfo. La cerimonia, però, si concluse con un bagno di sangue: aizzato dai residui partigiani di Arduino, il Popolo si sollevò contro i Tedeschi facendone strage per una intera notte.

Occorsero ben dieci giorni, per sedare i tumulti; poi, il 25 maggio, reso omaggio alla tomba di sant’Ambrogio, il Sovrano lasciò l’Italia attraverso il Gottardo.

Considerandosi a tutti gli effetti ancora Re, Arduino punì i traditori mentre un diffuso clima di contrapposizioni motivate da rivalse autonomistiche agitava le regioni del Nord italiano: Vescovi contro Vescovi; città contro città; Valvassori e Valvassini contro i Grandi Vassalli del Regno; Arnolfo di Milano contro il Vescovo astigiano Alrico; Verona contro la Signorìa del Marchese Oberto II; Lucca contro Pisa.

Il contagio si spinse fino a Roma ove, parallelamente all’incoronazione lombarda di Enrico, era insorta la fazione del Senatore Giovanni Crescenzio che aveva consolidato il suo potere con un groviglio di parentele; con l’apertura di intense relazioni con Costantinopoli; con la mobilitazione di tutti i nemici della Corona tedesca.

Alla sua morte, però, i sostenitori dell’Impero si erano raccolti attorno alla famiglia dei Conti di Tuscolo all’epoca rappresentata da Alberico, Romano e Teofilatto. Scomparso, intanto, Sergio IV, i Crescenzi designarono Papa un prete di nome Gregorio che arretrò quando i Tuscolani consacrarono il giovane Teofilatto col nome di Benedetto VIII.

Era il 20 aprile del 1012: una volta insediato, costui rafforzò la posizione familiare sottraendo ai rivali ogni incarico pubblico; ponendo l’amministrazione cittadina nelle mani prima di Alberico e poi di Romano, investiti della dignità di Consol e Dux; eliminando i nemici; garantendosi, per prevenire iniziative di pari segno di Gregorio, l’amicizia con l’Imperatore cui, grazie ai buoni uffici dei Vescovi di Vercelli, Piacenza e Parma, verso il finire del 1012 offrì l’incoronazione a Roma, in cambio della legittimità pontificia. Pertanto, nell’autunno del 1013 Enrico II tornò in Italia con un forte esercito; festeggiò con la moglie il Natale a Pavia; ricevette gli omaggi vassallatici e nel gennaio del nuovo anno scese a Ravenna, ove incontrò il Papa col quale proseguì fino a Roma: il 14 febbraio vi fu incoronato nella basilica di san Pietro, previo impegno solenne a difendere la Chiesa. Nei giorni successivi, dopo l’emanazione di diplomi imperiali in favore delle abbazie di Montecassino, san Vincenzo al Volturno e san Pietro in Ciel d’Oro, un Concilio consacrò suo fratello Arnolfo al soglio di Ravenna e Adalberto al soglio di Aricia; ma, a nove giorni da tali eventi e per cause sconosciute, Roma fu scossa da una violenta contrapposizione fra cittadini e soldati tedeschi.

Era il 23 febbraio del 1014: verosimilmente s’era concluso un accordo fra Arduino ed i Crescenzi. Di fatto, si combatté tutto il giorno e tutta la notte sul ponte di Castel sant’Angelo ma l’Imperatore, sopraffatti i ribelli, si spostò in Toscana e poi a Pavia donde il 24 maggio riprese la via della Germania. Il suo viaggio non fu apertamente disturbato da Arduino che, limitatosi a vane incursioni nelle Signorìe ecclesiali, nel 1014 depose le armi; si ritirò nel monastero di Fruttiaria ed indossò il saio da penitente, spegnendosi il 14 dicembre del 1015: un pericoloso nemico dell’Impero era così scomparso dalla scena politica dando ad Enrico certezza che il suo dominio non sarebbe stato ulteriormente minacciato. Verso il 1016, pertanto, riguadagnata la successione del Regno di Rodolfo III di Borgogna, promosse la riforma conventuale in Lorena e nella Diocesi di Basilea, alla cui cattedrale, nel 1019, donò l'antependio dorato dell'altare e nel 1020 assegnò l'abbazia di Disentis al Vescovo di Bressanone.

Ma altre vicende incombevano sui precari equilibri politici italiani: la scomparsa del Catepano bizantino Curcuas aveva messo in subbuglio la Puglia. La sua sostituzione con lo Stratega di Cefalonia Leone Tornicio aveva agitato Bari donde Melo, sua moglie Maralda e suo cognato Datto fuggirono a Capua per ricevere aiuti di Pandolfo II e del Papa: Benedetto procurò all’uno il necessario sostegno normanno e concesse all’altro una torre sul Garigliano contro i Saraceni.

La Puglia fu recuperata: nel dicembre del 1017, l’Imperatore Basilio II sostituì Leone Tornicio con Basilio Bojannes che nell’ottobre del 1018 a Canne, sulla pianura a destra dell’Ofanto, sferrò un potente attacco ai ribelli di Melo, fuggito a Bamberga.

Nella stessa città, in aprile del 1019, giunse anche Benedetto VIII per dirimere, su richesta di Enrico II, la controversia fra i Vescovi di Magonza e Wutzburg. Ma la ragione reale dell’incontro era altra: dopo la battaglia di Canne, temendo di essere spodestati ed allarmando la Chiesa, i Principi longobardi avevano riconosciuto l’alta sovranità dell’ Impero d’Oriente, sottomettendosi al Catepano bizantino.

Il Papa persuase l’Imperatore ad intervenire nel Sud dell’Italia, mentre Melo si spegneva il 23 aprile del 1020 e con tutti gli onori veniva sepolto nella cattedrale di Bamberga. Nel novembre dell’anno successivo, alla testa di sessantamila fra Bavari, Lorenesi e Svevi, Enrico mosse dalla Germania; il 6 dicembre ricevette a Verona l’omaggio dei Grandi del Regno e, rafforzato da contingenti lombardi, trascorse il Natale presso il fratello Arnolfo a Ravenna ove divise l’esercito in tre corpi: affidò ventimila uomini a Pilgrim, Vescovo di Colonia incaricandolo di puntare su Capua e sottomettervi Pandolfo e Atenolfo; assegnò undicimila unità al Patriarca Poppo di Aquileia; tenne per sè trentamila ed oltre soldati.

La marcia sulla Capitanata mosse da Benevento, ove egli incontrò il Papa nel marzo del 1022. Insieme cinsero d’assedio Troia che, dopo tredici settimane, cadde per fame mentre il Primate di Colonia prendeva prigionieri Pandolfo di Capua e il figlio di Guaimaro di Salerno. La spedizione imperiale era conclusa: seppur non sottratto ai Bizantini, il Mezzogiorno era stato piegato e la sovranità germanica era stata restaurata sui Principati longobardi; a Capua fu insediato il Conte Pandolfo di Teano, devoto alla Corona; a capo dell'abbazia di Montecassino fu posto il monaco Teobaldo; il comitato di Comino, presso l'alta valle del Liri, fu assegnato ai nipoti di Melo, sotto le cui insegne si raccolsero i Normanni superstiti, prima di costituire il primo nucleo della loro dominazione nell'Italia meridionale.

Il 6 giugno Enrico II lasciò Troia, dopo essersi recato in pellegrinaggio a san Michele al Gargano. Nell’estate si fermò a Pavia ove tenne un Concilio di condanna contro concubinato e simonia ed ove emanò canoni in difesa dell’integrità dei patrimoni ecclesiali.

Tornato in Germania, nell’aprile del 1024 vi ebbe notizia della morte del Papa il cui fratello Romano gli era subentrato al soglio, col nome di Giovanni XIX. L’Imperatore gli sopravvisse solo due mesi, spegnendosi il 13 luglio.

Con la sua morte si estinse la dinastia sassone che aveva regnato centocinque anni in Germania e settantaquattro in Italia, ove egli aveva rafforzato l'autorità papale in un periodo foriero di grandi stravolgimenti politici e sociali: Venezia, Genova e Pisa coltivavano i germi della loro rivalità; il Sud si accingeva ad unificarsi sotto la guida dei Normanni; la servitù veniva agitando i suoi diritti, mentre la Borghesia si organizzava e la feudalità militare perdeva di consistenza; un risveglio delle coscienze pervadeva le genti ed insorgeva, insopprimibile, uno spirito di indipendenza.

Molto pio e convinto assertore delle responsabilità imperiali nei confronti della fede e del benessere dei sudditi, parimenti ad Ottone I, Enrico II aveva esercitato un forte controllo sulla Chiesa e sui monasteri tedeschi conferendo al Clero un ruolo compensatore rispetto al potere ed all’ingerenza dell’Aristocrazia laica e promuovendo una riforma dei costumi, nello spirito dei princìpi propugnati dall'Ordine cluniacense.

La sua morte fu accompagnata in Italia da furiose rivolte popolari e dall’incendio del palazzo imperiale di Pavia ed in Germania dal rimpianto di quella solida politica interna proseguita da Corrado II, iniziatore della dinastia di francone.

Nel 1146, nella fase più aspra del conflitto vertente sulle prerogative imperiali e papali, in una Roma elevata a Comune e sconvolta dal carisma di Arnaldo da Brescia, designato campione di devozione, Enrico II fu canonizzato.

Bibliografia:

R. Panetta: I Saraceni in Italia
V. Gleijesis: La storia di Napoli
G.Scherr: Duemila anni di vita tedesca


Creative Commons License


Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006) e GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

A gennaio 2007, "Profili di perle", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

© 2003-2007 Associazione Culturale Italia Medievale