Associazione Culturale Italia Medievale

Promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico del medioevo italiano
index
eventi
novità
contributi
personaggi
cariche
statuto
progetti
convenzioni
segnalazioni
adesioni
mailing list
link
forum
medioevo weblog
area riservata
Partner
www.eubia.it
Castelli Toscani

Personaggi del Medioevo in pillole


Federico I detto Barbarossa

di Ornella Mariani

Dispotico e sanguigno; appassionato mecenate e valoroso combattente; impetuoso, coraggioso ed implacabile condottiero; fine statista, malgrado un turbolento governo, Federico I il Barbarossa si consegnò alla storia come simbolo di fede e di pace e come incarnazione dell'ideale cavalleresco dell'epoca. Tuttavia, il suo enorme limite consistette nella incapacità a cogliere il mutamento del modello italiano post/ottoniano e nel protervo tentativo di realizzare un anacronistico Impero a modello di quello universale romano cui rimediò, alla fine del mandato politico, partecipando alla crociata: un'iniziativa che gli consentì di  cancellare anche l'umiliante scacco subìto a Legnano, ove la resistenza lombarda mutò il corso degli assetti politici con ripercussioni tanto ampie da segnare anche i secoli successivi.

Quando comparve sulla scena politica tedesca, le doti dello Staufen erano già note. Sedeva, allora, al trono l'Imperatore Corrado che aveva disputato la corona germanica a Lotario II, amico del Papato. Nel corso della seconda campagna santa, partita da Metz e tragicamente conclusa sul Bosforo a causa dell'ambiguità dell'Imperatore cristiano d'Oriente Emanuele Comneno, il ventisettenne Svevo s'era assai distinto e, miracolosamente scampato alla morte, era già stato deputato dal destino a restituire il Sacro Romano Impero al suo splendore. Infatti, consapevole di dover affidare la successione ad un uomo di spessore ed in omaggio alla norma introdotta già da Corrado I, secondo la quale nel rinnovato Impero i Principi Grandi Elettori designassero l'erede al di fuori della trasmissione parentale, il Sovrano privilegiò suo nipote, già Duca di Svevia, invece che il proprio giovanissimo figlio.

Federico aveva trenta anni ed una ampia esperienza di combattente. L'eredità politica richiedeva tutto il suo impegno: in quella fase, le ribellioni dei grandi feudatari avevano trascinato la Germania sull'orlo della guerra civile, svuotando la monarchia della sua forza politica ed istituzionale. Gli fu ben presto chiaro che Wein, weib e würfel -vino, donne e gioco-, il motto tedesco di quei secoli ammantati da superstizione e da apocalittiche visioni dell'esistenza; dalle brutali faide fra nobili; dalla imponente sperequazione sociale; dalla decadenza morale del clero, non sarebbe stato sufficiente ad esorcizzare la rovina materiale e spirituale di cui il suo Paese e l'intera Europa erano preda.

Consolidato il suo enorme patrimonio attraverso lasciti e donazioni di notabili desiderosi di garantirsi un posto in paradiso nell'imminenza della non intervenuta fine del mondo, la Chiesa aveva infatti smarrito ogni credibilità: il suo ruolo era offuscato dalla scandalosa condotta dei suoi rappresentanti; dalla presenza di concubine anche nei sacri palazzi; dai figli illegittimamente concepiti dai Papi; dal nepotismo, dalla mondanità e dall'avidità di ricchezza di costoro. Ne era conseguito, da parte della gente, un sostanziale discernimento fra religione e fede: una separazione di competenze, valori e confini spirituali scantonante nelle eresie maturate fra il XI ed il XII secolo, vuote di contenuto ideologico ma pregne di richiami al Vangelo.

Il Papato, consapevole della propria sempre più vacillante autorità, ricorse ad operazioni repressive degeneranti in autentiche stragi. Ma non di rado, gli stessi alfieri della moralizzazione: Abelardo, Arnaldo da Brescia, Bernardo di Chiaravalle, pur lottando la corruttela degli ambienti ecclesiali, finirono col difenderne proprio la condotta e gli interessi fornendo alla Curia Romana, minacciata nella sua potenza dalla forza imperiale, il pretesto per spostare il terreno di scontro sugli aspetti politici legati alle investiture.  

In quell'arroventato clima, animate dalla tensione espansionistica più che dall'ardore evangelico cui pretendevano di ispirarsi, le crociate si posero come strategia diversiva delle parti sfiancate e, ad un tempo, come elemento di unità e riscatto mirato alla pacificazione d'una Europa frantumata in Marche, Principati, Ducati, Contee, Feudi e Comuni, sui quali la Chiesa imperversava impugnando con determinazione l'arma del Verbo.

Contro tale diffuso malessere sociale, i Principi Grandi Elettori Tedeschi investirono il Duca Federico di Hohenstaufen del titolo di Re, incoronandolo in Aquisgrana, il nove maggio 1152 presso la tomba di Carlo Magno. La cerimonia si proponeva non solo di recuperare stabilità ad una Germania squassata da sussulti politici e contrapposizioni religiose, ma anche di dirimere la faida che da cinque lustri impegnava sanguinosamente le potenti casate feudali tedesche: da una parte, le guelfe Baviera e Sassonia, allineate col Papato; dall'altra Franconia e Svevia, votate alla causa ghibellina.

Federico I era figlio di padre ghibellino e di madre guelfa: incarnando le speranze di una definitiva conciliazione fra le parti, era portatore di una storia che affondava remote radici in un borgo del Wurttemberg, fra il Giura svevo e le sponde del fiume Neckar: vi risiedeva la gloriosa stirpe degli Staufen o Staufer, fondata verso il 1094 da Federico, signore del Büren.

La prestigiosa storia della casata aveva avvalorato la suggestiva convinzione popolare tedesca che solo la Regia Stirps dei Waiblingen, sintesi del nobile sangue carolingio e salico, potesse esprimere autorevoli titolari al seggio imperiale. Di fatto, il Regno trovò nel giovane Staufen un carismatico personaggio: energico quanto Enrico l'Uccellatore e capace di interpretare le attese di nobili, vescovi e popolo.

Appena insediato, egli scrisse a Papa Eugenio III il suo proposito di difendere «...la Chiesa cattolica nella sua dignità e nei suoi privilegi...».   Contestualmente, manifestò il suo proposito egemone, da realizzarsi con anche «...l'aiuto di Dio, di ristabilire l'impero nella sua antica grandezza...», precisando che due sole potenze governano il mondo: «... l'autorità sacra dei Pontefici ed il potere dei Re...».

Il testo risultò inquietante al Pontefice, tanto più che in esso lo Svevo non faceva alcun riferimento alla sua pur imminente discesa in Italia.

Nel 1147, Federico aveva sposato in prime nozze Adele di Vohburg, figlia di Diepold, Margravio dell'Alto Palatinato. Sei anni dopo, a causa della presunta sterilità della donna, chiese al cardinale Giovanni Orsini di annullare il matrimonio. In realtà, era stato contrariato dalla esiguità della dote della moglie: il solo Egerland. Sicché, per la seconda unione, mirò assai in alto e puntò su Maria, figlia del sebastocratore Isacco, stretto parente dell'Imperatore d'Oriente Manuele I.

La freddezza con la quale la proposta fu accolta nella Corte bizantina, lo offese ed orientò verso altri progetti. Così, quando da Bisanzio finalmente giunse un condiscendente assenso, egli era già deciso ad impalmare la bellissima Beatrice di Borgogna.

Nelle lotte fra i diversi nobili per il controllo della regione, unica figlia ed unica erede del Conte Rinaldo III, la sposa era stata imprigionata dallo zio Guglielmo che a quella cospicua eredità mirava. Federico sfruttò  l'occasione per eleggersene paladino: la liberò e la sposò nel giugno del 1156, a Würzburg.

Si trattò di una solida unione d'amore e non solo di un contratto politico: Beatrice fu parte sostanziale della sua vita privata e pubblica, politica e sociale e, assieme agli otto figli maschi ed alle due femmine che mise al mondo, fu presente accanto al marito anche nelle campagne militari.

Consapevole fin da subito che la forza centrifuga delle diverse tradizioni interne all'Impero non avrebbe consentito l'esercizio di un metodo uniforme di governo; animato da temperamento geniale, ma ruvido ed ostinato; perseguendo un'idea di Stato ispirata al diritto romano e giustinianeo, Federico fissò come obiettivo politico il conseguimento della sua incoronazione imperiale, per estendere autorevolezza sull'intera Cristianità; per pacificare la Germania; per riaffermare l'autorità tedesca in Italia.

Con la Chiesa, la cui visione cesaropapista era stata parzialmente ridimensionata dal concordato di Worms, entrò presto in rotta di collisione: prima per l'uso del termine Beneficium; poi per la formula del Sacratissimum Imperium: la Curia Romana, persuasa della condizione di feudalità dell'Impero, riteneva  che l'Imperatore le fosse vassallo. Egli, al contrario, applicato al proprio ruolo lo jus latino equivalente al concetto di derivazione del potere direttamente da Dio, intese rivendicare la sacralità delle sue funzioni definendosi Christus Domini. Quale prosecutore della legislazione imperiale romana fece poi inserire nel codice giustinianeo e nelle Sacrae Leges una Lex Sacra a favore dello Studium di Bologna. E, proprio in funzione delle leggi romane e per la volontà elettiva espressa dai Principi, confortato dalla convinzione della sua supremazia assoluta, esito di divina autorità, respinse vigorosamente fin da subito ogni ipotesi di subordinazione ai Papi.

Sulla base di tale convincimento e del diritto alla titolarità dell'eredità di Costantino; di Giustiniano; di Carlo Magno, che volle canonizzato dall'antiPapa Pasquale III, e di Ottone il Grande, elaborò la sua strategia politico/militare, puntando al conseguimento di quattro obiettivi: dominare la Germania e portarvi la pace; piegare la ribellione dei Comuni italiani, soprattutto nella turbolenta Lombardia; conquistare il Regno normanno di Puglia e Sicilia; imporre ai Comuni Italiani l'esazione di tributi, regalie ed  approvvigionamenti, in un colpo fondendo la legislazione antica con quella ottoniana.

Adottata una politica di larghe intese con la casa guelfa, restituì ad Enrico il Leone la Sassonia e la Baviera, revocata alla casa di Babenberg in cambio del Ducato d'Austria, a sua volta trasformato in Marca. Poi, attraverso una vigorosa ed accorta attività diplomatica, si dedicò al rafforzamento del proprio potere in Svevia e Franconia, contando sui forti legami e sulle lucide mediazioni della moglie su quel territorio.

Fornito di alleanze sicure anche in Germania meridionale, prese presto ad ignorare le prescrizioni di Worms entrando nel merito delle nomine dei Vescovi tedeschi e di fatto dando vita ad una Chiesa nazionale germanica, più proclive all'Impero che al Papato. Peraltro, consapevole della sua insufficienza culturale, nell'ambizioso proposito di restaurare l'antica potenza imperiale, si avvalse della consulenza di Legisti di Bologna che gli fornirono le norme romane utili all'instaurazione del governo assoluto e, meglio, alla certezza d'essere egli stesso forza di legge su tutti i Principi d'Europa.

Fatta valere la sua autorità in Polonia, Ungheria, Danimarca e Boemia, che elesse a Regno; definiti con sprezzo i sovrani d'Inghilterra e Francia re delle province e, come tali, a lui in subordine; adottato un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti dell' Imperatore d'Oriente e dei Normanni di Sicilia, considerati degli usurpatori in forza della convinzione che anche il Sud appartenesse all'antico Regnum Italicum, Federico rivolse la sua attenzione alle vicende italiane.

Il suo spavaldo atteggiamento urtò la Chiesa, impegnata ad esaltare i principi teocratici di Gregorio VII; indispose la corte siciliana; irrigidì l'Imperatore d'Oriente, già gelato dal sospetto che le crociate sottendessero ad un piano di espansionismo occidentale; allertò i Comuni d'Italia che, appropriatisi di prerogative imperiali, avevano preso ad esercitare sovranità locale attraverso l'elezione dei Magistrati, l'amministrazione delle imposte e l'autonoma decisione di guerra.

Di conseguenza, la complessiva freddezza delle parti politiche internazionali spogliò di grandiosità i  suoi progetti: di fatto, alla fine, lo Staufen non riuscì a piegare i Principi Europei; non tenne testa ai Normanni; non riuscì a condizionare la Chiesa; non ebbe sufficiente forza per contrastare i Comuni nei quali, favorendo un ampio fronte di coalizione, suscitò una irriducibile sete d'indipendenza ed una incontenibile smania antitedesca.

La sconfitta del suo programma fu determinata dall'imperdonabile svista politica manifestata dal rifiuto ad prendera atto  che, nel XII secolo, mentre i Paesi occidentali si avviavano ad un accentramento politico e territoriale, presupposto della formazione degli Stati Unitari a vocazione nazionale, l'Italia, pur destinata all'incremento della ricchezza per la sua felice posizione geografica, si avviava ad un irreversibile frazionamento politico ed economico.

La penisola, unica via di accesso e di scambio europeo con i porti del mar Nero, dell'Egitto, della Siria e dell'Asia Minore, viveva una favorevole congiuntura economica: la decadenza della politica araba, in aggiunta ai fermenti economici scaturiti dalle crociate, aveva consentito alle città marinare di sfruttare le nuove condizioni commerciali, mentre le città interne intensificavano il commercio di transito. Proficui traffici di seta, lana e metalli avevano incrementato capitali e sviluppato l'artigianato, montando il volume dell'industria e della produzione terriera. Ne era derivato un rilevante potere monetario delle città di Firenze, Siena, Pisa, Venezia e Milano ed una significativa crescita delle regioni del Mezzogiorno, ove una monarchia accentratrice si affacciava incontrastata verso l'Africa e l'Epiro. Alla circolazione del denaro, peraltro, aveva fatto seguito l'insorgenza di nuovi ceti sociali; di nuovi rapporti giuridici; di conflitti fra le città ed il contado; di lotte delle città coi Vescovi; di rivalità egemoniche delle città fra loro; di duri contrasti, infine, fra fazioni interne alle stesse città nei territori a Nord di San Pietro, ovvero giuridicamente nel Regno d'Italia ove sempre più debole si faceva l'autorità tedesca. Proprio il Regno d'Italia, parte del Sacro Romano Impero, era venuto in definitiva trasformandosi in campo ove raccogliere tributi alla sovranità dai Comuni e dai feudatari; in via per l'Oriente e, infine, in terreno di scontro dei Papi, sottesi ad affermare i diritti della potestà civile universale. La frantumazione sociale e politica della penisola, motivata dall'assenza di omogeneità etnica e di sentimento nazionale, indusse Federico, incapace di ammorbidire le proprie pretese e di adeguarsi ai tempi, a ritenere di poter facilmente ricorrere all'uso della forza per restaurare il proprio potere. Infine, sullo sfondo delle aspre frizioni col Papato, altri complessi nodi condizionarono le sue ambizioni: la monarchia tedesca, diversamente da quella siciliana, era itinerante; disponeva d'una amministrazione centrale insufficiente e d'una legislazione tanto aggrovigliata e confusa, nella mescolanza di consuetudini romane e germaniche, da risultare soccombente rispetto alle ambizioni autonomistiche di Milano e dei Comuni Lombardi.

Nel corso dei trentatré anni in cui ebbe netta in sé la certezza della Traslatio Imperii, il Barbarossa scese sei volte in Italia, per ripristinarvi l'ordine e sedare le ribellioni, finché a Legnano, il 29 maggio del 1176, la coalizione delle città libere italiane, col sostegno del Papa e dell'Imperatore di Costantinopoli, umiliò le sue velleità ed i suoi eserciti.

Egli aveva ignorato che alle spalle della sua ascesa al trono, importanti eventi politici avevano mutato il volto dell'Europa: un movimento riformistico, sorto nel decimo secolo nell'abbazia di Cluny e ramificatosi in Italia e Germania, si era battuto con impegno per ricondurre il monachesimo agli antichi ideali ed affrancarlo dalla simonia e dalla diffusa pratica del concubinato. Nel 1056, poi, in coincidenza con la morte di Enrico III il Nero, che aveva esteso l'autorità tedesca su Borgogna, Ungheria, Polonia ed Italia e che aveva posto fine all'età ferrea della Chiesa, era maturato il contrasto fra Papato ed Impero: i Papi si erano sganciati dalla soggezione agli Imperatori e, attraverso Niccolò II, autore di un rigido neoriformismo, nel 1059 erano maturate posizioni spiccatamente teocratiche, ratificate dal Terzo Concilio lateranense: elezione autonoma del Pontefice; egemonia assoluta e potere universale della Chiesa, con diritto di giudicare e deporre i sovrani. Princìpi poi riconfermati da Gregorio VII, il quale avviò il furioso conflitto fra potenze col sinodo del 1074, rilanciando il programma di riforme di Niccolò ed eccitando il popolo contro i preti concubinari, e col sinodo del 1075 dichiarando decaduto l'Imperatore Enrico IV. La lotta era continuata con i suoi successori: Urbano II e Pasquale II, il quale concluse con l'Imperatore Enrico V il trattato di Sutri del 1111: la Chiesa avrebbe restituito tutti i feudi e i privilegi ottenuti da Carlo Magno in poi e l'Impero avrebbe rinunciato al diritto d'investitura. L'accordo fu poi revocato dalla durissima opposizione di numerosissimi dignitari ecclesiastici ed anche il nodale concilio di Worms del 1122, più che una pace si rivelò una tregua al cui interno agli Imperatori veniva riconosciuto il controllo della sfera temporale ed ai Papi la competenza sulle vicende spirituali, cui erano ancorate le crociate. Si era trattato di un tentativo di affrancarsi dalla debolezza causata dal grande scisma del 1054 e di porre, attraverso un'ascensione politico/ecclesiastica, il Papato alla testa della cristianità armata. Al concilio di Worms, aveva fatto seguito un trentennio di tregua enfatizzato dall'alleanza di Lotario II col Papato, contro i Normanni di Sicilia. Poi, nel 1143, la costituzione del Comune di Roma, contro Innocenzo II ed i suoi successori, rese i Papi spesso transfughi e per tre secoli sottrasse alla Chiesa il controllo completo di Roma. In questa prima fase di conflitti sociali, Federico I per due volte sfidò duramente la Curia Romana: sostenendo il Papa scismatico Vittore IV contro il legittimo Alessandro III; puntando all'asse siculo/tedesco, attraverso le nozze del figlio Enrico VI con la normanna Costanza d'Hauteville. Così, il suo mandato fu caratterizzato da insistenti turbolenze: le preclusioni manifestate nella Dieta di Roncaglia, circa la nomina dei consoli cittadini; il rifiuto di apertura a qualsiasi rivendicazione comunale; lo scontro aperto con la Chiesa e l'appoggio incautamente fornito all'antiPapa Vittore IV; la profonda avversione e diffidenza per i Bizantini, maturate durante la giovanile esperienza di crociato; l'insanabile rivalità col cugino guelfo Enrico il Leone, sostenuto da vari strati sociali della Germania, furono l'humus della sua complessiva disfatta. Nel giro di sette anni, la sua sconfitta militare si sarebbe trasformata in fallimento anche politico: costretto a riconoscere la legittimità della Lega Lombarda; ad accettare l'elezione autonoma dei Magistrati nei Comuni; a concedere una serie di privilegi e libertà limitanti il suo potere al solo d'investitura, egli dovette prendere coscienza che a Costanza era venuta affermandosi la presenza di ceti nuovi, ingovernabili col ricorso alle armi: Borghesia e Popolo, in grado di piegare la sua volontà e di opporsi con determinazione alle sue prescrizioni, fino a rimpiazzare il regno d'Italia con la realtà comunale, autonoma in termini politici, amministrativi ed economici. I propositi espansionistici svevi, tuttavia, non vennero ridotti dalle proporzioni pur ampie di tali eventi: Federico avrebbe accettato il verdetto delle controparti e sostituito la politica della forza con quella della duttilità, badando a tenere coese le alleanze italiane col marchese di Monferrato, in Piemonte; col Patriarca di Aquileia, in Veneto; con la Grande Feudalità, in Toscana ed a Spoleto.

In quella fase primeggiava a Roma il monaco ribelle Arnaldo da Brescia, capo ed ispiratore d'una sollevazione popolare di tipo repubblicano. Fermenti e tensioni civili, dopo la morte di Papa Eugenio III e dopo il breve pontificato di Anastasio IV, avevano costretto il nuovo Pontefice Adriano IV, al secolo l'inglese Nicola Breakspear, a fuggire da Roma e a riparare in Orvieto.

ll clima di ribellione e rivolte esasperate da Arnaldo poneva in pericolo tutte le istituzioni religiose, con gravi pregiudizi sociali e politici. Il ricorso papale all'interdetto sull'Urbe produsse l'effetto auspicato: Arnaldo fu espulso dalla città. Lo Staufen, che si era acquartierato in Lombardia, ritenne propizia l'occasione per intervenire ricavandone un qualche vantaggio. Con Eugenio III aveva convenuto un patto di assistenza ora riproponibile ad Adriano: se il Pontefice lo avesse cinto della corona imperiale, egli lo avrebbe protetto dai torbidi del Comune Romano; dai nuovi progetti insurrezionali di Arnaldo e dal potente e pericoloso Re di Sicilia Guglielmo I. Il Papa abboccò. Incoronato a Pavia nell'ottobre del 1154 e consapevole delle difficoltà di restaurare l'autorità imperiale messa in crisi dalla provocatoria condotta dei Milanesi, che minacciavano di sottomettere l'intera Lombardia, Federico convocò una Dieta a Roncaglia, presso  Piacenza: vi proclamò un editto di pace, ma non trascurò di emanare draconiane sanzioni contro chiunque avesse sfidato la sua autorità. A fronte, poi, delle lagnanze denunciate dai Signori di feudo e dai Comuni minori contro la  spavalderia di Milano, emise un decreto di revoca di tutte le usurpazioni dei diritti imperiali compiute dal tempo di Enrico IV in poi e, ritenendolo un monito utile, nell'aprile del 1155 assediò e distrusse Tortona, Asti e Chieri, successivamente ceduta al marchese di Monferrato.

Ora che l'ordine sembrava ripristinato, mosse verso Roma. Incontrato il Primate romano a Viterbo, vi rinnovò l'accordo concluso con Eugenio ma, con temperamentale dirompenza, rifiutò di reggergli la staffa e di tenere per la briglia la sua cavalcatura. L'incidente diplomatico provocò una rissa fra Cardinali e vassalli del Regno ed il partito repubblicano colse l'occasione per sfruttare a suo vantaggio la frizione fra le parti: se l'Imperatore avesse spezzato il giogo del Papato e restituito l'Urbe al suo antico fasto; se avesse provato alla storia di essere in grado di rilanciare la grandiosità romana; se avesse fatto dono al Popolo di una cospicua somma di denaro; se avesse promesso di rispettare le antiche libertà ed i privilegi cittadini, avrebbe ottenuto dal Senato il titolo di Augusto.

Egli ignorò ogni profferta e concorse a fare di Arnaldo, catturato e giustiziato, la prima vittima.

Sulla via del ritorno verso Nord, non pago del risultato conseguito e vittima della sua stessa passionalità, fece poi saccheggiare Spoleto e pubblicò un'ulteriore sentenza contro Milano. Ma una rivolta dei feudatari tedeschi lo indusse a marce forzate verso la Germania.

Lasciando l'Italia, egli portava seco un ampio ventaglio di alleati sicuri: Pavia, Cremona e varie altre città in competizione con Milano. Il precipitoso ritorno in patria ed il successivo impegno profuso nella difficile questione tedesca, indusse, invece, la Curia di Roma a sentirsi politicamente isolata, al punto da voltargli le spalle; da scendere a patti con i Normanni di Sicilia e da concedere al Re Guglielmo I l'investitura del Regno, fino a Napoli e Capua.

La circostanza si presentò allo Svevo come una violazione degli accordi raggiunti: l'intesa fra Adriano e l'inviso sovrano del Sud, a margine della provocatoria condotta espressa dai Milanesi con la riedificazione di Tortona, lo irritarono profondamente: era maturato il momento per una nuova spedizione in Italia.

Nel 1158, sostenuto da imponenti forze militari e da contingenti dei feudatari e dei Comuni italiani alleati della Corona, sottomise Brescia; fece ricostruire Lodi e cinse d'assedio Milano imponendole, fra le clausole della resa, il riconoscimento dell'approvazione imperiale per la nomina dei consoli e la rinuncia alla supremazia su Como e Lodi.

Nella Dieta di Roncaglia, l'undici novembre dello stesso anno, regolò giuridicamente le posizioni dei Signori e delle città, facendo elaborare il testo del trattato ai più insigni giuristi di Bologna: Bulgaro, Martino, Jacopo. Da quel momento, ogni violazione dell'ordine pubblico sarebbe stata considerata un attentato e, come tale, duramente punita. Fra le norme emanate: la definizione delle regalie e dei compensi spettanti al Re ed all'Imperatore nell'amministrazione di città e territori; il diritto esclusivamente sovrano di costituzione di Ducati, Contee e Marche e di nomina dei consoli cittadini; la competenza  nell'amministrazione della giustizia; i termini di conio della moneta e di riscossione dei pedaggi e tasse portuali; la proibizione di guerre private fra città; il veto di associazione in leghe; il diritto di esazione dei gettiti delle miniere, delle dogane, delle imposte e dei dazi, assieme a quello di fodrum, ovvero approvvigionamento in natura di quanto necessario alle truppe imperiali in movimento.

Le decisioni di Roncaglia suscitarono la dura reazione di Milano e Crema che espulsero Cancellieri e Podestà di nomina federiciana. Parallelamente il Pontificato Romano, che aveva incoraggiato la rivolta milanese, inasprì le ragioni del conflitto accusando lo Staufen di protervia, nel proposito di far valere le sue prerogative sui Vescovi e sulle terre pontificie, fino a rivendicare diritti anche su Roma.

La pericolosissima crisi irrigidì i rapporti fra le Cancellerie ma, all'acme del contrasto, il Papa morì: era il primo settembre del 1159. La insostenibilità del dissidio con la Chiesa aveva aperto un lacerante scisma in Germania: mentre un'ampia fazione si era dichiarata favorevole ad Adriano, lo Staufen aveva ritenuto di potere ripianare le divisioni tedesche con una terza spedizione in Italia, ove aspirava a contrastare i Normanni di Sicilia, col sostegno dei Genovesi e dei Pisani.

Il progetto fu vanificato da una improvvisa malattia che lo costrinse a rinunciare all'impresa. Il che inasprì la tensione fra Impero e Curia Romana, non attenuandola neppure con la resa di Crema, capitolata e distrutta nel gennaio del 1160, dopo sei mesi di ostinata resistenza. Il clima, anzi, si arroventò quando il conclave elesse Alessandro III, al secolo il cardinale Rolando Bendinelli, già cancelliere di Adriano, di contro alla designazione di minoranza avanzata dall’Imperatore nella persona di un suo parente: il Cardinale Ottaviano, eletto antiPapa col nome di Vittore IV.

Scomuniche vicendevoli e violente polemiche animarono le parti finché, per prevenire aperte accuse d'interferenza, Federico propose una soluzione finale alla duplice elezione, in un concilio da tenersi a Pavia. L'antiPapa vi fu confermato mentre Alessandro, non riconoscendo nella decisione la competenza del Sovrano, gli irrogò la scomunica estendendola a tutte le città a lui fedeli.

La guerra era aperta.

Con i ghibellini tedeschi si schierarono le città di Novara, Lodi, Cremona e Como.

Sul fronte opposto: Milano e Brescia.

La prima scaramuccia fu dell'agosto del 1160: Federico vi fu pianto per morto mentre rinvigoriti, i Milanesi avviarono la ricostruzione di Crema.

Dopo mesi di apparente tregua, nel 1161, rinforzato da imponenti contingenti, Federico aggredì Milano e la tenne in un drammatico assedio fino a ridurla alla fame ed alla resa, il primo marzo del 1162. Devastata la città, egli impose l'applicazione delle norme sancite a Roncaglia, a partire dal reinsediamento dei Podestà imperiali nelle sottomesse Piacenza, Brescia e Bologna.

In una manciata di giorni, la più potente e ribelle città italiana era stata messa al sacco ed umiliata: era l'apogeo della potenza tedesca.

Davvero non v'erano forze che sembrassero capaci di opporsi al Barbarossa: dalla Danimarca, financo Valdemaro il Grande si presentò a rendergli omaggio. Papa Alessandro aveva intanto abbandonato Roma, riparando presso la Corte di Luigi VII ed assicurandosi, col sinodo di Tolosa, la solidarietà dei Sovrani d'Occidente e dell'Imperatore  d'Oriente.

Ma lo Svevo guardava al Nord/Est europeo: rilanciando il progetto di Enrico l'Uccellatore, intendeva ampliare le frontiere della Germania.

Realizzò il primo affondo con la conquista delle terre dei Vendi, situate fra l'Elba e l'Oder e sulle quali regnava il Margravio Alberto l'Orso, aspirante ad arricchirsi a spese degli Slavi. Poi fu la volta dell'Holstein, del Mecklemburgo e della Pomerania, in un'azione di germanizzazione che non aveva conosciuto tregua e che era stata efficacemente condotta da Enrico il Leone.

Intanto, era morto Vittore IV: gli era succeduto Guido da Crema, col nome di Pasquale III e, poco più tardi, un altro antipapa: Callisto III. Gli odi seguitarono a covare e, fra il 1163 ed il 1164, la riscossa antiimperiale era ormai pronta: con l'appoggio di Venezia ed in aperta violazione delle norme di Roncaglia, si era costituita la Lega Veronese, consistente del blocco delle città di Verona, Treviso, Vicenza e Padova. Parallelamente, nel Regno di Sicilia moriva Guglielmo I e gli succedeva al trono, sotto tutela materna, Guglielmo II.

Il Papa, sentendosi sempre più minacciato dalla crescente autorità imperiale, cercò nuove alleanze e, più che sui Re siciliani, condizionati da violenti contrasti con le Baronie locali, puntò alla solidarietà del potente Manuele Comneno.

L'Imperatore d'Oriente era un uomo assai accorto: tentando di sfruttare la debolezza papale, rilanciò l'offerta di protezione proponendo la riunione delle due Chiese, a patto di riceverne in cambio anche la corona d'Occidente. La esosa pretesa venne sdegnosamente respinta: meglio porre i due Imperatori l'uno contro l'altro ed aspettare a schierarsi.

Le tensioni ribollivano: i Bizantini, fin dal 1157, avevano occupato Ancona per riprendere l'Esarcato. La sola ipotesi di un sodalizio fra essi ed il Papato, indusse Federico a ritenere giusta l'ora per esautorare Comneno ed organizzare la quarta spedizione italiana.

Era il 1166.

Rafforzatesi in Emilia, a margine della Dieta di Lodi, le truppe tedesche cinsero d'assedio Ancona. Poco dopo, la reazione: Cremona entrava in lega con Mantova, Brescia, Bergamo e  Milano. La granitica coalizione si sarebbe ufficializzata a Pontida, nel 1167.

Lo Staufen, preferendo ignorare la provocazione leghista, marciò verso Sud e, incoronato nuovamente dall'antipapa Pasquale, si accordò col Comune di Roma mettendo in fuga Alessandro e costringendolo a riparare in Benevento.

Il diffondersi di un'epidemia costrinse però le truppe imperiali a rivolgersi verso Nord mentre, nel dicembre del 1167, Lega Lombarda e Lega Veronese si fondevano.

Alla causa sveva erano restate saldamente fedeli solo Pavia  e Como: risorse troppo esigue, perché si potesse fronteggiare l'ostilità antitedesca serpeggiante nella penisola. Insicuro, Federico lasciò l'Italia nel 1168 attraverso il valico del Moncenisio e restò in Germania nei successivi sei anni, durante i quali intensificò i preparativi per una nuova e poderosa campagna militare; fece eleggere Re il figlio Enrico e rafforzò i rapporti con il potentissimo cugino Enrico il Leone.

Pesanti nubi, tuttavia, si addensavano sui cieli italiani: compattando il fronte della disobbedienza, la Lega aveva fatto sodalizio col Papa, col Sovrano di Sicilia, con l'Imperatore d'Oriente, con le città di Como e Novara, col Marchese Malaspina di Lunigiana e col Conte di Biandrate.

La scintilla per un nuovo e dirompente conflitto venne innescata dai Milanesi che, dopo aver attaccato Pavia e la Marca del Monferrato, nel 1168 fondarono Alessandria, così chiamandola in onore del Papa. La intollerabile provocazione fu aggravata da un ulteriore colpo di scena: la rottura dei rapporti fra Manuele Comneno e Venezia. Tempestivamente accettando l'apertura di trattative fra la Serenissima ed il Cancelliere magontino Cristiano per un congiunto assedio di Ancona, lo Staufen maturò la quinta discesa in Italia. Ora, contava sull'appoggio del Conte di Savoia, del Marchese del Monferrato e della ghibellina Pavia, mentre proprio Cristiano controllava la Toscana, lasciata da Guelfo in eredità all'Impero, in assenza di eredi diretti.

Il Papa era di nuovo fuggito da Roma quando gli eserciti tedeschi, occupato il Nord peninsulare, avevano incendiato Susa, preso Asti ed assediato Alessandria. Bisognò attendere la settimana di Pasqua del 1175, perché le parti in conflitto, sfiancate dall' attesa e dalla reciprocità delle minacce, giungessero all'armistizio di Montebello.

I negoziati, tuttavia, fallirono per la imprevedibile defezione di Enrico il Leone.

La circostanza, rendendo insufficienti i rinforzi giunti dalla Germania a supporto del Barbarossa, si rivelò causa del drammatico esito della battaglia di Legnano del ventinove maggio 1176, nella quale la Compagnia della Morte, appoggiata dal Papato, si difese fino allo stremo attorno al carroccio, mentre gli Imperiali in rotta riparavano a Pavia.

Il carro simboleggiò la umiliante sconfitta dei Tedeschi; minò la credibilità internazionale dell'Imperatore e scatenò gravissime ripercussioni politiche: era ora che egli abbandonasse la infruttuosa causa dell'antiPapa; che  riconoscesse il legittimo Pontefice; che rinunciasse al Prefetto imperiale a Roma.

Febbrili attività diplomatiche determinarono l'accordo fra l'Impero e la Curia Romana, sgretolando la Lega e consentendo alla città di Venezia, propostasi mediatrice, di promuovere un incontro fra Federico, il Primate di Roma e i delegati del Re di Sicilia e di varie città lombarde. Dopo i preliminari di Anagni del 1176, si pervenne alla tregua sottoscritta a Venezia nel 1177: l'umiliazione dello Svevo fu la premessa alla teocrazia romana.

Benché rassicurato da un apparente clima di pace, egli era furente. Aveva fretta solo di rientrare in Germania, ove intendeva pareggiare i conti ad Enrico il Leone, responsabile della sua disfatta politica e militare: lo fece processare dalla Corte di Giustizia Tedesca che, dichiarandolo decaduto da tutti i suoi feudi, lo bandì dall'Impero.

Finalmente placato il desiderio di vendetta, Federico poté dedicarsi al definitivo accordo internazionale siglato a Costanza, il venticinque giugno del 1183: vi fu costretto a riconoscervi la Lega, ma compensò il danno guadagnandosi il diritto di fodro. Cedendo, tuttavia, ai Comuni la pretesa autonomia e la riduzione degli obblighi feudali, gradualmente estesi anche a città estranee alla Lega medesima, finì con lo spianare la via al regime comunale. E non fu il solo a pagare un alto pedaggio alla politica delle intese: in quella assise cui mancò Papa Alessandro, deceduto da due anni, fu ratificato il riconoscimento del Comune di Roma in cambio della restituzione di San Pietro e delle regalie.

Il nuovo clima di distensione aprì una stagione d'intensa amicizia fra i Milanesi e la Corte tedesca e, profittando dei contrasti esplosi fra Guglielmo II di Sicilia e l'Imperatore d'Oriente, lo Staufen pianificò il suo sesto viaggio in Italia, forte del duplice esito emerso dall'incontro di Costanza: il trattato di Reggio dell'undici febbraio del 1185, col quale veniva concessa libertà di governo al Comune di Milano, in cambio di un tributo annuo all'Impero; quel capolavoro diplomatico che furono le nozze progettate fra l'erede al trono tedesco Enrico VI detto il Crudele, incoronato già Re col titolo di Cesare ed associato all'Impero, e Costanza d'Altavilla, figlia postuma di Ruggero II di Sicilia e della sua terza moglie, Beatrice di Rethel.

L'alleanza fra i due grandi Sovrani scaturiva da un precedente incidente internazionale: nel 1172,  Guglielmo si era recato a Taranto per ricevervi la sua sposa Maria figlia di Manuele Comneno, la cui mano gli era stata concessa fin dal 1166. Ma ella non giunse mai.

In reazione all'affronto, il Re siciliano aveva stipulato un'intesa con Genova ed un'alleanza con Venezia. Ora, il recente accordo col Barbarossa restituiva onore alla sua corona: il fidanzamento  di Costanza ed Enrico era stato annunciato nella Dieta di Augusta del ventinove ottobre 1184.

La principessa era la pedina che anche Federico I intendeva utilizzare per condizionare la Chiesa, allarmata dal pericolo d'una alleanza germanico/ normanna.

Papa Urbano III, al secolo il milanese Umberto Crivelli, risentito tentò di contrastare quel patto nuziale che minacciava di rendere possibile quanto la forza delle armi non aveva potuto: la temuta unione di Regno ed Impero, in grado di strozzare geograficamente e politicamente il territorio della Chiesa.

Per lo Svevo, l'evento si trasformò nel trionfo della sua geniale lungimiranza politica: la Principessa avrebbe assicurato al trono tedesco la dote della ambìta corona siciliana. L'isola, diventando il più forte punto d'appoggio per l'egemonismo imperiale, avrebbe consentito alle aquile staufiche di solcare indomite il Mediterraneo e di stringere il Papato da ogni parte dei suoi confini.

In questa prospettiva, egli scelse Milano come sede di celebrazione: attraverso le fastose nozze, intendeva amplificare il significato della conseguita intesa con i Lombardi; riaffermare il proprio credito in Italia; mandare alla Curia Romana un segnale di potenza e di forza; saldarsi in parentela con gli invisi ed irriducibili Altavilla, contro i quali la minaccia dell'uso delle armi si era mostrata insufficiente; porre un'ipoteca ereditaria sul prestigioso territorio meridionale, cerniera dei grandi movimenti economici e commerciali con l'Oriente. Quella unione, in definitiva, perseguiva un piano di ripristino ed espansione delle prerogative imperiali: prima fra tutte, l'affermazione di un principio di autorità in grado di condizionare le ribellioni delle varie città del Nord italiano, pacificate a prezzo di difficili e sofferti negoziati, e capace di inclinare la Curia di Roma al rispetto degli Hohenstaufen.

Anche il Re di Sicilia aveva valutato i vantaggi conseguenti a quel singolare apparentamento familiare: l'avere concesso a Costanza, forse suora virginiana, di tornare alla vita civile e previa dispensa papale di assumere le responsabilità politiche della successione, in totale sprezzo delle fazioni antitedesche presenti nell'isola, era una felice occasione per sganciare il suo Regno dallo storico vassallaggio al Papa. Peraltro, fin dall'estate del 1185 nella Dieta di Troia, Guglielmo aveva ottenuto che Tancredi di Lecce, Ruggero di Andria e Matteo d'Ajello giurassero di riconoscere la successione ereditaria di Costanza, ove egli fosse morto senza eredi diretti.

Al Papa non sarebbe restato che incassare il colpo per non aprire un duplice e difficile fronte di lotta: da una parte contro Federico, le cui autorità era ormai incontenibile; dall'altra contro Guglielmo, il cui territorio già dal 1186 era divenuto teatro di sanguinosi scontri, per la reazione proprio di quelle ampie fazioni ostili ad un Sovrano tedesco e apertamente in contrasto con quel matrimonio.

Assorbita la sconfitta, la Chiesa avrebbe trovato più proficuo fomentare la ribellione isolana e, allarmata dal pericolo espresso dal vincolo fra le potenti casate di Hohenstaufen ed Hauteville e dalla sostanziale minaccia di un unico Stato forte, a Nord e a Sud del patrimonio pontificio, avrebbe guidato i fermenti indipendentisti siculi ostili alla titolarità di Costanza, in direzione di una successione elettiva non ereditaria.

Sprezzante del dissenso papale, il ventisette gennaio del 1186 nella suggestiva cornice della chiesa di sant'Ambrogio di Milano, la accorta regìa di Federico I celebrò il suo totale e definitivo trionfo: lo spettacolare lusso della cerimonia nuziale, incorniciata da una massiccia partecipazione popolare, rivelò tutta la sfrenata ed atavica ambizione a porre sotto il giogo germanico le popolazioni meridionali.

La Principessa era stata scortata da Re Guglielmo fino a Salerno. A Rieti, era stata poi accolta da un delegato di Enrico, trattenuto ancora a Spira dai funerali di sua madre.

Gli sposi, incontratisi per la prima volta a Foligno, mossero alla volta di Pavia, ove festeggiarono il Natale. Non contò che essi non avessero il sostegno dell'amore, nella vita privata: separati da una considerevole differenza di età, egli era appena ventenne ed essa trentunenne; comunque formati a culture diverse, essi avevano solo indirettamente concorso alla stipula di un saldo patto politico convenuto fra l'Imperatore tedesco ed il Sovrano di Sicilia.

Il Patriarca Goffredo d'Aquileia, assistito nella celebrazione dal Vescovo di Vienna, cinse Costanza della corona imperiale dei Longobardi e la coppia sfilò lungo le vie cittadine, preceduta da centocinquanta muli carichi della dote: oro, gioielli, stoffe, arredi preziosi e quant'altro evidenziasse l'appartenenza semi/orientale della erede della prestigiosa corona siciliana.

La reazione del Papa non si fece attendere: emanato l'interdetto contro l'officiante, che a suo parere aveva scantonato dalle proprie competenze territoriali ed esaltato la tracotanza sveva, egli estrasse dal Diritto Romano ed avocato a sé la prerogativa di intervenire nella nomina dei Re. Morto Guglielmo, agitando poi il pretesto della difesa dell'ereditarietà legittima del trono, venne allo scoperto guidando le Baronie nella designazione dell'unico normanno titolare della contesa successione ed individuandolo nel nipote illegittimo di Ruggero II: il Conte leccese Tancredi. Egli godeva di gran seguito sulla parte peninsulare del Regno, per effetto della parentela col Conte Riccardo d'Acerra, del quale aveva sposato la sorella Sibilla. Tuttavia, spiazzando i propositi papali ed aggravando il clima di generale destabilizzazione istituzionale, un altro pretendente  s’era fatto avanti per rivendicare il diritto a quel trono: il potentissimo e ricchissimo Conte Ruggero di Andria e Minervino, discendente del ramo di Ruggero Borsa

I cinque anni, che fecero seguito agli eventi determinatisi nel Regno di Sicilia, a partire dalla morte di Guglielmo e dalle nozze di Enrico e Costanza, furono terribili: Tancredi e Ruggero, contendendosi il trono spettante alla Principessa siciliana ed all’Imperatore tedesco, accesero disordini, tensioni civili e scontri violenti fra fazioni. Il drammatico conflitto si sarebbe risolto solo il ventisei novembre del 1191, con la decapitazione di Ruggero che, sconfitto e preso prigioniero sull'Agri, invano invocò il sostegno e la protezione di Enrico VI, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità dell'incoronazione di Tancredi.

Il vecchio Staufen, indifferente ai torbidi che squassavano la Sicilia, intanto, godeva del suo grandioso successo personale e politico: quella manifestazione di potenza che erano state le nozze più prestigiose del Medio Evo avrebbe presto toccato il suo più alto momento, con la sua adesione alla nuova crociata. La liberazione dei luoghi santi dagli infedeli, lo avrebbe riscattato dalle precedenti sconfitte e vestito di quella immagine di paladino della Cristianità destinata a consegnarlo alla Storia come uomo di pace e di giustizia.

L'impellenza della ulteriore campagna in Terra Santa affondava radici in ragioni politiche assai complesse. L'intensificarsi delle ostilità fra feudatari; la decadenza del Regno di Gerusalemme, motivata dalle frequenti incursioni dei Sultani di Aleppo e Damasco; le discordie fra Ordini Cavallereschi, accentuavano la precaria stabilità del territorio. Fra il 1174 ed il 1193, l’ufficiale del sultanato di Damasco Yussuf Ibn Ayyub aveva occupato l'Egitto e rovesciato la dinastia dei Fatimiti, unendo sotto di sé tutti i territori della Siria e Mesopotamia.

Di origine curda, assunto il nome di Salah ad Din -il cui significato letterale è fortezza della fede-  egli è considerato uno straordinario eroe della storia araba: aveva unito sotto il suo sultanato Siria ed Egitto e nel 1187 aveva cacciato i Cristiani da Gerusalemme; era stato un fine politico, un appassionato intellettuale ed un uomo generoso: comunque il prototipo della cortesia cavalleresca dell'epoca.

Il Saladino forse non avrebbe mai attaccato la Città Santa se i Cristiani non lo avessero proditoriamente assalito nel 1177. La reazione, feroce e brutale, si era consumata il quattro luglio del 1187 col tremendo massacro di Hattin, alle porte di Tiberiade, ove era stato tratto prigioniero anche il Re Guido di Lusignano. L'episodio era stato stigmatizzato dal Pontefice con la Bolla Audita Tremendi, promulgata a Ferrara il ventinove ottobre successivo.

La Cristianità era in ginocchio.

Papa Clemente III, lungi dal valutare la errata condotta politica dei suoi fedeli in Terra d'Oriente, ritenne giusto il ricorso alle armi e rivolse il suo accorato appello a tutti i Sovrani cristiani d'occidente.

Il ventisette marzo del 1188 a Magonza, con plateale slancio, Federico I di Hohenstaufen accolse l'invito; prese dalle mani del Legato Pontificio la Croce; allestì il più imponente contingente militare che fosse mai partito per l'Oriente; vestì i panni di crociato e si qualificò alfiere della pace, riuscendo a conciliare gli odi di Riccardo d'Inghilterra e di Filippo Augusto II di Francia, nello sforzo e nell'impegno comune ad una grande manifestazione della potenza militare occidentale.

Prima di affidare la reggenza imperiale ad Enrico VI, egli ricevette a Norimberga un'ambasceria bizantina composta da Giovanni Dukas e Costantino Cantacuzeno, per concordare il percorso nei territori dell'Imperatore Isacco Angelo. Poi, nel maggio del 1189 partì da Ratisbona in compagnia di centomila uomini e del figlio minore, il Duca Federico di Svevia, puntando sull'Ungheria, ove travolse l'opposizione del Saladino. Una volta a Belgrado, strinse rapporti con Stefano Nemanya, Principe di Serbia, ed allacciò relazioni amichevoli con i capi della rivolta bulgara: Vlach, Pietro, Asen e Ivan. Occupata Didymotichon, in Tracia, ne fece la base logistica dell'attività militare e poi si trasferì ad Adrianopoli, ove trascorse l'inverno.

Nel suo passaggio verso l'Asia, spalleggiato dall'armata siciliana, capeggiata dall'ammiraglio Margarito di Bari, sconfisse anche il Sultano di Iconio e si unì ai contingenti crociati sbarcati in Siria, ripercorrendo le tappe che erano state di Alessandro Magno.

Il ventisette aprile del 1190 fu a Laodicea ed il diciassette maggio entrò trionfante in Konya.

Nel giugno successivo, avrebbe schiacciato i Turchi se, durante il guado del fiume Calicadno, nella sterminata piana di Selucia, non fosse annegato esponendo il suo successore ad implicazioni ereditarie assai complesse.

La morte, incontrata nel corso della campagna di riconquista della Terra Santa, dopo trentacinque anni di governo, inserì Federico I il Barbarossa nel ciclo delle leggende tedesche dei grandi eroi, come Padre della Patria; come restauratore della giustizia; come uomo di arte e di cultura; come simbolo di pace.

Il comando dell'armata tedesca in Terra Santa fu assunto dal figlio: il popolare Duca Federico. Al prezzo di gravi perdite e con faticoso impegno militare, egli portò i suoi crociati in Siria, ove li congiunse a quelli di rincalzo francesi ed inglesi. Tuttavia, appena posto l'assedio a San Giovanni d'Acri, fu mortalmente aggredito dalla peste. 

La sua tragica fine accendeva i riflettori sul germano Enrico VI.

Bibliografia.

C. Grimberg, Storia universale ( IV vol.)
E. Momigliano, Federico Barbarossa
G. Scherr, Duemila anni di vita tedesca

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


Link Utili


Federico I di Svevia detto il Barbarossa
Federico I e le disce in Italia
Federico Barbarossa terrore e speranza per i genovesi
A Frassinoro il diploma restaurato dell'imperatore Federico Barbarossa
La tomba dei magi e le stelle a otto punte
La battaglia di Legnano
Friedrich I
Frederick I (Barbarossa)
Federico I del Sacro Romano Impero (Wikipedia)

© 2002 - 2005 ACIM