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Francesco I di Valois
di Ornella Mariani
Ritratto di Francesco I, 1525 circa.

Dotato di aspetto assai gradevole e di intelligenza pronta e vivace; portatore di profonda cultura ispirata anche ai princìpi cavallereschi del tempo; figlio di Carlo di Valois e di Luisa di Savoia; Sovrano di Francia dal 1515 alla morte, Francesco I nacque a Cognac il 12 settembre del 1494 e si spense a Rambouillet il 31 marzo del 1547: fu il primo Re della dinastia Angoulême, estinta nel 1589.
Orfano del padre nella prima infanzia, fu allevato ed istruito da Cristoforo Numai da Forlì, confessore della madre, e l'8 maggio del 1514 sposò Claudia, figlia di Luigi XII della casa d'Orléans e della Duchessa Anna di Bretagna: poichè costui restò privo di prole maschia e vigeva in Francia la Lege salica, quale Duca di Angoulême Francesco divenne Reggente ma non riuscì mai ad ottenere l'ambìta investitura imperiale, poiché nel 1519 Carlo V d'Asburgo corruppe il Grande Elettorato col denaro del Banchiere tedesco Jakob Fugger.
Fu allora che, per effetto della discendenza da Valentina Visconti, egli rivendicò il diritto su Milano come retaggio familiare, facendo propria una pretesa trentennale: nel 1515, pertanto, si armò e scese in Italia conducendovi una lunga e sanguinosa campagna militare.
Il 13 settembre di quell'anno, alla testa di una coalizione franco/veneziana, infatti, si scontrò con l'esercito elvetico asservito al Duca Massimiliano Sforza: la sua vittoria condizionò la politica espansionistica ducale e gli garantì il controllo della Lombardia a margine di quel conflitto che, passato alla Storia come Battaglia dei Giganti ed inserito nel contesto delle guerre della Lega di Cambrai,  si svolse fra Melegnano e san Giuliano milanese e durò due giorni.
Il sodalizio, guidato da Giulio II e scioltosi per la defezione della Chiesa, si era costituito il 10 dicembre del 1508 contro la Repubblica di Venezia e vi avevano aderito Luigi XII di Francia; Carlo III di Savoia; Massimiliano I del Sacro Romano Impero; Ferdinando II d'Aragona Re di Napoli e Sicilia; Alfonso d'Este e Francesco Gonzaga. Il trattato sanciva la spartizione dei domini veneziani assegnando al Papato le città di Ravenna, Cervia, Faenza e Rimini oltre ai territori di Imola e Cesena; all'Impero le città di Padova, Vicenza, Verona, Rovereto, Treviso, il Friuli e l'Istria; alla Francia le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona e Ghiera d'Adda;   alla Spagna e al Regno di Napoli le città di Trani, Brindisi, Otranto e Gallipoli; all'Ungheria e al Ducato di Savoia, se avessero aderito al trattato, rispettivamente la Dalmazia e Cipro.
Venezia ne ebbe notizia il 14 dicembre dall'Ambasciatore alla Corte francese: il conflitto durò dal 1508 al 1511. La Serenissima fu annientata nella Battaglia di Agnadello ed ebbe la Flotta distrutta nella Battaglia di Polesella. Nel 1510, tuttavia, il Papa ritenne che la Francia rappresentasse per la stabilità dell'Italia una minaccia ben più grave di quella espressa dalla Repubblica con la quale si alleò abbandonando la Lega. Nell'anno successivo, anche Spagna ed Impero recedettero dagli impegni e si riunirono contro la Francia in Prima Lega Santa, assieme ai Veneziani, ad Enrico VIII d'Inghilterra, agli Spagnoli ed ai Cantoni Elvetici costituendosi il 20 gennaio del 1511  contro la Francia. Nel 1512 aderì anche il Ducato di Milano ove gli Svizzeri avevano da poco restaurato il potere sforzesco insediando al soglio Massimiliano, figlio di Ludovico il Moro.
Nel 1513, morto Giulio II, Venezia uscì dal sodalizio e si alleò con i Francesi: si era alla vigilia della Battaglia di Marignano.
In campo cinquantacinquemila fra Armati francesi e Lanzichenecchi sfidarono Lombardi e Mercenari svizzeri ingaggiati dal Duca: le prime scaramucce erano maturate quando Francesco I, invece di passare dai colli del Moncenisio e del Monginevro, aveva transitato dal Colle della Maddalena spiazzando i nemici e cogliendo di sorpresa anche la Cavalleria papale, attaccata a Villafranca e messa in rotta, con grande umiliazione del suo Comandante Prospero Colonna.
Gli Elvetici, allora, avevano ripiegato su Milano ove, l'8 settembre, i Capitani dei Cantoni di Berna, Friburgo e Vallese, avevano sottoscritto un trattato col Re di Francia che, sgominato anche le truppe sforzesche, ebbe da regolare i conti a bande di Ghibellini e di briganti locali.
All'imbrunire di quel giorno, lungo il Lambro, un manipolo di Svizzeri assalì i Francesi sottraendogli molti pezzi d'artiglieria e riuscendo a ferirne il Sovrano: il cuore delloschieramento era costituito dai Cantoni di Uri, Untervaldo e Svitto, mentre a sinistra erano posizionati quelli di Basilea, Sciaffusa e Lucerna e a destra quelli di Glarona, Appenzello, San Gallo e Zurigo.
Nella formazione avversaria spiccava Gaspard de Coligny, al termine dei combattimenti investito del titolo di Maresciallo del Regno.
La mischia si protrasse fino all'alba, quando gli Elvetici decisero di acquartierarsi. Francesco ne profittò per riorganizzarsi e sollecitare il rincalzo veneziano guidato da Bartolomeo d'Alviano. Alle prime luci del giorno, costui attaccò il nemico di spalle segnando l'esito favorevole dello scontro. Le vittime furono tante che il Valois se ne commosse e fece celebrare Messe solenni di suffragio per tre giorni nella chiesa di san Giuliano ove, in seguito, fece erigere la cappella espiatoria con contiguo monastero: santa Maria della Vittoria, curata dai Padri Celestini francesi.
In campo prevalsero l'Artiglieria franca, la Cavalleria in schieramento a falange e la Fanteria elvetica; ma enorme ruolo giocarono l'uso di trincee e fortificazioni campali e l'utilizzo di armi da fuoco e balestre; per la prima volta, infine, i Picchieri dei Lanzichenecchi ressero a lungo la pressione degli omologhi svizzeri rivelando insospettabili destrezza e leggerezza.
Melegnano rappresentò la fine dell'espansionismo elvetico. Dopo una lunga serie di vittorie: sul Duca di Borgogna, contro gli Imperiali di Massimiliano d'Asburgo e contro i Francesi in Lombardia, essi non attuarono ulteriori offensive extraterritoriali e, durante la ritirata, occuparono l'area lombarda del Ticino, da allora acquisendola alla Svizzera.
Nel 1516, con la Pace di Noyon, Milano ricadde nel possesso francese e consentì a Francesco I di imporre a Leone X negoziati per il possesso di Parma e Piacenza, condotti a Bologna dal Cancelliere Antoine Duprat e conclusi con la rinuncia papale ai territori in oggetto; l'abolizione, da parte francese della Prammatica Sanzione di Bourges del 1438?; il diritto della Corona alla nomina di Vescovi e Abati cui il Primate avrebbe conferito la sola autorità spirituale, così confermando il Gallicanesimo.
Nel giugno del 1520, Francesco I ed Enrico VIII si incontrarono in Fiandra su mediazione di Thomas Wolsey, Primate di York e Lord Cancelliere, nel Campo del Drappo d'Oro: un sontuoso  accampamento. Puntando all'alleanza con l'Inghilterra nella lotta contro Carlo V, il primo tentò di combinare il matrimonio del proprio rampollo Francesco, Delfino di Francia, con Maria Tudor, figlia del secondo: non ci furono nozze; anzi, il Sovrano inglese presto sodalizzò con l'Imperatore.
L'anno successivo, l'espansionismo palesatosi col tentativo di occupare il Nord Italia e l'ansia che l'autonomia nazionale fosse in pericolo, indussero il Valois a vari scontri con Carlo V, fino ad una guerra che, pur alterna a fragili tregue, durò per tutta la sua vita.
La campagna del 1524/25 si risolse in una catastrofe: nella Battaglia di Pavia la Cavalleria francese fu messa in rotta dagli Archibugieri spagnoli e Francesco I fu catturato dai tre Cavalieri Diego d'Avila, Juan de Urbieta e Alonso Pita da Veiga; tenuto tre mesi a Pizzighettone ed una settimana in una torre dell'Abbazia della Cervara; deportato a Madrid, ove restò un anno. Liberato previo corresponsione di congruo riscatto, fu costretto a sottoscrivere l'umiliante rinuncia ad ulteriori rivendicazioni su Artois, Fiandre, Regno di Napoli, Borgogna e Ducato di Milano e a cedere i figli, a garanzia dell'onore ai patti. Tornato, tuttavia, in libertà e tutt'altro che disposto a cedere la Borgogna a Carlo V, contestò le clausole dell'intesa; ne rifiutò la ratifica e, il 22 maggio del 1526 aderì alla Lega di Cognac organizzata da Clemente VII. Il sodalizio, che riunì Papato, Monarchie inglese e francese e Repubblica di Venezia, fu anche detto Seconda Lega Santa. Esso si inserì nel contesto della guerra franco/asburgica iniziata da Massimiliano I e cessata nel 1559 con la Pace di Cateau-Cambrésis. La coalizione antiasburgica creò molti problemi all'Imperatore: vi aderirono anche Venezia, Genova, Firenze e Francesco II Sforza, con l'intento di sottrarre il Regno di Napoli agli Spagnoli affidandolo ad un Principe italiano che avrebbe pagato un canone alla Francia. Le clausole prevedevano che il Sovrano francese costituisse due eserciti da inviarsi l'uno in Lombardia e l'altro in Spagna; ma per tutto il 1526, preso dalle trattative per la liberazione dei figli, egli si astenne dal partecipare alla guerra violando gli impegni contratti con gli alleati. Il 6 maggio, pertanto, le truppe imperiali marciarono su Roma che, con la complicità del Cardinale Pompeo Colonna, i Lanzichenecchi sottoposero ad un orrendo sacco.
L'evento determinò la disfatta e lo scioglimento della Lega e costrinse Francesco ad intervenire: dopo aver riconsegnato Milano agli Sforza, nel 1528 egli tentò la conquista di Napoli; ma la peste diffusasi fra le truppe e la defezione dei Genovesi produssero la sconfitta di Aversa.
Nell'estate del 1529, pertanto, a Cambrai egli e Carlo V firmarono una nuova pace che confermava  il dominio asburgico in Italia, ma correggeva le condiizoni dell'accordo di Madrid in termini più favorevoli alla Francia, il cui Sovrano si impegnava a recedere da ogni pretesa sul Regno di Napoli e sul Ducato di Milano ottenendo per contro la liberazione dei figli e la Borgogna.
Fu in quel periodo che, ancora nel rispetto del trattato madrileno, Francesco sposò in seconde nozze Eleonora, sorella di Carlo V e vedova di Manuele I del Portogallo.
La sua politica, intanto, si era fatta sempre più spregiudicata. Tentando di avvantaggiarsi degli spinosi problemi del cognato Imperatore, pressato dalle rivendicazioni dei Principi tedeschi luterani e di Turchi ai confini, in particolare in Ungheria, si alleò col Sultano Solimano il Magnifico e con la Lega di Smalcalda.
Questa era stata costituita nella città turinga il 27 febbraio del 1531 da Filippo I d'Assia e dal Grande Elettore Giovanni Federico di Sassonia. Essi giurarono di difendersi reciprocaamente da eventuali aggressioni imperiali ed aggregarono alla causa Anhalt, Brema, Brunswick-Lüneburg, Magdeburgo, Strasburgo ed Ulma. In seguito, aderirono anche Costanza, Reutlingen, Lindau, Memmingen, Lubecca e Biberach. La Lega, cuore dell'opposizione antiasburgica, nel 1532 sodalizzò con la Francia e nel 1538 con la Danimarca e diffuse il Luteranesimo in Germania.
Maturava, intanto, la ragione per il terzo conflitto, causato dalla estinzione degli Sforza.
Nel 1535, morto il Duca Francesco II, sposo dell'adolescente Cristina di Danimarca, nipote di Carlo V, il Ducato restò privo di eredi per la tenera età della sposa, rischiando di finire nelle mani di Filippo II di Spagna.
La circostanza era inaccettabile per il Re di Francia che, all'inizio del 1536, con quarantamila uomini invase il Ducato di Savoia e prese Torino fermandosi al confine lombardo, in attesa di una soluzione negoziale.
Senza indugio, invece, Carlo V invase la Provenza e, rinunciato all'assedio di Avignone, si spostò in Spagna. Fu la tregua di Nizza del 1538, mediata da Papa Paolo III, a conciliare i cognati nemici e a conservare Torino ai Francesi mentre la Contea di Aosta rafforzava l'apparato difensivo di Verrès ed istituiva il Conseil des Commis.
Il fallimento di Carlo V nel tentativo di occupazione di Algeri, ove contava di neutralizzare il Colonnello Khayr al -Din Barbarossa, regista delle scorrerie corsare nel Mediterraneo per conto del Sultano, fu per Francesco I una nuova ragione di guerra all'antico rivale, a suo avviso debole ed isolato. Iniziati nel luglio del 1542, gli scontri impegnarono i Paesi Bassi e il Piemonte, ove i Francesi conseguirono la vittoria di Ceresole Alba, ed il Rossiglione. Dopo due anni di violente battaglie interrotte da brevi tregue per la disastrosa situazione finanziaria degli avversari, col supporto di Enrico VIII d'Inghilterra, Carlo conquistò il Lussemburgo e puntò su Parigi, mentre il sodale già assediava Boulogne: Francesco fu costretto a chiedere la sospensione delle ostilità, con la Pace di Crepy del settembre del 1554.
Le ambizioni espansionistiche del Valois in Italia e quelle dell'Imperatore sulla Borgogna furono archiviate.
Francesco morì di setticemia nel castello di Rambouillet e fu sepolto con la prima moglie nella basilica di saint-Denis. Si era distinto in politica interna per aver centralizzato lo Stato e per la manifesta intolleranza nei confronti degli Ugonotti e dei Valdesi: una condotta degenerata in dure repressioni ispirate dalla sorella Margherita di Navarra. Mecenate e cultore delle Lettere e dell'Arte, egli favorì un notevole clima culturale circondandosi di alte espressioni del Rinascimento italiano: ospitò a Corte Leonardo da Vinci, morto nel castello di Amboise; il celebre stuccatore Primaticcio, che decorò il castello di Fontainebleu; Benvenuto Cellini.
Nel suo palazzo di caccia di Villers-Cotterèts nel 1539, Francesco firmò un'ordinanza che rese la langue d'Oïl lingua ufficiale della Aministrazione e del Diritto, prima di divenire lingua francese al posto del Latino. Col medesimo atto impose al Clero le registrazioni delle nascite e dei battesimi, a premessa della introduzione dello Stato Civile in Francia.
Dal primo matrimonio con Claudia di Francia aveva avuto Luisa; Carlotta; il Delfino Francesco; Enrico; Maddalena; Carlo; Margherita.
Dal secondo con Eleonora d'Asburgo non ebbe prole.
Ebbe, illegittimo, Nicolas d'Estouteville, Signore di Villecouvin.

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.
Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.
Ha pubblicato: saggi economici vari e:
Pironti  Editore " Per rabbia e per amore"Pironti Editore " E così sia"
Bastogi Editore "Viaggio nell' entroterra della disperazione"
Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen" ( 1° e 2° edizione)
Adda Editore "Morte di un eretico"
Mephite Editore "Matilde"
Mephite Editore "Profili di perle" 
Mephite Editore "Costanza"
Mephite Editore "Giuditta"
Mephite Editore "Enrico VII"
Mephite Editore "La Battaglia dei Piani Palentini"
Mephite Editore "Federico II: la Storia negata"
Ha coordinato una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)
Ha in corso di pubblicazione una Storia della Provincia di benevento, commissionata dall'Ente Provincia di Benevento
Ha ricevuto in agosto 2009 la cittadinanza onoraria del Comune di Scurcola Marsicana
Ha coordinato una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento.
Ha in corso l'incarico di Direttore di una Storia della Provincia di Benevento in volume unico, commissionata dall'Ente Provincia di Benevento.
Il testo Matilde è interpretato in teatro da  Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.
Il testo Giuditta è stato interpretato da Edoardo Siravo ed Elena de Ritis col patrocinio dell'UNICEF, sezione Abruzzo.
Nell'estate del 2009 ha ricevuto la cittadinanza onoraria del Comune di Scurcola Marsicana (AQ) per "La Battaglia dei Piani Palentini"

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.






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