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Francesco Bussone (Carmagnola)
di Ornella Mariani
La cattura del Conte di Carmagnola in un antico dipinto

Nato verso il 1382 a Carmagnola da umili e poveri contadini, fu iniziato al mestiere da un certo Tedasco; militò come mercenario sotto le insegne di Facino Cane e scelse come nome di battaglia il nome della località di origine, onorandola con l’apposizione di tre capretti nel suo stemma. Cominciò la carriera a Pavia nel 1411, intervenendo in difesa di Gian Galeazzo Visconti dalle sopraffazioni di Facino Cane. Di costui protesse la vedova Beatrice Lascari dei Conti di Tenda che, risposatasi col Duca Filippo Maria dal quale fu poi torturata a morte con l’accusa di adulterio, ebbe ruolo di rilievo nelle lotte di potere del Ducato.

Leale e coraggioso servitore della potente famiglia milanese, il Carmagnola espugnò Monza; occupò Brescia, Bergamo, Piacenza e Cremona; sconfisse ripetutamente Pandolfo Malatesta; favorì la ricostituzione del dominio ducale con l’aggiogamento anche di Genova, nel 1421; vinse i Lucchesi; pacificò gli Aretini; tenne a bada i Senesi; piegò il Duca di Urbino e, soprattutto, conferì dignità professionale alle sue squadre mercenarie a partire dal 1413 quando, a margine dell’ assassinio di Giovanni Maria, accorse nella città in rivolta e difese il pavido ed ambiguo Filippo Maria dalle minacce di Astorre Visconti e del nipote Giovanni, sedicenti titolari della Signorìa. Dopo averli liquidati a Monza, fu incaricato di riorganizzare l’esercito milanese: arruolati ed istruiti ottomila Cavalieri e duemila Fanti, con essi contrastò Giovanni Vignati nel lodigiano; ridimensionò le mire di Gabrino Fondulo, Pandolfo Malatesta e Filippo Arcelli al quale impiccò il figlio ed il fratello dopo un pesante assedio di Piacenza; sottrasse a Lotario Rusca il palazzo di Lecco; catturò, infine, a Trezzo il leggendario Bartolomeo Colleoni e, conquistata anche Crema, rese al Visconti tutti gli antichi domini lombardi.

La sua fedeltà fu premiata: il Duca lo infeudò di Castelnuovo Scrivia, trasmissibile anche ai discendenti; gli conferì il titolo di Conte; gli concesse la mano della parente Antonia. Da quel momento Carmagnola rimosse dal proprio scudo gentilizio i tre capretti e li sostituì col biscione visconteo, l’aquila imperiale e il titolo di Vicecomes esibiti nel recupero di Alessandria nel 1415; di Como nel 1416; di Cremona e terre contigue nel 1419. In questo stesso anno, Filippo Maria gli affidò l’impresa genovese che Carmagnola concluse con un trattato di pace, prima di puntare ancora le armi contro Pandolfo Malatesta e di annientarlo l’8 settembre del 1420 a Brescia, ove lo aveva costretto a capitolare per fame e sete.

Cessata la campagna militare sui lati Sud ed Est del Ducato, il Conte volse la propria attenzione a Nord: in una manciata di mesi occupò gli edifici di Bellinzona e Domodossola e, il 30 giugno del 1422, dopo avere sbaragliato ottomila Elvetici pronti ad invadere la Lombardia, occupò Altdorf. Gloria e fama, pertanto, precederono il suo ingresso in una Milano osannante mentre invidia e diffidenza facevano strada nel Visconti, allarmato dal sospetto che il Bussone ambisse ad usurpargli il soglio ducale. Decise, così, di allontanarlo; di privarlo del comando militare; di ordinargli la pretestuosa riconquista della vacillante Genova e di affiancargli Guido Torelli per sorvegliarne le mosse.

Il successo arrise ancora al Carmagnola ma, più che mai fermo nel proposito di liberarsene, il Duca gli affidò il governatorato del capoluogo ligure.

Di fatto, un esilio.

La portata dell’ingratitudine del Duca non sfuggì al Condottiero: la proiezione dei favori di Corte in direzione dello Sforza e del Torelli medesimo rivelò rischi concreti per l’incolumità sua e dei congiunti. Pertanto, si licenziò e si rifugiò con un manipolo di fedelissimi in Savoia, ove le sue ansie furono avvalorate dal rifiuto di Amedeo VIII ad accoglierlo e dall’analogo atteggiamento manifestato anche da Ludovico I Marchese di Saluzzo. Isolato, tradito ed espropriato di titoli e beni, allora, Carmagnola puntò su Venezia. Vi giunse sotto mentite spoglie il 23 febbraio del 1425: decisa a rompere l’alleanza con Filippo Maria; ad appoggiare Firenze da costui minacciata, e ad entrare in lega con essa, con Ferrara e con Mantova, la Serenissima lo ingaggiò; lo nominò Capitano Generale della coalizione veneto/toscana e lo acquartierò a Treviso.

In quella stessa città erano esuli Valentina Visconti, figlia di Bernabò e sorella di Estorre, e suo marito Giovanni Aliprandi, incaricato da Filippo Maria di assassinare il Bussone che lo fece arrestare e decapitare alla vigilia delle operazioni militari.

Animato solo da desiderio di rivalsa e vendetta, Carmagnola piombò su Brescia le cui porte furono aperte da suoi infiltrati alle avanguardie veneziane di Pietro Avogardo mentre altre truppe della Confederazione, guidate da Francesco Bembo, battevano il Visconti a Cremona e puntavano minacciose su Pavia: ai Milanesi non restò alternativa che chiedere la pace.

I negoziati si conclusero con un nulla di fatto: decisa ad incalzare, la Serenissima ordinò la riapertura delle ostilità. Il 12 ottobre del 1427, teatro di guerra fu Maclodio. Si trattò di uno scontro epocale: dodicimila Cavalieri e seimila Fanti viscontei condotti da Francesco Sforza, Niccolò Piccinino e Carlo Malatesta sfidarono diciottomila Cavalieri e ottomila Fanti comandati da Gianfrancesco Gonzaga e Niccolò da Tolentino, sotto la guida strategica del Carmagnola e dei suoi Balestrieri in agguato. La mattanza si concluse con la cattura di diecimila ostaggi e i superstiti guadarono l’Oglio senza che il Condottiero ne disponesse l’inseguimento.

All’evento, mediata dal Papa seguì la pace del 18 aprile del 1428; ma l’assenza di garanzie circa eventuali ulteriori aggressioni milanesi sui confini veneti e l’insistenza con la quale il Visconti proponeva al Carmagnola il reintegro nei beni, nei gradi e nel rango, gelarono l’establishment veneziano la cui diffidenza aumentò quando, ai primi di gennaio del 1429, adducendo a motivo il recupero dei suoi Familiari, il Conte chiese lo svincolo del suo contratto per un anno. Il Senato della Repubblica non gli credette e il 10 del mese respinse la richiesta, riassumendolo d’ufficio con mille ducati al mese per una ferma biennale; blandendolo col dono della Contea di Chiari ed i territori di Roccafranca e di Clusone; rendendone ufficiale l’investitura nella terza domenica di Quaresima del 1429; alla ripresa delle ostilità nel 1430, infine, per condizionarlo definitivamente, offrendogli, in caso di vittoria, un feudo nel Ducato nemico.

L’impegno fu formalizzato da una lettera del Doge Francesco Foscari, datata al 15 dicembre: Bussone scese in campo come Comandante supremo dell’Armata veneziana, ma la sua sconcertante lentezza di azione e il fallimento dell’assedio del castello di Soncino si ribaltarono in una immane catastrofe, aggravata da un’imboscata nella quale egli stesso perse uomini e cavalli salvandosi rocambolescamente e non riuscendo a raggiungere e a rincalzare la Flotta di Nicola Trevisan sul Po.

Il Senato veneto era sbigottito e la concitazione crebbe il 18 ottobre del 1431 quando, per mancanza di aiuti, Guglielmo Cavalcabò dovette rinunciare all’occupazione di Cremona e quando gli Ungari dell’Imperatore Sigismondo devastarono indisturbati il Friuli. Le disfatte furono imputate al disimpegno e forse alla defezione del Carmagnola, ormai posto sotto un tiro incrociato di sospetti e delazioni e sostanzialmente sotto processo.

La convinzione che egli avesse tradito e che si fosse lasciato corrompere dal Visconti con la promessa della Signoria di Brescia, indusse il Consiglio dei Dieci a convocarlo a Venezia col pretesto di consultazioni: accompagnato dal Gonzaga, Francesco Bussone vi giunse la sera dell'8 aprile del 1432 sotto la scorta di otto Gentiluomini. Una volta varcata la soglia del palazzo ducale, dopo avergli detto che l’ora era tarda per incontrare il Doge e che sarebbe stato ricevuto nel mattino successivo, essi lo arrestarono.

Pare che all’ingresso della prigione, demoralizzato egli mormorasse: sono perduto. Davvero lo era: la messa in stato di accusa si concluse rapidamente con la condanna a morte. La sera del 5 maggio alla presenza della moglie e delle quattro figlie, il Conte di Carmagnola, al secolo Francesco Bussone, fu decapitato in faccia alla Torre dell’Orologio in quell’area destinata alle esecuzioni e circoscritta dalle due colonne di San Todaro e San Marco.

Gli furono poi tributati solenni funerali che non rimossero le perplessità riferite alla sua lealtà, appannata da singolari coincidenze: la brutalità del trattamento inflitto dal Visconti al patrizio veneziano Giorgio Corner, sottoposto per sette interminabili anni a torture indicibili perché rivelasse le circostanze di cui la Repubblica era al corrente, circa i rapporti del Bussone col Ducato; la coincidenza della sua decapitazione con l’abbandono della coalizione veneziana da parte di Mantova, imprevedibilmente schieratasi con l’Imperatore Sigismondo, che da Signoria la elevava a Marca; l’inutile tradimento dei Savoia i quali, nel corso della battaglia di Maclodio, persuasi della vittoria lombarda voltarono le spalle alla Serenissima e concordarono le nozze di Amedeo VIII con la figlia del Visconti; l’omesso inseguimento dei superstiti che, secondo prassi, avrebbero dovuto essere tratti prigionieri; il successivo, mancato sostegno a Trevisan ed a Guglielmo Cavalcabò.

Dubbi, e tanti, sulla solvibilità morale del celeberrimo Condottiero cui, nell’onta, sopravvissero la moglie e le figlie: Margherita, coniugata a Bernabò Sanseverino; Elisabetta, maritata a Francesco Visconti; Luchina, sposata a Luigi dal Verme; Antonia impalmata da Garnerio da Castiglione.

Colpevole o innocente?

Rendendolo protagonista dell’omonima tragedia, Manzoni ritrasse il Conte di Carmagnola come un leale e fedele servitore di una Repubblica incapace di opporsi agli intrighi ed ai veleni delle varie Corti.

Colpevole di tradimento o vittima di una congiura esaltata dalla ingratitudine della Serenissima? Le carte del processo andarono distrutte da un incendio; ma, a distanza di secoli, sempre più netta matura la convinzione che il Bussone, politicamente ingenuo quanto militarmente capace, fosse condannato da quelle ciniche ragioni di opportunità del Senato veneziano che lo tradussero in Martire e simbolo di una innocenza sacrificata ed oppressa.

Bibliografia

P. Contamine: La guerra nel Medioevo
J. Le Goff: L'uomo medievale
M. Mallet: Signori e mercenari. La guerra nell'Italia del Rinascimento
E. Ricotti: Storia delle compagnie di ventura in Italia
A. Battistella: Il Conte Carmagnola

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.






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