ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Cynghis Khan

di Ornella Mariani

Nel 1162, nella cornice delle agitazioni politiche europee connesse agli alterni esiti degli eventi crociati e sullo sfondo dell’aspra lotta per le investiture e della prima ventata comunalista italiana, Federico I Barbarossa sottoponeva Milano ad un lungo e duro assedio; Papa Alessandro III posava a Parigi la prima pietra della cattedrale di Nôtre Dame; Enrico II d’IInghilterra designava Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket; nel mondo arabo si stagliava la discussa figura di Salah al-Din.

Altrettanto composita si presentava, in quello stesso anno, la situazione politica nel lontano Oriente ove, dominati da diverse anime religiose: Sciamanesimo; Buddismo; Cristianesimo nestoriano; Islamismo e vari culti della natura, degli spiriti degli avi e di deità come il Cielo e la Terra, s’erano delineate tre grandi realtà: a Sud, nell’area compresa fra il Guangdong ed il fiume Huai, quella della dinastia Song, sedicente erede della tradizione imperiale cinese ma proiettata verso il declino dalla usurpazione dei territori del Nord da parte degi Jurchen, a loro volta nomadi manciuriani di idioma altaico/tunguso e fondatori della dinastia di Jin o Kin; ad Ovest, istituito, fin dal 1038, il solido Regno tibetano Xi Xia popolato da Tanguti, Uiguri, Tibetani e Cinesi; a Nord dei confini Jin, infine, quella degli Uralo/Altaici frammentati nelle tribù dei Merkiti, Tatari, Oirati, Naimani, genericamente distinti dai Cinesi in Tatari Bianchi, Tatari Neri e Tatari selvaggi e privi di una guida che, estraendoli dalla tribalità dei loro costumi, li unificasse.

Ancora in quell’anno, nacque il fondatore del dominio più sterminato di tutti i tempi, proteso dalle acque del Mediterraneo a quelle dell’Oceano Indiano e Pacifico, dalla taiga siberiana alla foresta equatoriale dell’India, dalle steppe russe agli Urali occidentali ed ai ghiacciai eterni dell’Himalaya: Cynghis Khan, sotto il cui energico polso, quelle genti irruppero nella Storia con primordiale violenza ingenerando terrore e lutti. Ma quella lettura storiografica tendente a genericamente liquidare come crudele e rozza barbarie quel grandioso fenomeno rappresentato dagli Imperi euro/asiatici di Attila, di Cynghis Khan e di Tamerlano e delle selvagge orde mosse dalle steppe, ad una attenta rivisitazione si rivela anacronistica e faziosa: di fatto, introducendosi nella tradizione europea, costoro fornirono un rilevante contributo al percorso di civiltà di tutta l’ampia fascia iranico/ indiana; concorsero a rendere la Russia e la Cina le due più grandi Signorìe del mondo; produssero straordinari, epocali e contagiosi eventi politici, sociali e culturali.

Figura elevatasi al di sopra dell’Umanità con malvagità demoniaca; emblema della crudeltà estrema e dell’astuzia; discendente del Grande Lupo Azzurro, mitico progenitore dei Mongoli, il primogenito della Principessa Ho’- elun e di Yesügei il valoroso della famiglia dei Borjigin, sposato in prime nozze alla bellissima Borte, figlia di Toghrul, khan della tribù turco-mongola dei kerait, ed in seconde e terze alle Principesse Yasui e Yasukan, abbandonato il nome d’origine Temüjin ed assunto quello di Gengis Khane, o Cynghis Khane, o Jnghiz Khane, unificò le trentuno diverse tribù stanziali tra il deserto del Gobi, la Siberia e le regioni cinesi di confine. Con la sua imponente statura, la poderosa struttura corporea e la barba fluente poi, fondò il suo potere allugandolo alla maggior parte dell’Asia Centrale, della Russia, della Cina, della Persia, del Medio Oriente e di fette di Europa orientale.

I suoi sudditi, piccoli clans decisi a difendere con le armi la loro mandrie e i loro pascoli, erano coesi dall’esigenza comune a far fronte alla minaccia dei Kirghisi e dei Tungusi Liao: Temujin li raccolse sotto il nome di Manghol. Non erano guerrieri, tuttavia combattevano con consumata abilità: la loro Fanteria era costituita da prigionieri di guerra utilizzati per gli assalti suicidi o per compiti di presidio e sorveglianza delle salmerie. Quanto alla Cavalleria, distinta in pesante e leggera, l’irresistibile forza d’urto pari a circa centomila unità stava nella prima, il cui abbigliamento consisteva di una tunica di cotone marrone o blu, detta kalat, arricchita d’inverno da pelliccia e stivali di pelle foderata di feltro e comunque dotata di cotte di maglia o corazze a scaglie di metallo. La seconda, invece, si addobbava con vesti di cuoio poste su sottovesti di seta utili a rallentare la penetrazione delle frecce e ad agevolarne l’estrazione. In entrambe, i soldati coprivano il capo con cappello di pelle e feltro, con due lembi laterali a protezione delle orecchie, sostituendolo in campo con un elmo di ferro; usavano un piccolo scudo per il corpo a corpo e, come arma d’impatto, una lancia di dodici piedi dotata all’estremità di un uncino utile a disarcionare l’avversario. Lo strumento d’offesa preferito nei combattimenti a distanza, invece, era l’arco corto di legno o di corno irrobustito da strisce di cuoio e piegato in senso contrario alla curvatura naturale, così promuovendo una tensione tanto forte da scagliare a distanza di trecento metri dardi lunghi fino a settantacinque centimetri. In definitiva, erano in grado di scompaginare la superba tradizione della Cavalleria feudale europea per la velocità d’azione e padronanza dell’utilizzo degli strumenti di guerra.

Marco Polo testimoniò che, dopo l’attacco, simulavano la fuga e che la loro tecnica principale risiedeva nel promuovere l’inseguimento: voltandosi a sorpresa, aggredivano il nemico spossato dalla guerra psicologica già preorganizzata a monte col naturale orrore in lui ispirato dai loro baffi lunghi e cascanti, miranti a condizionarlo prima ancora del concreto contatto.

Marciavano più numerosi delle formiche o delle locuste o della sabbia del deserto o delle gocce di pioggia, scrisse lo storico persiano Ala-ad-Din Ata-Malik Juvaini.

Alla testa di dieci uomini, uno si pone a capo, che da noi si chiamerebbe decurione, alla testa di dieci decurioni, uno ne mette a capo del migliaio, alla testa di dieci migliaia se ne mette ancora uno e questo numero si chiama touman…, scrisse Giovanni da Pian del Carmine, inviato di Innocenzo IV.

sono uomini inumani, la cui legge è essere senza legge, sono ira e strumento del castigo divino, devastano terre enormi muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e con il fuoco tutto ciò che si trovano davanti, sono gli alleati dell’antiCristo… si cibavano di carne umana, come se fosse un piatto squisito e consideravano una vera e propria leccornia i seni delle ragazze…, scrisse Ivo di Narbona.

Esseri umani che assomigliano a bestie e si devono chiamare piuttosto mostri che uomini, che hanno sete di sangue e ne bevono; che cercano e divorano la carne dei cani e persino la carne umana…, scrisse Matteo da Parigi.

Verrà l’antiCristo a mietere l’ultimo spaventoso raccolto, verrà perché il mondo paghi per i propri peccati…, scrisse Ruggero Bacone.

Era vero, allora, Ezechiele alludeva agli uomini della steppa quando annunciava l’arrivo dei nemici di Israele:… et venies de loco tuo a lateribus aquilonis tu et populi multi tecum ascensores equorum universi coetus magnus et exercitus vehemens… (38, 15); …et percutiam arcum tuum in manu sinistra tua et sagittas tuas de manu dextera tua deiciam… (39, 3);

La Storia segreta dei Mongoli racconta che già all’età di tredici anni, quando il padre fu assassinato dai confinanti Tartari, Temüjin gli subentrò con determinazione nel comando delle orde dell’Alto Amur e che la sua eredità fu contrastata dall’ostracismo della sua stessa gente, restìa ad accettare un referente appena adolescente.

Nel 1182, egli contrasse il primo matrimonio. In quella occasione ebbe in dono una pelliccia di zibellino che, a sua volta, con scaltra lungimiranza offrì al Khan Tongrill dei Kerait, tribù vassalla dei Jin: la conseguente amicizia gli fu fondamentale quando attaccò il clan dei Merkit che gli aveva rapito la moglie. Nell’azione, fu sostenuto anche da C’amucha, divenutogli fratello di sangue: anda.  Annientati i Merkit, liberò la consorte gravida ma non la ripudiò, pur conservando il dubbio circa la paternità del nascituro comunque accettato come figlio.

Nel 1187, all’interno di un khurultai: Assemblea Generale delle tribù, gli Sciamani gli procurarono la qualifica di Genghis Khane o Grande Oceano, o Sovrano universale. In quella sede scelse come sua insegna il tuk: un'asta dalla quale pendevano nove code di yak, in seguito indicative della sua presenza sul campo di battaglia.

Imposta una ferrea disciplina alle sue orde, nel 1198 intervenne per rimettere sul trono l'antico alleato Toghrill, potente Khan dei Karauti e vassallo dell’Imperatore Jin alla cui Corte conobbe i suoi futuri Generali: Jelme, Sübetei, Jebe, Muqali, e l'anno successivo riuscì a formare un'alleanza fra Mongoli, Kereit e Jurchen per attaccare e sterminare i T'a-T'ar.

Malgrado il montante prestigio gli attirasse ostilità e invidie anche nell’àmbito parentale - nel 1201 punì duramente C’amucha, proclamatosi Gur Khan, ovvero Khan universale- , fra il 1203 ed il 1206 riportò una consistente vittoria sui Keraiti e sui Naiman, diventando il padrone assoluto della Mongolia ed assegnandosi una guardia del corpo di mille uomini, successivamente elevati a diecimila.

Nel 1206, un nuovo e grande khurultai celebrato nell'alta valle dell'Onon, gli riconfermò le prerogative grazie al determinante ed ulteriore supporto del Clero sciamano e delle sue magiche suggestioni: l'elemento più rilevante di quella assise stette nel giuramento di fedeltà prestato non solo dai Mongoli, ma anche dai Turchi e da altre etnìe, a conferma del riconoscimento della sua autorità dalla gran parte delle popolazioni nomadi. Da quel momento, fondate solide basi statuali nelle quali prevalse sempre la meritocrazia rispetto a qualsivoglia privilegio di casta, tenne abilmente il potere attraverso la fedeltà dell’ esercito e l’osservanza della Yassak, la legge mongola integrata con nuovi precetti: sanzioni severe fino alla morte, a chi non avesse onorato gli eroi; a chi avesse commesso omicidio, furto, tradimento e adulterio; a chi non avesse rispettato gli anziani, i poveri e i praticanti confessioni diverse; concessione di immunità e onori agli Aristocratici, ammessi alla sua presenza senza preavviso e senza permesso. Nello stesso 1206, fissata la capitale della Signorìa a Karacorum e imposta alla Corte ed all’ esercito l’obbligo a leggere e scrivere nel linguaggio degli Uiguri, Cynghis avviò le guerre contro Russia e Cina a differenza di Maometto non usandole come strumento di rivalsa religiosa o politica, ma come necessità di sopravvivenza della sua gente, esigente spazi e pascoli.

Egli, allora, fu uno dei più grandi condottieri della Storia per genio strategico e talento militare; uno spregevole simbolo della più spietata e sanguinaria ferocia o un primitivo che coniugò rozzezza e violenza, saldandole ad un rudimentale senso della giustizia?

Il giudizio della posterità resta dubbio e controverso.

La sua attività bellica iniziò nella primavera del 1211 quando conquistò parte del Semirjec’ie e si scagliò contro il Regno dei Tangutai: popolazione turco/mongola/cinese governata dalla dinastia tibetana Hsi-Hsia. Dopo averli umiliati e sottoposti ad una sorta di Protettorato, il Khan aprì una lunga trattativa diplomatica con i Turchi Onguti per realizzare il suo vero obiettivo: la conquista degli immensi tesori ad Est di Hsi- Hsia: la fascia cinese settentrionale retta dalla vacillante dinastia degli Jur-en che non sembrava darsene pensiero, poiché egli pagava regolarmente i tributi, come prevedeva la sua carica di Tsciao-churi. Dichiaratagli guerra, alla testa di settantamila uomini, il Khan si pose in marcia: il terrore ingenerato nei nemici indusse le truppe di frontiera a disertare e ad unirsi a lui. Elusa Zhongdu, protetta da invalicabili mura, egli fece saccheggiare il resto della regione per poi prendere d’assalto la capitale nel 1215, obbligandola alla capitolazione per fame; massacrandone gli abitanti; appropriandosi del tesoro reale; sconfiggendone le milizie lungo il fiume Huang He; razziando tutto il Nord del Paese; invadendo importanti centri.  Dopo diverse sconfitte, anche l'Imperatore Xiang Zong, che invano aveva spostato la sede della Corona a Kaifeng, ove il successore sarebbe stato pesantemente battuto e tratto prigioniero nel 1234, gli si rese vassallo; gli offrì il proprio tributo e gli propose la mano di una delle sue figlie. Nel frattempo Kuchlug, deposto khan dei Mongoli Naiman, usurpò il trono del khanato di Karakhitan: consapevole del logoramento dell’esercito, impiegato prima contro gli Hsi-Hsia e poi contro i Jin, ma leale con il più occidentale dei suoi alleati, Cynghis inviò il Generale Jebe con ventimila soldati contro il ribelle che fece giustiziare, annettendone il territorio.

Nel 1218, contando di aprire trattative diplomatiche, incaricò alcuni Delegati di presentarsi al Governatore della Provincia più orientale del Khorezm ma, senza ragione, costoro furono massacrati. La vendetta fu tremenda: la condotta di duecentomila implacabili Mongoli fu tanto sanguinaria da sterminare circa due milioni di persone, prima di impadronirsi della regione.

Il neutrale Sovrano degli Hsi-Hsia strinse allora un'alleanza anti/mongola con i Jin.

E fu ancora guerra: concentrato nel 1219 l’esercito sull'alto corso dell'Irtys, il Khan irruppe su Bukhara, Samarcanda, Urgench, Balkh, Merv, Nishapur, Herat, Ghazni; le saccheggiò e portò a termine la conquista dell'intero Iran orientale, del Khorasan e dell'Afghanistan. Sconfitto anche l'avversario più tenace: lo shâh del Khorezm, ripiegò verso Oriente affidando ai due Generali Jebe e Subotai la prosecuzione della marcia verso Occidente. Mentre essi si spingevano verso la Russia meridionale sfondandone la resistenza e sconfiggendo, nel 1223 sul fiume Kalka, la Lega dei Principi Russi per poi spostarsi a Nord del Caspio e devastare la Crimea e i territori degli Urali, proprio Bukhara, la cui guarnigione si dette alla fuga piuttosto che subire lo scontro, spianava a Cynghis la via per la Corasmia da tre diversi punti, così favorendo la distruzione totale del territorio. La città fu razziata e devastata; le fortificazioni furono demolite; decine di migliaia di persone vennero passate per le armi e di conseguenza caddero anche i centri noali di Rayy, Urgenc, Qazwin, Hamadan, abbandonate dal loro Sovrano in fuga.

Nell’autunno del 1222 a Samarcanda e a Priav il Khan aveva già convocato Ogödei e C’agatai, con essi tenendo un urgente kurultai: aveva appreso che il figlio G’Ug’i progettando il parricidio, contava di fondare un Regno indipendente e di allearsi ai Musulmani. Il ribelle fu avvelenato, ma l’evento fu primo ed inequivoco sintomo dell’inizio del declino imperiale aggravato dalla diffusa tendenza dei Nomadi a rifiutare il principio di stanzialità e di centralismo statuale.

Per il potente ed irrequieto Cynghis non c’era pace, malgrado da sette anni trascorresse il suo esiguo tempo libero nel conforto di fitti conversari sul pensiero della scuola di Lao Tse, con il monaco filosofo taoista C’am: nel 1226, infatti, a Sud si profilò un nuovo pericolo. Il Regno tanguta dello Hsi-Hsia non solo non era mai stato del tutto aggiogato, ma si accingeva ad unirsi a parte della Cina ancora libera. Accusandolo di tradimento, i Mongoli lo attaccarono e, tra la primavera e l’autunno di quell'anno, presero le città di Heisui, Gan-zhou, Su-zhou e Xiliang-fu guadando il fiume Giallo nel successivo novembre; puntando alla capitale; assumendo il controllo di Lintia-fu; prendendo, in marzo del 1227, la Prefettura di Xining ed infine, in aprile, occupando la Prefettura di Deshun dove il Generale Ma-Jianlong resistette fino alla morte.

Verso la metà dell’anno, l’irriducibile Khan percepì vicina la fine: designato alla successione Ogödei, impartì al figlio minore Tolui le istruzioni per completare la distruzione dell'Impero Jin prima di spegnersi, sessantenne, il 24 agosto in una località imprecisata a Sud di Ynchuan, nella provincia di Kan-su. Le sue spoglie furono riportate in Mongolia e sepolte in un luogo segreto nei pressi della montagna detta Burkhan Khaldun, dopo che quaranta vergini dalla pelle di luna e quaranta cavalli furono uccisi e sepolti con lui, onde ne traesse godimento nell'altra vita: la grande avventura del più temibile Flagellum Dei, dopo Attila, si era conclusa archiviando le contraddizioni di un Sovrano saggio e crudele, nel quale le grandi imprese del coevo Federico II, avevano destato ammirazione e forse invidia fino a proporgli di piegarsi al suo incontrastato ed assoluto potere in cambio del prestigioso incarico di Consigliere di Corte. Con ironia, lo Staufen aveva replicato la sua disponibilità ad accettare, a condizione che gli fosse conferito il ruolo di Falconiere imperiale.

E certamente nel tollerante ma inflessibile Stupor Mundi, orrore e sprezzo aveva suscitato l’immagine del Capo mongolo assiso sul trono d’oro a compiacersi della caterva di orecchie destra mozzate alle teste dei nemici.

Nondimeno, il governo del selvaggio Cynghis Khan fu connotato da una serie di iniziative positive: organizzò l’esercito; impose una rigorosa legislazione fiscale; istituì una capillare rete postale; affidò la burocrazia a funzionari Uiguri del Sinkiang settentrionale; vietò l'uso della tortura; concesse esenzioni ad insegnanti e dottori; favorì la libertà di fede; liberò le vie della Tartaria dai briganti. In definitiva, conferì unità e stabilità a un'istituzione statuale colossale quanto eterogenea, riconoscendo il valore della civiltà delle popolazioni vinte; esibendo rispetto per la diversità confessionile ed aprendo la possibilità di una proficua collaborazione tra civiltà d’Oriente e d’Occidente.

Possedeva grande energia, discernimento, genialità e comprensione, incuteva timore, era un assassino equo e risoluto, sterminatore di nemici, intrepido, sanguinario e crudele…, scrisse un Anonimo Persiano; ma la sua vicenda restò legata al suo carisma; all’oscuro magnetismo che gli valse l’idolatrìa del Popolo; alla inclinazione alla dissolutezza; alla passionalità sanguigna; alla ignoranza più proterva, in contrasto con l’ammirata cultura attinta da Venezia, da Costantinopoli e da Trebisonda; alle terrificanti stragi commesse nei lustri di conquiste utili a comporre l’eredità dei figli, cui lasciò una Mongolia unificata e il più potente e temuto esercito del mondo: al nipote Batu, figlio del deceduto primogenito G’Ug’i, della cui paternità si mantenne sempre dubbioso, assegnò le terre più lontane fra Selenga ed Jenessei; a C’agatai, che stimava saggio e valoroso ma anche troppo sensibile ai  divertimenti, l'Asia Centrale e l’Iran del Nord; ad Ogödei, la Cina ed il titolo di Gran Khan; a Tolui, le terre natìe dei Mongoli. Tuttavia, sottoposta a spinte centrifughe, la leggendaria e terrificante Orda d'oro si lacerò a partire dalla seconda metà del ‘300: continui conflitti interni la resero vulnerabile sia nei confronti della montante potenza polacco/lituana, sia nei confronti di Tamerlano che la sconfisse nel 1395.

La Storia non dimentica: Padre della Patria, o sanguinario tiranno feudale che fosse, il mausoleo in suo onore eretto al centro dell'Altopiano di Eerduosi, nella Regione autonoma della Mongolia interna, sfida i secoli e non svela il mistero dell’Uomo né i silenzi del Condottiero più temuto del Medio Evo. 

Bibliografia

D. Morgano: Breve storia dei Mongoli
M. Prawdin: Gengis Khan
E. D. Phillips: L’Impero dei Mongoli


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006) e GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

A gennaio 2007, "Profili di perle", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

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