Associazione Culturale Italia Medievale

Promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico del medioevo italiano
index
eventi
novità
contributi
personaggi
cariche
statuto
progetti
convenzioni
segnalazioni
adesioni
mailing list
link
forum
medioevo weblog
area riservata
Partner
www.eubia.it
Castelli Toscani

Personaggi del Medioevo in pillole


Giovanna d'Angiò

di Ornella Mariani

Giovanna I d'Angiò

I grappoli di case di pietra addossate al castello e digradanti verso valle, lungo lo scosceso costone di una collina, fecero di Muro Lucano il teatro della battaglia combattuta dal Console romano Marcello contro Annibale, nel 210 a.C., nell’area della limitrofa Numistro, ricca di residui megalitici dell’Età del Bronzo.  

Fino a tutto il XIII secolo roccaforte longobarda, il piccolo borgo dell’entroterra meridionale fu poi protagonista dell’insurrezione ghibellina del 1268, prima di cadere sotto il dominio di Carlo I d'Angiò e di essere in appreso infeudato ai Sanseverino, ai Ferino e agli Orsilli di Gravina. Poi, malgrado i turbolenti eventi della Repubblica Napoletana; il saccheggio sanfedista e le sistematiche ferite sismiche avvicendatesi fra il 990 ed il 1980, conservò incontaminati il suo  patrimonio edilizio; l’abilità tessile fissa alla metà del ‘700; i suggestivi vicoli con i pregevoli archi, portali e selciati; la tradizione religiosa fiorita attorno alla figura di San Gerardo Maiella.

Protetti da una intricata rete di storia, religione e misteri, testimoni del tempo e della memoria sopravvivono, infatti, la Chiesa Cattedrale ed il castello del secolo X; la Chiesa di Santa Maria delle Grazie eretta tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIII; la Chiesa di Sant'Andrea del 1420, con il suo Crocifisso del secolo XVI, la cattedra vescovile, il Presepe Napoletano del secolo XVIII e la scultura di Sant'Antonio del 1600; la Chiesa di San Marco del 1578; la Chiesa del Carmine del 1606; la Chiesa ed il Convento dei Cappuccini del secolo XVI; gli imponenti ed eleganti palazzi gentilizi.

Fu in questa affascinante cornice che, il 12 maggio del 1382, su mandato del nipote e successore Carlo III di Durazzo, fu assassinata la cinquantaseienne Giovanna d'Angiò, discussa e affascinante; avvenente e colta; malinconica e dissoluta in quel suo sfidare le convenzioni e fomentare gli intrighi per proteggersi da una ingombrante ed avida famiglia. La si rappresenta monarca assoluta, e tuttavia fu illuminata; spietata, e comunque generosa; appassionata, nondimeno corrotta; vendicativa e spregiudicata, eppure acuta e raffinata diplomatica in quel suo disperato destreggiarsi fra faide dinastiche: quale che sia, il giudizio non può prescindere dal globale contesto europeo ed italiano nel quale ella fu chiamata ad operare: guerre, disagi finanziari, complotti e scontri dinastici sullo sfondo di un lacerante scisma.

Sovrana di Napoli, di Gerusalemme e Sicilia; Principessa di Acaia e Contessa di Provenza e Forcalquier, sopraffatta dalle circostanze Giovanna cadde vittima di veleni, rancori, ambizioni, tradimenti e lutti che ispirarono un dramma di Lope de Vega; parte dell’opera Crimini celebri scritta da Alexandre Dumas nel 1839; una tragedia del felibrista Frédèric Mistral.

Quattro infelici matrimoni e molti amanti, fra cui forse anche Karl Ulfsson, figlio di Santa Brigida; decesso prematuro di tre figli; diffuso malcostume di Corte; pericolose insidie e oscure congiure accompagnarono il suo instabile percorso politico e sentimentale fino a quell’epilogo drammatico proditoriamente consumato a Muro Lucano, ove vita e morte si saldarono alle silenziose sofferenze d’un Sud ingarbugliato dalle contraddizioni storiche.

La circostanza che il nonno Roberto I, detto Il Pacificatore d’Italia, la designasse alla successione in danno dei nipoti maschi Duchi di Taranto e Durazzo, pose presto Giovanna al centro di un groviglio di odi e rivalità che connotarono di violenza un governo già afflitto da problemi economici e politici.

Suo padre, Carlo di Calabria, era primogenito di Roberto d’Angiò; sua madre, Maria di Valois, era sorella del Sovrano francese Filippo VI: un coacervo di scomode parentele avevano incorniciato la sua nascita a Napoli, nel 1327. Orfana nel 1328, quando contava appena sei anni era stata data dall’avo in matrimonio al settenne cugino Andrea d’Ungheria, figlio di Caroberto d’Angiò e fratello di Luigi I il grande, nel tentativo di attenuare la conflittualità esplosa fra i due rami della famiglia angioina per il controllo del trono partenopeo.

Quando il 16 gennaio 1343, l’ottantenne Sovrano si spense, Giovanna assunse tutto il peso di un malessere sociale dovuto alla spaventosa esposizione debitoria del Regno con banche fiorentine e senesi e tutte le responsabilità di un governo precario, minacciato dalle pretese accampate su quella tiara da Carlo III di Durazzo, marito di sua sorella Margherita, e dall’Imperatrice bizantina Caterina di Valois, per conto del figlio Luigi Principe di Taranto.

Con costui, si trascinava fin dall’adolescenza una intensa relazione sentimentale in sprezzo dell’ impopolare Andrea che, odiato per la brutalità e la rozzezza; umiliato dalla disinvolta ufficialità del legame extraconiugale della moglie; risentito dal rifiuto opposto alla sua richiesta di incoronazione, conforme alle volontà di Roberto che lo aveva designato unitamente alla nipote per ristorarlo della usurpazione già subìta dal padre, chiese giustizia al Papa francese Clemente VI, Signore feudale del Regno.

Da Avignone, attraverso il Cardinale Amerigo di San Martino, arrivò un secco ordine di esecuzione delle disposizioni testamentarie ma, ancorchè giovanissima, Giovanna si battè energicamente e, pur nella consapevolezza di urtare la suscettibilità della Chiesa, difese il suo trono facendosi incoronare a Roma e concedendo al coniuge il solo titolo di Duca di Calabria.

Il Pontefice se ne adontò e chiese di assumere personalmente il controllo del Regno anche per contenere le pressioni di Luigi I il Grande d’Ungheria, minacciosamente schierato con le ragioni del fratello.

A fronte del rischio concreto che lo scettro cambiasse mano, ai sostenitori di Giovanna non restò che il ricorso alla cospirazione: nella notte del 18 settembre 1345, mentre la Corte era in vacanza in una residenza aversana, Andrea fu destato col pretesto di una insurrezione esplosa a Napoli; condotto all’esterno dei suoi appartamenti; strangolato e scaraventato nel sottostante giardino, a simulazione di una disgrazia.

Clemente VI dispose l’apertura di un’inchiesta che individuasse i responsabili del delitto i cui mandanti, a gran voce, venivano indicati nella Sovrana, nel suo amante ed in Carlo di Durazzo.

Di fatto, il 20 agosto del 1347 Giovanna e Luigi di Taranto convolarono a nozze, mentre Luigi d’Ungheria preparava l’invasione del Mezzogiorno per vendicare la morte del germano e per porre un’ipoteca sul trono napoletano. 

Fu la guerra, con le invasioni del 1348 e del 1350.

Eludendo le truppe reali acquartierate sul Volturno dal Principe consorte, il 3 novembre il Sovrano ungherese scese in Italia; incontrò a Capua i suoi partigiani, compreso Carlo di Durazzo che malgrado insistesse nel proclamare la sua estraneità al fatto di sangue fu ucciso; fece poi sosta a Benevento, ove verificò l’appoggio politico e militare di molti Nobili; entrò in una Napoli intimidita dalla sua implacabilità; sfogò la sua collera contro quanti ritenne coinvolti nella congiura; nominò Duca di Calabria Carlo Martello, figlio minorenne di Andrea; avanzò formalmente al Papa la richiesta di investitura del Regno ma, mentre Giovanna ed il suo secondo marito il 15 novembre del 1348 trovavano riparo nel feudo comitale di Provenza e mentre Clemente VI si schermiva a tutela dei legittimi interessi del piccolo erede, la peste nera arrestò bruscamente la sua spedizione e lo costrinse ad un rientro in patria a marce forzate.

Tornò nel Mezzogiorno italiano in fermento nel 1350; ma la sua seconda campagna punitiva si risolse in una tregua con Giovanna, la cui innocenza attendeva il pronunciamento papale: se fosse stata giudicata colpevole, avrebbe dovuto abdicare; se fosse stata proclamata innocente, avrebbe conservato il trono previa corresponsione al cognato delle spese sostenute per la giusta guerra.

L’inchiesta si concluse con un singolare verdetto assolutorio: pur edotta del compotto uxoricida, la Regina non aveva potuto sventarlo in quanto vittima di una subornazione stregale.

Risarcito Luigi e, col placet dell’Imperatore Carlo IV, ceduta alla Chiesa Avignone e il suo distretto per far fronte agli ingenti debiti, nel gennaio del 1352 Giovanna tornò in Italia e vi fu solennemente incoronata, in ossequio alle prescrizioni papali, col marito cui fu attribuito l’ambìto titolo di Re di Napoli.

Affidata la riorganizzazione finanziaria del Regno al banchiere fiorentino Niccolò Acciaioli, presto promosso al rango di Gran Siniscalco, si dette poi al graduale recupero dei territori ancora ribelli senza, tuttavia, riuscire a rimuovere l’insofferenza dei Grandi Feudatari ostili al suo coniuge, nei confronti della cui debolezza anch’ella già veniva maturando sprezzante distacco e freddezza.

In quella fase, fra le priorità politiche urgeva il recupero della Sicilia, perduta in seguito alla rivolta dei Vespri del 1282 dalla quale era scaturita un’annosa guerra che aveva diviso il prestigioso Stato federiciano in due Regni: l’uno, isolano, a controllo aragonese; l’altro, continentale, a governo angioino.

Nel marzo del 1354, pertanto, a prosecuzione di un cruento e lungo conflitto dinastico, un contingente napoletano sbarcò a Milazzo provocando reazioni e lutti in esito ai quali, nel successivo aprile, a bordo di quattro galee, giunse a Palermo l’esercito guidato da Acciaioli: quella contrapposizione fra sostenitori di stirpi rivali, degenerando in una sanguinosa guerra civile che mise a dura prova le risorse dell’isola, già provata da un contagio epidemico e da una terribile carestia, si sarebbe risolta solo nel 1372.     

Ad otto anni dall’inizio della campagna militare siciliana, nel maggio del 1362 quarantaduenne si spense Luigi di Taranto e, guardando a nuove nozze, Giovanna volse la sua attenzione verso l’aragonese Giacomo III, figlio del Re di Maiorca.

Egli giunse a Napoli l’anno seguente e, malgrado gli accordi prevedessero che non assumesse il titolo di Re di Napoli, forse temendo per la sua sicurezza personale; forse per recuperare la sua eredità, rientrò presto in Spagna ove, coinvolto in guerre locali, fu fatto prigioniero ed ove, pur riscattato dalla consorte, nel 1375 anch’egli si spense.

Tre volte vedova, nel marzo del 1376, dopo aver stabilizzato la sua politica al caro prezzo del naufragio del tentativo di riconquistare la Sicilia, sulla quale fu costretta a riconoscere la sovranità di Federico III il Semplice, Giovanna contrasse il quarto matrimonio con il Vicario Generale dell’ Impero Ottone di Brunswick, cui pure negò il titolo di Re di Napoli

In quel periodo, a fronte della morte del piccolo Carlo Martello e delle figlie Francesca e Caterina, anche al fine di migliorare i rapporti con l’Ungheria, designò alla successione il nipote Carlo di Durazzo, omonimo del Duca già assassinato ed ultimo rappresentante del ramo angioino napoletano.

Tuttavia, una nuova stagione di conflitti di ampia portata storica si aprì l’8 aprile del 1378 quando al soglio papale ascese il napoletano Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano già Arcivescovo di Bari. Il suo temperamento si rivelò così arrogante da indurre i Cardinali, a cinque mesi dalla sua elezione, a riunirsi a Fondi per revocargli l’incarico pastorale che, il 20 settembre, fu conferito a Roberto da Ginevra col nome di Clemente VII.

Nella vicenda, degenerata in quello Scisma d’Occidente che tenne la Cristianità divisa per circa quarant'anni, Giovanna parteggiò per l’antiPapa contro il quale, nel corso della visita del 1379 a Napoli, i sostenitori di Urbano VI insorsero con dirompente violenza.

Nell’aprile del 1380, dichiarata eretica e scismatica, ella fu anatemizzata e deposta mentre l’erede già nominato si schierava col Papa legittimo e, nell’intento di tutelare i propri interessi, col supporto ungherese attaccava il Regno di Napoli.

Giovanna lo estromise tempestivamente dai diritti ereditari adottando Luigi d’Angiò, fratello del Sovrano di Francia Carlo V; ma numerose crepe si erano aperte nel fronte delle sue amicizie e vano fu l’arroccamento in Castel dell’Ovo opposto ai Durazzo, entrati in armi a Napoli il 16 luglio del 1381: soverchiata e fatta prigioniera, malgrado i tentativi di liberarla posti in essere da Ottone di Brunswick, fu confinata nel castello di Muro Lucano.

L’antiPapa, nel frattempo, dopo aver innalzato alla porpora ventisei sostenitori in un solo giorno, assediato in Castel Sant’Angelo, fu costretto alla fuga in Avignone mentre Carlo di Durazzo veniva investito della sovranità di Napoli parallelamente alla incoronazione avignonese di Luigi d’Angiò, pronto ad un’offensiva antipartenopea.

Tale iniziativa, saldata all’esigenza di prevenire ogni ulteriore rivendicazione su quel trono, indusse Carlo di Durazzo ad ordinare l’assassinio della zia: Giovanna fu spietatamente soffocata a Muro Lucano il 12 maggio del 1382.

La calata di Luigi d’Angiò, che avrebbe dovuto imporre il rispetto dell’ordine dinastico da lei fissato, fu vanificata dalla morte che lo colse verso la fine del 1384 in Puglia, consentendo a Carlo III di impunemente legittimare il ramo degli Angiò/Durazzo al trono napoletano fino alla loro cacciata definitiva, avvenuta con la conquista del Regno da parte di Alfonso V d’Aragona.

Bibliografia:

B. Croce, Storia del Regno di Napoli

F. Froio Giovanna I d’Angiò

T. Pedio, La Basilicata dalla caduta dell’Impero Romano agli Angioini

C.Raia, Giovanna I d’Angiò regina di Napoli

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

Per le edizioni Mephite ha appena pubblicato tre drammi in due atti ciascuno su tre avvincenti personaggi femminili del Medioevo: Matilde, Giuditta, Costanza


Link Utili


Giovanna d'Angiò regina di Napoli e i suoi quattro mariti
Giovanna d'Angiò (Wikipedia)

© 2002 - 2005 ACIM