ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Gregorio VII

di Ornella Mariani
Tomba di Gregorio VII nella Cattedrale di Salerno

Contro Simonia e Nicolaismo, rispettivamente introdotti dal trafficante di miracoli Simon e dal Diacono Nicola d'Antiochia, ostile al celibato sacerdotale, si scagliò Gregorio VII: uomo di potere più che di Dio; personaggio fra i più ambigui e discussi del Medio Evo; autore del Dictatus papae; sedicente servo dei servi di Dio; fondatore di quello Stato ecclesiale che frantumò l’assolutismo imperiale.

Al secolo Ildebrando degli Ildebrandeschi; ambizioso e dispotico figlio di Betta e dell’artigiano Bonizione; nato nel borgo maremmano di Soana verso il 1020; istruito a Roma dallo zio materno Lorenzo d’Amalfi, Abate del monastero di santa Maria all’Aventino, e da Giovanni Graziano, Arciprete di san Giovanni a Porta Latina; profondo conoscitore del Diritto Canonico; animatore della querelle eucaristica sollevata da Berengario di Tours; protagonista dell’aspra Lotta per le Investiture contro Enrico IV; formato alla scuola clunyacense, donde Leone IX lo trasse per impegnarlo nell’opera di riforma; morto a Salerno il 25 maggio del 1085, nello stesso giorno dei funerali di Alessandro II, il 22 luglio del 1073, fu eletto Papa e consacrato il 30 aprile dell’anno successivo.

Fin da subito, animato da incontenibile smania dominandi, si trasformò da Vicario di Pietro in Vicario di Cristo istituendo una brutale autocrazia degenerata in una delle più drammatiche contrapposizioni della storia, con le ventisette proposizioni giuridico/dottrinali del suo Dictatus fondato sulla infallibilità della Chiesa e sulla autorità assoluta del Papa, titolare unico delle insegne imperiali; della facoltà di detronizzare Sovrani ed Imperatori e della inconfutabile santità conseguente ai meriti ereditati da san Pietro.

Già Eminenza grigia della Chiesa, morto Leone IX, egli aveva pilotato l’elezione di Stefano X nella prospettiva di ottenerne, contro la politica imperiale l’appoggio del fratello: l’assai potente Marchese Goffredo di Lorena. Intronizzato l 2 agosto del 1057 nella chiesa di S. Pietro in Vincoli, fuori dall’assenso della Corona tedesca, il nuovo Primate aveva rafforzato il prestigio ecclesiale circondandosi di personalità di nota cultura: dal benedettino Pier Damiani, al milanese Anselmo da Baggio e a Desiderio di Montecassino; tuttavia, a soli sette mesi dall’ insediamento, il 29 marzo del 1058 s’era spento.

Profittando dell’assenza di Ildebrando, recatosi in Germania per giustificare alla infuriata Imperatrice Agnese, Reggente per il figlio Enrico IV, la nomina di Stefano X come libera scelta del Clero e del Popolo romano, con un colpo di mano l’Aristocrazia capitolina aveva eletto Benedetto X, al secolo Giovanni Mincio, nel tentativo di recuperare l’influenza perduta e di restaurare il regime patrizio. Parallelamente, Goffredo di Lorena decideva la nomina del borgognone Niccolò II, investito il 24 gennaio del 1059 a Roma.

Lo scontro s’era risolto con la scomunica e la deposizione di Benedetto, in un Concilio dell’ aprile del 1060 a Sutri ove Niccolò aveva archiviato il Privilegium Othonis del 962 ed emesso la Bolla In Nomine Domini contro la simonìa ed il concubinato del Clero, stabilendo con fermezza che da allora in poi l’elezione pontificia sarebbe stata determinata dal Collegio dei Cardinali ed al di fuori delle interferenze laiche.

L’evento si era rivelato prodromico del grande conflitto fra Papato ed Impero per il primato politico e spirituale sulla Cristianità occidentale.

Niccolò II era morto a Firenze il 27 luglio del 1061, dopo aver riconosciuto la potenza del normanno Roberto il Guiscardo nel Mezzogiorno italiano e dopo avere sollecitato Italiani e Tedeschi ad emanciparsi dalla tutela di un Imperatore appena novenne.

Nel concitato perdurare del clima scismatico, pertanto, e con l’occulta regìa di Ildebrando e del Principe Riccardo di Capua, la tiara papale era stata cinta da Anselmo da Baggio, ordinato il 1° ottobre col nome di Alessandro II. A tale elezione, il 28 ottobre del 1061 a Basilea l’Episcopato tedesco, dopo avere investito del titolo di Patricius Romanorum il piccolo Enrico IV, aveva opposto la nomina di Cadaloo Vescovo di Parma, col nome di Onorio II.

Sotto scorta lombarda, egli aveva occupato Roma nel marzo dell’anno successivo, mentre in Germania l’Arcivescovo riformista Annone di Colonia sottraeva la reggenza ad Agnese; si vocava a protettore del giovanissimo erede e, convocato il Parlamento, affidava la soluzione della grave crisi ecclesiale al nipote Burcardo di Halberstadt.

Alla fine, costui aveva ratificato la legittimità di Alessandro II che, nel 1063, aveva scomunicato e destituito Onorio: il provvedimento era stato riconfermato il 31 maggio del 1064, nel Concilio di Mantova.

Il 21 aprile del 1073 il suo pontificato, tuttavia, si era concluso nella stessa turbolenta maniera che ne aveva connotato l’inizio, poiché nel 1069 il decesso di Goffredo di Lorena aveva consentto alla Nobiltà romana di rivendicare la Signorìa cittadina e di conferire l’incarico di Prefetto a Cencio Frangipani.

Era maturata l’ascesa di Ildebrando di Soana.

Benché i suoi oppositori avessero contestato duramente la modalità elettive, egli ricevette l’ordine sacerdotale il 22 maggio ed il 30 giugno successivo fu consacrato come Gregorio VII.

Fissate relazioni con ogni Stato europeo, fino alla Polonia, alla Boemia ed alla Russia; avviati rapporti col Sovrano della Mauritania; tentata senza successo la via dell’amicizia anche con l’Armenia e con il Basileus bizantino Michele VII; legatosi saldamente al Vescovo Hugues de Die in Francia e a Lanfranco di Canterbury in Inghilterra; certo che l’Istituzione ecclesiale si ponesse al di sopra di qualsiasi altra struttura secolare e che il Papa fosse il Reggente di Dio in terra; deciso a fondere Sacerdotium e Imperium sotto la sua guida; determinato ad affrancare il Clero dall’autorità temporale; persuaso di realizzare l’ideale agostiniano di una Comunità nella quale ogni evento fosse subordinato alla sua funzione di capo di un esercito in grado di aggiogare anche i Musulmani d’Oriente; trasformati in alleati i Normanni del Sud italiano e progettata l’espulsione di ogni implicazione tedesca dalla penisola, pur esibendo sprezzo per il potere temporale, egli pose le basi dello Stato della Chiesa e fece della lotta alla simonia ed al concubinaggio clericale la piattaforma ideologica della sua guerra personale all’Impero, ponendone in crisi la sacralità.

Utilizzò, pertanto, l’indebolimento della monarchia tedesca conseguente alla morte di Enrico III ed alla inesperienza del giovane Enrico IV che, oppresso dalla ribellione sassone e costretto nel maggio del 1074 in pubblica penitenza a Norimberga a prestare impegno d’obbedienza e a promettere sostegno alla Riforma, una volta sconfitti i nemici ad Hohenburg il 9 giugno del 1075, si dette invece al recupero dei suoi diritti come Sovrano d’Italia inviando il Conte Eberardo in Lombardia contro i Patari; nominando il chierico Tedaldo alla Curia di Milano; tentando di collegarsi al normanno Roberto il Guiscardo.

In effetti, le relazioni fra Curia e Corte si erano incrinate per effetto della censura espressa dal Primo Concilio Romano contro il Clero simoniaco e concubinario e l’Episcopato germanico aveva protestato contro la scomunica emessa nell’assise del febbraio del 1075 a carico di cinque Prelati della Corte imperiale, a margine della pubblicazione delDictatus Papae: un artificio giuridico/teologico mirato a sottrarre al potere politico il diritto d'investitura; ad affrancare il Clero dai Laici; ad imporre il celibato; a revocare il decreto di Leone VIII, che aveva reso gli Imperatori arbitri anche delle elezioni papali; a restaurare la potenza della Curia di Roma; a fare del Sacerdozio l’unica e legittima Aristocrazia occidentale, sotto la quale comporre e dominare le Monarchie europee ponendo la spada a servizio della Croce.

Dopo la sostituzione del Cardinale Attone con Tedaldo a Milano e dopo il dissenso manifestato dal Cardinale Guilberto di Ravenna, il malessere degenerò in una autentica levata di scudi: la ribellione fu capeggiata dal Cardinale Ugo Candido e dal Prefetto Cencio Frangipani e si consumò nella notte del Natale del 1075 quando costui, alla testa di un manipolo di sgherri, fece irruzione in santa Maria Maggiore; ferì il Papa officiante; lo spogliò dei sacri paramenti e lo arrestò sotto lo sbalordito silenzio della Comunità. Nel giro di poche ore, tuttavia, una insurrezione popolare lo liberò, mentre gli autori del sequestro riparavano in Germania.

Nel gennaio successivo, Enrico IV fu invitato a Roma per discolparsi dall’accusa d’essere il mandante del sacrilegio; egli replicò convocando l’assise di Worms del 24 dello stesso mese; processando il Papa per essere riuscito ....attraverso Matilde di Canossa ed altre stregonerie... a convincere il popolo romano in una sorta di antimperialismo; invitando i Romani ad eleggere un nuovo Primate.

Circa trent'anni prima Enrico III il Nero aveva deposto tre Papi; ma il tentativo di emulazione del padre si risolse per il giovane Sovrano nella perdita del consenso popolare; nell’abbandono dei Nobili; in una nuova impennata sassone e in gravi danni alla sua immagine, posti in essere dal Legato papale Altmann di Passau.

Il clima si arroventò: il 2 febbraio del 1076 fu insediato un nuovo Concilio in Laterano e, con un provvedimento di forte impatto sulla pubblica opinione, Gregorio scomunicò Enrico; lo privò della dignità reale e sciolse i sudditi dal vincolo di fedeltà, suscitando profonda impressione sia in Germania che in Italia. A Tribur, poi, nell’ottobre dello stesso anno, per evitare degenerazioni del conflitto, i Principi tedeschi tentarono di negoziare una tregua fra le parti concedendo all’Imperatore un anno per pentirsi: solo una esauriente giustificazione del suo operato e la sincera contrizione avrebbero consentito la revoca di quel drammatico provvedimento che il Papa intendeva personalmente ratificare nel capoluogo del distretto svevo. Diversamente, il trono sarebbe stato considerato vacante.  

Privo di qualsivoglia intenzione di umiliarsi, il Re rilanciò la sfida: marciò verso l’Italia, con l’intenzione di impedire al rivale anche di solo raggiungere la frontiera. Ma dovette insinuarsi in lui, forse, il dubbio che l’acuirsi della tensione trasformasse l’aggressore in vittima, esponendo il Regno a pericolose conseguenze di politica interna.

Così, festeggiato il Natale nella borgognona Besançon, assieme alla moglie Berta di Savoia, al figlio e ad un folto seguito, affrontò il rigore delle Alpi. Giunto a Pavia, con la complicità del Vescovo di Torino e la solidarietà dell’Alto Clero lombardo, si accinse a scompigliar i piani dell’ avversario acquartierando l’esercito sotto le possenti mura di Canossa.

Era il 20 gennaio del 1077: sapeva che il nemico si era messo in viaggio all’inizio di dicembre; che scortato da truppe matildine, puntava a raggiungere Augusta ove intendeva delegittimarlo; che mirava a porre la tiara imperiale sul capo di un amico della Chiesa; che era stato informato della bellicosità episcopale milanese e, allarmato dalla presenza dei contingenti imperiali, si era rifugiato a Canossa, investendo dell’onere della mediazione Ugo di Cluny e Matilde di Canossa.

Tenne comunque calde le schiere: un monito allo scontro dagli esiti indubbi.

Dopo tre giorni e tre notti di attesa, fu ricevuto: Gregorio gli accordò la clemenza.

Ma il pentimento di Enrico fu una simulazione: non a caso, prevenuta la dichiarazione di decadenza dalle prerogative, si oppose nei fatti ad ogni pretesa ecclesiale; esercitò il diritto della Corona a dettare le regole successive; contrappose all’alleanza tra l’Alta Feudalità tedesca e i partigiani del Papa quella granitica fazione costituitasi a Worms. Epperò, al rientro in Germania, constatò una diffusa animosità nei suoi confronti: in coincidenza con la morte dell’ Imperatrice Agnese, l’Aristocrazia lo aveva sostituito con il cognato Rodolfo von Rheinfelden, Duca di Svevia.

Vane furono le proteste: il Papa, dopo una iniziale condotta di cauta neutralità, scagliò un secondo anatema contro il deposto Sovrano surrettiziamente accusandolo di non essersi appellato al suo arbitrato e, per quanto le truppe imperiali liquidassero l’usurpatore a Flarchheim il 27 gennaio del 1080, confermò la scomunica e la deposizione il 7 marzo successivo.

Il Popolo insorse: la guerra civile frantumò l’unità della Germania in una successione di intrighi, battaglie e trame, risolte il 15 ottobre del 1080 quando il Duca di Svevia cadde nella battaglia lungo le sponde dell’Elster.

Non perse tempo la Chiesa, nell’offrire il trono ad Ermanno di Lussemburgo eletto nell'agosto del 1081, quando il consenso politico di Enrico era al suo massimo storico: convocato l’Alto Clero a Bamberga e a Bressanone, il 16 giugno successivo egli proclamò la decadenza del  falso monaco; lo sostituì col Primate di Ravenna Guiberto, col nome di Clemente III; tornò in Italia; fu cinto della corona ferrea a Pavia; assegnò una serie di benefici e privilegi alle città che lo avevano sostenuto; marciò contro Matilde, alleata ed ispiratrice dell’antimperialismo ecclesiale, dichiarandola rea di lesa maestà, con conseguente confisca dei beni e decadenza da tutte le funzioni pubbliche; puntò su Roma; vi fu solennemente incoronato; si alleò con il Basileus Alessio Comneno, contro i d’Hauteville; con la complicità della Nobiltà capitolina pose sotto assedio Gregorio, asserragliato in Castel sant’Angelo.

Lo liberò Roberto il Guiscardo, il 21 maggio del 1084 rifugiandolo a Salerno, ove si spense esule il 25 maggio del 1085 dopo aver firmato una pastorale di esortazione alla crociata contro Enrico.

Effetti della Riforma gregoriana

Fin dal Concilio di Sutri del 1046, dopo l'allontanamento di ben tre Pontefici contemporanei da parte di Enrico III, riferitamente alla designazione papale il Popolo romano riconobbe all’ Imperatore l’ufficio di Primo cittadino ed il diritto ad una sorta di Primatus in electione che gli consentiva di agire a discrezione.

Dopo Leone IX, maturò una graduale rivendicazione d'indipendenza: l’assise romana dell' aprile del 1059, sotto Nicolò II, fissò l’esclusiva competenza episcopale nella scelta del candidato che, estratto dalla casta sacerdotale romana, otteneva il solo assenso dei Laici e del Clero minore. La consacrazione medesima doveva celebrarsi a Roma e al Sovrano tedesco erano riservati il debito onore e la tradizionale reverentia.

In definitiva: il Papa era deciso da una ritretta oligarchia ecclesiastica.

In seguito, per coronare di successo i propri progetti, l’intransigente Ildebrando si avvalse del concorso di tre fattori: i precedenti Concili; le Collezioni canoniche e l’invio in tutte le Corti europee di suoi Legati che, al fine di garantirsi il controllo dell’intero corpo episcopale, distinse in due categorie: quelli impegnati in loco, con l’incarico di sorvegliare il rispetto delle riforme sul territorio e quelli itineranti, con missioni diplomatiche precise; entrambi obbligati a riferire i risultati delle loro attività.

Per prevenire la ribellione dei Metropoliti, di fatto sottoposti alle verifiche dei suoi Messi ed esigenti testi di riferimento normativo, fece poi elaborare nuove Collezioni e recuperare antiche Decretali, Disposizioni dei Padri della Chiesa e raccolte di Diritto Romano promuovendo le compilazioni di Attone, di Anselmo da Lucca e di Deusdedit, in tutte predominando l’ansia di affermare il principio della sua autorità come fonte di legge: ne derivò il Corpus iuris canonici.

Decretò, inoltre, la legge sul celibato del Clero regolare e rifacendosi alle lettere di Papa Siricio  - l’una inviata nel 385 al Vescovo Imerio di Terragona e l’altra inoltrata nel 405 al Vescovo di Tolosa Esuperio- impose con l’esempio monacale l’antico rito ecclesiale, suscitando una dura reazione. Sprezzante del dissenso, poi, scomunicò anche il Clero che aveva ricevuto feudi e titolarità dalle Curie Regolari, previo versamento in denaro. La censura non colpiva solo gli Uffici concedenti, ma pure quegli Abati che, esercitando i poteri feudali, compivano a loro volta investiture tam in Spiritualibus quam in Temporalibus a sua insaputa.

Insistette, infine, sulla circostanza che il Nullius Diocesis e la Consacrazione delle Investiture fossero privilegio papale esclusivo.

E fu l’esasperata apologia teocratico/messianica del documento inviato al Corpo Episcopale nel 1080: ...Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. Spesso voi avete tolto ai perversi e agli indegni i patriarcati, le primazie, gli arcivescovati, i vescovati, per darli a uomini veramente religiosi. Se voi giudicate di cose spirituali, quale potenza non dovete avere sulle cose terrene? Sappiano oggi i re i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa...

Le sue intransigenti parole, sostenute da ardite scomuniche e deposizioni, sottintesero alla emancipazione dei Cristiani dalla subordinazione generalizzata a Sovrani iniqui e all’influenza del Clero corrotto.

Defraudato della facoltà di decidere le investiture dei Principi della Chiesa, Enrico IV suonò le trombe del Diritto Imperiale accusando Gregorio VII di usurpazione delle prerogative spettanti all’Imperatore ed a nessun altro al di sotto di Dio; ma si scontrò quel manifesto teocratico composto a due anni dall’ascesa al soglio: il Dictatus Papae; un espediente teologico/giuridico a sostegno del Primato romano; dell’identificazione del Papa con Cristo, dell’infallibilità, dell’ ecumenicità e, in definitiva, della pretesa di esercitare quel potere monarchico assoluto che collise con le convinzioni del Sovrano e del Clero tedesco, ancorati ai tradizionali elezione e conferimento dei grandi benefici ecclesiastici.

L'opera di Gregorio VII puntò anche verso l'Impero bizantino che aspirò a ricondurre all’ ortodossìa, progettando di guidare una spedizione di soccorso antinormanno con milizie di Guglielmo di Borgogna, Goffredo di Lorena, Raimondo IV di Saint Gilles e Amedeo II di Savoia. Ma il progetto si dimostrò impraticabile poiché egli stesso finì col piegarsi a Roberto il Guiscardo, cui poi ricorse per difendersi dalla collera di Enrico IV consapevole che, pur di nuovo padrone della situazione, era stato di fatto privato delle antiche prerogative e costretto a cercare nello Jus romano i nuovi requisiti della sua legittimità.

La Riforma, in definitiva, aveva posto a confronto i due grandi protagonisti di quella stagione, l’uno come campione dinastico della tradizione imperiale occidentale, l’altro come alfiere del rinnovamento, sullo sfondo della latente riscossa delle classi minori contro l’intero apparato feudale; della crisi del’Agostinismo e della rivalutazione dell’Aristotelismo che, sul piano ideologico, aveva favorito l’humus alla politica gregoriana ed ai suoi effetti sociali ed economici. IlDictatus Papae riaccreditò Dio della titolarità dei poteri; affermò la ecumenicità esclusiva del suo Vicario; gli riconobbe il diritto esclusivo di deporre o eleggere Vescovi e Sovrani; arginò le violente soverchierie dell’Aristocrazia; contenne il rischio di una sostanziale feudalizzazione della Chiesa; regolamentò le successioni dei Benefici riconfermando il celibato sacerdotale, combattendo la simonia ed affermando l’autonomia del Clero rispetto alle interferenze laiche; delegò l’elezione del Papa al solo Sacro Collegio.

La rivendicazione della Libertas Ecclesiae degenerò nel conflitto tra le due istituzioni entrambe ecumeniche per loro stessa natura: Sacerdotium et Imperium, Gregorio, potendo contare su sostenitori in Italia e nella stessa Germania; Enrico umiliandosi per mantenere uno sbrindellato prestigio. La contrapposizione si spostò dall’àmbito politico/dottrinale a quello più strettamente militare e la guerra si combatté senza esclusione di colpi: ispirandosi alla dottrina di Gelasio I, Gregorio VII fu il primo Papa della storia ad osare infliggere ad un Imperatore la massima sanzione ecclesiastica: la scomunica, impensabile nel regime cesaropapista bizantino.

La querelle si concluse con la morte in esilio, enfatizzata da supponenti parole... Dilexi iustitiam et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio...(ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità, perciò muoio esule) che fecero da retroterra alla canonizzazione del 1606.

Col suo delirio di potenza, egli aveva trasformato la Lotta per le Investiture in giurisdizione ierocratica dei Papi medievali che, da quel momento, agirono come Capi di Stato, malgrado egli stesso a fronte dell’aborrito antiCristo tedesco fosse costretto ad arretrare; a sopportare sul sacro trono di Pietro la presenza, nel giorno santissimo di Pasqua, di un antiPapa; a consegnarsi all’ignominia della fuga.

Bibliografia:

R. Morghen: Gregorio VII
C. Grimberg: Storia Universale
G. Scherr: Duemila anni di vita tedesca


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

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