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Margherita di Durazzo
di Carmello Currò
Baboccio da Piperno Antonio. Sepolcro della eegina Margherita di Durazzo, 1412

Salerno città di battaglie ma anche città di riposo. Un luogo di serenità dove trascorrere gli anni dei ricordi dopo una travagliata esistenza di guerre. Salerno l'aveva nel sangue, la regina, poiché in fondo era nipote di Carlo II, figlio del grande Carlo I d'Angiò (primo sovrano della Dinastia) che da giovane aveva portato il titolo di principe di Salerno.
La sua storia si inserisce nel grande tumulto delle interminabili contese delle lotte intestine tra i rami angioino e durazzesco per il possesso del Regno, e quindi in quelle del grande scisma che travaglia la Cristianità occidentale e che vede contrapporsi i pontefici di Roma e quelli di Avignone. Riassumere le vicende del Regno e quelle della Dinastia significherebbe anche raccontare la storia personale di Margherita: una donna costretta a vivere fra continue guerre, sospetti, vicissitudini, delitti familiari, agguati e assassinii che allungavano la propria ombra fino alla reggia e alle stesse stanze dei sovrani. Basta ricordare che era nipote della famosa regina Giovanna I, la più ammirata e disprezzata donna del Regno, ora considerata alla stregua di una Messalina, ora considerata “una rosa aulente fra le spine”, secondo le parole di Clemente VII di cui fu fervida fautrice. Ricordare poi, i ricorrenti passaggi di campo della sterile e più volte sposata sovrana che invece dell'altro nipote Carlo di Durazzo aveva preferito adottare come figlio ed erede al Trono di Napoli Luigi d'Angiò, fratello del re di Francia; e come lo stesso Carlo, cugino e marito di Margherita, abbia poi fatto uccidere Giovanna nel castello di Muro Lucano, per impadronirsi finalmente del Regno e mettere fine alla pericolosa politica della regina.
Ma i sospetti e le paure che segnarono la storia terrena di Margherita non si fermarono certo all'omicidio di sua zia. Altre, ugualmente complicate vicende, ne sconvolsero l'esistenza e forse anche la mente, fin quasi agli ultimi giorni della sua vita. Fu duro per lei, ad esempio, animo religioso ed austero, sopportare i gravissimi contrasti che segnarono i rapporti tra il Papa di Roma e suo marito Carlo III di Durazzo, e questi rapporti ancora disegnano la complessità delle relazioni politiche al cui centro si trovava la Corte di Napoli, e la difficoltà di conduzione degli affari del Regno. Alla luce degli avvenimenti, come già era accaduto per la morte di Giovanna I, sarebbe necessario riconsiderare anche la figura di Carlo III, e non giudicare il suo operato soltanto come una sorta di violenza politica, intesa a guadagnare egoisticamente il Regno che gli veniva messo in pericolo. Carlo III, piuttosto, appare come un uomo deciso, risoluto, e che alla stregua del grande avo Carlo I si muove in primo luogo per salvaguardare quei diritti che ritiene sacri e inattaccabili; e che gli discendono direttamente da una eredità che gli derivava dall'investitura pontificia. Diritti che avevano reso la Dinastia angioina una famiglia rapidamente napoletanizzata, lanciata verso la grande politica europea e potenzialmente in grado di unificare l'Italia intorno alla propria Corona. In tutto, dunque, assolutamente lontana dai pericoli che si sarebbero manifestati con il predominio di Luigi I d'Angiò il quale, se pur sostenuto da numerosi simpatizzanti interni, sarebbe potuto essere soltanto la pedina del re francese, e quindi la quinta colonna di una Potenza straniera nella Penisola.
Nessuna meraviglia, dunque, se Carlo non risponde tergiversando più del dovuto alle strane pretese del legittimo Papa Urbano VI, e che anzi gli si opponga con una offensiva degna del suo carattere. Al Papa, come si sa, i cardinali francesi, affermando che la sua elezione era avvenuta sotto la minaccia della folla che li assediava (e approfittando del carattere instabile del Pontefice che a volte sembra abbia rasentato la follia), avevano contrapposto il porporato Roberto da Ginevra che, una volta eletto come “secondo” pontefice, prendeva il nome di Clemente VII, originando il grande scisma che avrebbe diviso in due la Cristianità. Questi, nel conflitto fra Angioini e Durazzeschi, aveva preso le parti dei pretendenti angioini al Trono di Napoli, legatissimi alla Corona francese che a sua volta era sostenitrice del papa di Avignone. Era logico, dunque, che Urbano VI in un primo momento abbia guardato con estremo favore Carlo di Durazzo, rappresentandolo quasi come il proprio paladino (1).
Ma alla personalità di Urbano non piaceva chi non fosse completamente assoggettato ai suoi voleri. In un primo tempo il Pontefice rimproverava al sovrano di non essere abbastanza duro nel reprimere i partigiani di Clemente VII, ancora presenti nel Regno. Quindi chiedeva che Carlo III acconsentisse a concedere al proprio nipote Butillo una serie di enormi possedimenti; concessioni che, nei suoi più reconditi piani, dovevano servire come base di partenza per la conquista o la donazione a costui dell'intero Regno (2). Quando nel 1383 il Papa in persona si era recato da Carlo III per rinnovare con foga le proprie richieste, il re non aveva pensato di meglio che farlo rinchiudere nelle prigioni di Aversa, lasciando evidentemente aperto uno spiraglio a molte altre soluzioni politiche. Anche se liberato dopo pochi giorni, tuttavia, il Papa ritenne necessario rompere ogni rapporto con lui, e quindi scomunicarlo insieme alla regina e a tutti i suoi discendenti viventi e futuri fino alla quarta generazione (3).
E' chiaro che una donna devota alla Chiesa ed al marito come Margherita, debba aver trovato nella situazione tutti i motivi di dolore e di delusione che poteva suggerire la sua sensibilità. Sentimenti aggravati dal peggioramento della crisi che rasentò la commedia. Poiché nel febbraio del 1385 il Papa, dopo essersi liberato di alcuni cardinali già suoi sostenitori che pensavano di consegnarlo a Clemente VII, proclamava una crociata contro Carlo III. Questi rispondeva promettendo una taglia di 10.000 fiorini a chi gli avesse consegnato il Papa vivo o morto. E a sua volta, stretto in assedio nel castello di Nocera, Urbano VI si recava tre volte su di una torre per lanciare l'anatema contro il re (4).
Poco dopo, lo stesso Carlo partiva rapidamente per l'Ungheria, poiché il re di quello Stato Luigi I d'Angiò (cugino in secondo grado del Re di Napoli), morendo aveva lasciato come erede l'unica figlia Maria. Adducendo i diritti al Trono come più vicino rappresentante maschio della Casa angioina, Carlo iniziava un nuovo conflitto, appoggiato da gran parte della nobiltà e del popolo, spodestava la giovane regina e si proclamava sovrano col nome di Carlo II. Poco durò la sua vittoria, poiché la regina vedova Elisabetta riusciva a farlo catturare da un gruppo di sicari e a rinchiuderlo nella prigione di Viségrad, presso Pest, in Ungheria, dove poi lo faceva avvelenare nel febbraio del successivo 1386. L'annuncio fu portato a Corte da un gruppo di cavalieri suoi partigiani, i quali giunsero proprio mentre a Napoli si stava svolgendo un fastoso torneo per festeggiare l'incoronazione di Carlo a re d'Ungheria. La notizia sconvolse Margherita, stretta fra mille nuove insidie, e destinata ad assumere una più lunga reggenza in nome del decenne figlio Ladislao. Approfittando della debolezza politica e militare della regina, gli Angioini di Francia tornarono infatti alla conquista del Regno, riuscendo ad arrivare fino a Napoli. Margherita si rinchiuse prima in una resistenza disperata a Castel dell'Ovo, quindi fuggiva con il giovane re a Gaeta, e qui dal 1387 rimase per alcuni anni, mentre il re angioino Luigi cercava da Napoli di conquistare l'intero Regno, che per alcuni anni rimase diviso a macchia di leopardo fra i due opposti schieramenti. E quanti pericoli, quante ansie, pur nel sicuro rifugio di Gaeta.
Raimondo vescovo di Arles, partigiano angioino, si recò un giorno del 1391 nella Rocca, fingendo di voler rendere omaggio a Ladislao. In una Corte dove si era avvezzi ad improvvisi cambiamenti di campo, non si poteva mancare di accogliere con cordialità un esponente della Chiesa che sembrava stesse aprendo una falla nello schieramento nemico. Ma il vescovo, durante un convito, persuase un coppiere a versare un veleno nel vino destinato al giovane Ladislao. Pare che la dose somministrata non fosse stata letale, e che perciò nonostante atroci dolori, il re fosse presto fuori pericolo. Ma il fatto avrebbe lasciato un segno nella balbuzie che per tutta la vita accompagnò il sovrano. L'episodio gravissimo e la successiva condanna a morte del coppiere dovettero alimentare il clima di sospetto e di incertezza che regnava a Corte, e influire sui nervi di Margherita che secondo qualche cronista, quasi sfociarono nella pazzia. Pochi giorni dopo, inoltre, sempre a Gaeta giunsero gli stessi messi ungheresi che quattro anni prima avevano annunziato alla regina la morte del marito Carlo III. Con sé, questa volta, recavano ceste riccamente ornate, che si pensava con tenessero doni importanti; ma quando furono aperte alla presenza della regina, essa si trovò dinanzi le teste decapitate di coloro che avevano ucciso il consorte, macabro dono dei suoi partigiani del Regno lontano (5).
A mutare tuttavia le sorti di Margherita e Ladislao, fu l'elezione al Soglio pontificio (della fazione legittima che si era raccolta intorno a Urbano VI), del napoletano Bonifacio IX il quale mise da parte le richieste del suo predecessore e di suo nipote, e si schierò decisamente al fianco della Corte di Gaeta. In pochi anni le fortune del giovane re presero vigore; egli riaffermò i suoi diritti al Trono d'Ungheria, conquistò ampi spazi del Regno e finalmente nel 1399 rientrò a Napoli da dove costringeva alla fuga il re angioino Luigi II (il quale era stato a suo tempo incoronato dal papa avignonese Clemente VII).
Poco dopo, ancora una volta un componente della Dinastia risaliva lungo la Penisola, raggiungendo quei confini che sarebbero stati emulati solo diversi secoli dopo dallo sforzo militare del re Gioacchino Murat. A partire dal 1405 Ladislao conquistava Roma al dominio pontificio e prendeva l'Umbria, frenato solo momentaneamente da Firenze e Siena, e più tardi dall'antipapa Giovanni XXIII e da un nuovo intervento del pretendente angioino Luigi II. Tuttavia, il re moriva appena trentottenne nel 1414, non senza sospetti di essere stato avvelenato. E con la sua morte cadevano i suoi grandi sogni e la prospettiva di una unità italiana conseguita con secoli di anticipo su quella risorgimentale.
Margherita, però, era già morta nel 1412: aveva avuto la sorte di spegnersi mentre l'astro del figlio era ancora nel suo pieno fulgore, al vertice del suo percorso di speranze. Ma si era intanto ritirata a Salerno, nel Castro novo, il castello riattato su una parte dell'area dell'abbazia di S.Benedetto che, essendo sorta sulle antiche fortificazioni urbane, continuava giuridicamente a far parte della dotazione reale. La città aveva sempre avuto un forte legame con la Dinastia; aveva persino fornito amministratori per la Provenza da cui Carlo d'Angiò ricavava linfa vitale per i suoi domini italiani; e nel Cilento si era dovuta fermare l'invasione aragonese che stava percorrendo il Sud a compimento dell'insurrezione siciliana del Vespro.
La regina è stanca quando giunge a Salerno. E dopo tante lotte sembra giunto il momento di pensare al cielo, all'anima, alle devozioni. Nel suo documento dell'aprile 1412, solo pochi mesi prima della morte, Margherita assegna alla cappella di S.Giovanni Battista, edificata nel duomo di Salerno, il feudo di Saragnano, attualmente frazione di Baronissi, allora ricco casale fiorente per le manifatture della lana e per gli impianti proto-industriali che vi sono costruiti già da secoli. L'atto scritto manifesta non solo la munificenza della regina; ma esprime una serie di interessi ecclesiali che sembrano essere molto avanti coi tempi, e che si ispirano a forme di culto che saranno pienamente espresse con il Concilio di Trento.
Margherita, infatti, chiede che la ricca donazione trovi il corrispettivo in una serie di condizioni che devono essere soddisfatte dal clero e dal popolo. La nomina di un collegio di ecclesiastici scelto prima dalla regina stessa e dopo la sua morte dall'arcivescovo, che curino l'onore della cappella, celebrino venti Messe al mese, partecipino alle preghiere del clero cattedrale. I sacerdoti avrebbero dovuto inoltre celebrare la festa della Decollazione di S.Giovanni Battista, l'anniversario della morte di Margherita e, nel corso della sua vita, la festa della Candelora. Con il rimanente delle rendite feudali, si sarebbe dovuto provvedere all'alimentazione della lampada dinanzi al SS.Sacramento. Mentre tre procuratori, eletti annualmente dai nobili, dal popolo e dal clero stesso della cappella, ricevevano l'onere di controllare la corretta amministrazione del beneficio. Infine, la regina disponeva che in caso di inadempienza delle condizioni, il feudo sarebbe passato all'ospedale della SS.Annunziata di Salerno. Il documento dunque possiede ed esalta alcune esigenze che la Chiesa ha sempre cercato di valorizzare nei secoli passati: la centralità del culto eucaristico; il valore della preghiera comunitaria; la presenza partecipe dei laici nella vita spirituale della comunità (6). E dimostra quanta consapevole religiosità Margherita abbia nutrito per anni; mostrando infine, ancora una volta da regina, quale debba essere il giusto comportamento per la classe dirigente e il popolo di uno Stato cristiano, nel seguire i dettami della Religione.
Poco dopo, non improvvisa, la peste dilaga nel Meridione d'Italia, quella stessa che già incrudelisce tra Lombardia ed Emilia. In giugno Margherita ripara ad Acquamela, altro casale manifatturiero, oggi pure frazione di Baronissi. Ancora agli inizi del suo sviluppo industriale, il villaggio posto sulle rive del fiume Irno non è inquinato dai residui della lavorazione delle lane, che ristagnando nelle vasche, costringerà alcuni secoli più tardi all'abbandono da parte dei suoi abitanti a causa delle velenose esalazioni. All'epoca sembra un luogo salubre, alle pendici della montagna, cosparso di fattorie. In una tra queste masserie rurali, semplici ma autosufficienti, la regina trova riposo. E' una maxaria strana,una casa estranea, forse quella stessa che ella aveva donato in marzo al suo fedele Matteo Cioffi e che ora apre le sue porte per l'augusta ospite. L'isolamento non basta a tenere lontano la malattia: il 16 luglio Margherita si ammala, e muore il 6 agosto. Muore di peste, si afferma, ma come supportare questa ipotesi, se i pochi giorni di malattia che bastano a far morire migliaia di persone, qui si trasformano in venti? le cure straordinarie? un fisico eccezionalmente forte (7)?
Il figlio Ladislao volle che fosse immortalata nel marmo dal famoso scalpello di Baboccio da Piperno, scultore che già guardava ad innovazioni che fanno pensare al Rinascimento, artista preferito dalla Corte. Il monumento funebre rappresenta la regina che da un lato è circondata dalle giovani dame di palazzo; dall'altro è attorniata dalle suore francescane. Ora nella cattedrale di Salerno, era destinato al convento francescano posto lungo il monte che sovrasta Salerno, secondo la devozione cui ella era strettamente legata.
Ha l'abito francescano, Margherita, e non solo per una devozione personale. L'amore per il Povero di Assisi è una distinzione che la famiglia angioina ha acquisito fin dal suo primo giungere nel nuovo Regno assegnatole dal Papa. Quando la lotta contro gli Svevi costituiva ancora una battaglia dall'esito insicuro, i Frati francescani erano usciti dai loro conventi per fare una capillare propaganda in favore del nuovo re Carlo d'Angiò. Contro il sovrano svevo che aveva impoverito le popolazioni di Sicilia tassandole fino all'inverosimile per sostenere le sue avventure militari, contro l'onnipotente imperatore che puniva con inaudita severità tutti coloro che osavano ribellarsi al suo volere, i figli di S.Francesco avevano fatto sentire la propria voce per annunciare a queste genti disperate l'alba di un nuovo giorno: la venuta di un nuovo re che avrebbe portato la pace, la giustizia, il benessere. Si sa come l'uomo si attacchi e si affidi alle speranze. E Carlo le aveva rinvigorite, e in particolare si era predisposto ad eliminare fin dai primi tempi quelle forme di esosa fiscalità che avevano reso il Regno una terra da sfruttare. La storia non si fa con i se. Ma questa volta sia consentito affermare che se il re angioino non avesse dovuto sostenere per decenni la guerra contro gli Aragonesi che dalla Sicilia conquistata si sforzarono di conquistare anche la parte continentale del Regno, molto probabilmente una ben diversa sorte sarebbe toccata alla parte meridionale dell'Italia. Non impoverita da una nuova lunghissima guerra, inserita nei grandi circuiti dell'Europa interna di cui faceva parte la Provenza che costituiva la parte recente ma a lui legatissima dei grandi domini di Carlo, ente statale indipendente che avrebbe fatto da centri di attrazione dei tanti domini e città della Penisola italiana che il sovrano angioino aveva conquistato o che si erano spontaneamente dati a lui per un breve o lungo periodo.
Ha l'abito francescano, perché il grande Santo Ludovico d'Angiò, nato nella vicina Nocera, da futuro erede al Trono, si innamora egli stesso di quest'abito sacro, lo vuole rivestire, e da principe sceglie di diventare frate francescano, divenendo un umile giovane coperto di una povera tonaca; elevato tuttavia all'episcopato di Tolosa ma morto appena ventitreenne dopo aver edificato tutta l'Europa con la sua vita di preghiere, digiuni e mortificazioni che a lui valsero gli onori degli altari ed alla sua famiglia il prestigio altissimo di aver donato al mondo un nuovo Santo dopo Luigi IX.
E dunque la regina procede il suo viaggio verso il Paradiso con questo simbolo che riassume la sua vita ed anche l'ordine civile che avrebbe voluto stabilire nei suoi domini sotto gli auspici delle sacre lane di un Ordine religioso. Un Ordine che parla di pace, finalmente di pace, in quel mondo percorso dai dissidi che la regina conserva ancora nella sua mano con gesto regale, sotto forma di sfera, di scettro e di corona.
Quale aspetto ella stessa assume, nell'opera di Baboccio: figura isolata, prevalente, austera. Da una parte le sue dame sorridenti in abito di corte; dall'altra le suore con il volto ricoperto dalle rughe. I due gruppi del monumento quasi riassumono i due tempi della gioventù e della maturità della sovrana: da una parte le speranze, dall'altra la verità dell'esistenza. Una realtà che Baboccio forse conosce di persona, essendo stato sempre lo scultore prediletto della Corte angioina; o cui è stata raccontata da quanti a Salerno hanno avuto modo di avvicinare la sovrana e di conoscerne la personalità. E che quindi sa raccontare nella pietra come gli altri l'hanno fatto con le parole.

Note
(1) Cf. E.-G. LEONARD, Gli Angioini di Napoli, Firenze 1967, p.600.
(2) Cf. Storia d'Italia, VI, Milano 1965, p.1375.
(3) Cf. LEONARD, cit., p.603.
(4) Ibidem.
(5) Cf. Storia d'Italia, cit., p. 1375.
(6) Cf. G.CRISCI, Il cammino della Chiesa salernitana nell'opera dei suoi vescovi, I, Marigliano 1976, pp-386 e ss.
(7) Cf. L.A.MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores (1723-1751), dove vengono riportati i Giornali del duca di Monteleone (m.1535).

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Carmelo Currò

Giornalista, storico, ispettore onorario Ministero Beni Culturali






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