ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Rosvita di Gandersheim

di Rubina Rosa Caporale

- L’autrice e il suo tempo.
-
Le opere.
-
I drammi.

L’autrice e il suo tempo

Rosvita, il cui nome latinizzato, come spiega lei stessa, assume il significato di Clamor Validus (voce squillante) , deriva probabilmente dall’antico alto tedesco hruod-suind o dall’antico sassone hrot-swith.

La nostra è una canonichessa vissuta nel decimo secolo,  si ritiene sia nata intorno al 935 e morta dopo il 973; data della morte di Ottone I alla quale lei stessa accenna nella prefazione di una sua opera. Rosvita non ebbe grande successo nel medioevo e per questo i manoscritti che hanno tramandato le sue opere sono molto rari. Proprio per questo problema nell’800 viene sollevata una vera e propria “questione Rosvitana”. Alcuni studiosi sostennero che la scrittrice non fosse mai esistita realmente, ma fosse stata creata dal suo scopritore Conrad Celtis, che nel ‘500 trovò il primo manoscritto delle opere di Rosvita. Fortunatamente la disputa filologica si è conclusa nel 1922 con il ritrovamento da parte di Goswin Frenken di un altro codice contenente gli scritti di Rosvita.

Rosvita visse quindi nel cosiddetto “secolo di ferro” nel particolare monastero di Gandersheim. Il cenobio fu fondato nel 852 dal duca di Sassonia Liudolfo, trisavolo di Ottone I. Già il titolo del suo fondatore può essere una prima spia per capire che fin dall’ inizio fu un istituto altamente aristocratico; le sue badesse appartenevano infatti alla famiglia imperiale e, dal 947, divenne a tutti gli effetti un principato autonomo. Sebbene ci sia chi sostiene che Rosvita sia entrata in convento relativamente tardi[1], ma la maggioranza della critica ritiene che Rosvita sia entrata in convento almeno da adolescente. A favore di questa tesi sta la sua ottima preparazione; acquisibile solo in ambito monastico e  in lunghi anni. La sua formazione fu merito prima della consorella Rikkardis che l’avviò allo studio delle discipline del quadrivio (musica, astronomia, matematica e geometria), successivamente della nuova badessa Gerberga, nipote dell’imperatore Ottone I che la indirizzò allo studio della retorica, dialettica e grammatica (discipline del trivio). Ella lesse direttamente Terenzio Virgilio e Ovidio, ma conobbe anche Lucano e Orazio. Tra gli autori tardo antichi e medioevali conosciuti dalla poetessa vanno citati almeno Agostino, Boezio ed Alcuino. Le “aspirazioni intellettuali” delle suore di Gandersheim frutto dell’ottima preparazione conseguita all’interno del monastero erano soprattutto “coltivare lo spirito, studiare i maggiori autori pagani e cristiani, e avere scambi con uomini colti”[2]. Quest’ultimo punto implicava anche un ideale sociale che per le canonichesse non era irraggiungibile.

In Gandersheim, infatti, come anche in altri cenobi del tempo, vivevano sia monache che canonichesse. Le ancillae dei canonicae o virgines non velatae si distinguevano dalle monache esteriormente, perché non portavano il velo e sostanzialmente, perché erano meno soggette alla regola benedettina: dovevano rispettare i voti di castità e di obbedienza, e partecipare ai sette uffici di preghiera giornalieri, ma al contempo godevano di forti libertà poiché non erano tenute a prendere voti di povertà e di clausura. Questa condizione privilegiata, poco gradita alla chiesa di Roma, risultava invece una soluzione ottimale per la sistemazione delle figlie dell’alta aristocrazia. Questa precisazione risulta di notevole importanza per comprendere il personaggio Rosvita come “donna del suo tempo” e tanto più importante per comprendere la natura del suo lavoro come scrittrice. L’essere canonichessa infatti le consentiva di frequentare liberamente la corte imperiale.

Diversi indizi ci parlano della frequentazione della corte da parte di Rosvita. Primo fra tutti è il brano in cui parla delle fonti adoperate per le sue leggende, dove dice di aver ricostruito la vicenda del martirio di Pelagio grazie al racconto di un testimone oculare originario di Cordova (luogo del martirio). Testimone che presumibilmente faceva parte di un’ambasceria inviata Abd ar-Rahman III a Ottone I.

Oltre questo evento particolare c’è chi[3] sostiene la possibilità che Rosvita avesse avuto contatti anche con Raterio da Verona che avrebbe influenzato lo stile della sua prosa rimata.

Altro indice dei rapporti con la vita culturale di palazzo sono le lettere stesse che la canonichessa indirizza agli intellettuali interlocutori delle sue commedie. Queste lettere-premessa sono molto importanti per il corpus delle commedie dal punto di vista programmatico e saranno affrontate più avanti.

Le opere

Le maggiori fonti di ispirazione per la nostra autrice sono i vangeli apocrifi e le agiografie. Le vite delle vergini martiri cristiane sono per lei il modello degli ideali di vita cristiana e da essi troverà il maggiore spunto per esaltare il potere della fede delle donne nelle sue opere.

L’opera di Rosvita si divide in tre libri.

Nel I libro si trova la dedica a Gerberga e la prefazione in cui si scusa con i lettori per i numerosi difetti della sua scrittura, seguono le otto leggende sacre dette anche poemetti agiografici. Maria, Ascensione, Gongolfo, Pelagio, Teofilo, Basilio, Dionigi, Agnese, tutte scritte in esametri leonini ad eccezione del Gongolfo scritto in distici elegiaci.

Il II libro comprende le commedie in prosa ritmata precedute da una prefazione in cui motiva la composizione dei drammi e si scusa per i suoi errori. A questi seguono alcuni versi che l’autrice scrisse sull’apocalisse a commento degli affreschi che la raffiguravano.

In conclusione il III libro contiene i Gesta Ottonis e i Primordia cenobii Gandeshemensis; due poemetti storici scritti in esametri leonini. Il primo parla della vita di Ottone I fino alla sua incoronazione ad imperatore, mentre il secondo parla della storia del convento di Gandersheim, fin dai primi prodigi avvenuti sul luogo di fondazione; quest’ opera fu probabilmente scritta con l’intento di far tornare il convento in “voga” mentre il cenobio viveva quel periodo di crisi che ne precedeva il declino.

 I drammi

Volendo ora analizzare più nello specifico i drammi, converrà illustrare l’opera nella sua struttura e nei suoi intenti, facendo riferimento anche alle prefazioni.

Per capire la struttura tematica dei drammi conviene introdurre prima i poemetti, poiché il raffronto dei due cicli è utile alla comprensione del progetto dell’autrice. Le leggende o poemetti agiografici sono la prima opera in cui l’autrice afferma la sua forte volontà di scrivere. Rosvita è un caso eccezionale come letterata in quanto donna e per di più religiosa. Infatti già nella prefazione ai poemetti si nota la sua estrema professione di umiltà. Lei sa di essere molto preparata e molto intelligente, ma non perde occasione per scusarsi dei suoi errori e  chiedere perdono ai suoi lettori. Quasi in contrasto con le sue umili cerimonie,  Rosvita sa anche difendere molto bene la sua scelta di dedicarsi alla letteratura; scrive infatti di dover scrivere per celebrare Dio attraverso il talento che egli le ha donato. L’autrice inoltre difende la particolarissima scelta di usare come fonti i vangeli apocrifi affermando in proposito che “quod videtur falsitas forsan probabitur esse veritas”. Questo atteggiamento ambivalente nella premessa sembra quasi essere una “dissimulazione onesta” dell’autrice, che con queste professioni di modestia e umiltà cerca di evitare gli attacchi dei suoi contemporanei. Rosvita infatti poteva essere criticata sia perché donna sia perché religiosa e soprattutto a causa degli argomenti da lei trattati.

Inizia così a mostrarsi a noi, una figura sempre più originale di donna decisa e sapiente, che non esita (o meglio fa finta di esitare) ma afferma validamente le sue scelte. Chissà se dietro tutte queste professioni di umiltà, non si nasconda il timore di un eccessivo autocompiacimento, unito ovviamente alla più comprensibile “captatio benevolentiae”, dovuta alla sua condizione di donna e canonichessa. Per concludere l’analisi sul personaggio che emerge da queste formule rituali nelle premesse potrebbe essere utile citare Vinay che sottolinea il tentativo di riscatto di Rosvita come donna monaca e letterata. Veicolo di questa rivalsa sono i suoi personaggi femminili vincenti nella fede e nel confronto con il sesso opposto.  

Dopo le leggende agiografiche Rosvita scrive le commedie. I due cicli, se raffrontati, rivelano l’intento di formare un solo grande lavoro con elaborate simmetrie interne[4];. Cercherò di sintetizzare le corrispondenze più importanti. 

Leggende

Drammi

Maria / Ascensione

Gallicano I-II

Gongolfo

Agape, Chionia e Irene

Pelagio

Drusiana e Callimaco

Teofilo

Maria la nipote di Abramo

Basilio

La conversione di Taide

Dionigi

La passione delle sante vergini.

Agnese

Apocalisse

I parallelismi sono soprattutto tematici. Tra tutte risaltano le composizioni centrali; “Teofilo” e “Basilio” per le leggende e “la conversione di Taide” e “Maria la nipote di Abramo” per le commedie. L’importanza data alla parabola esistenziale-religiosa dei personaggi che rinunciano a Dio per  poi pentirsi e redimersi, sembra stare particolarmente a cuore alla nostra autrice che tratta la questione in quattro modi diversi.

Inoltre converrà sottolineare che le prime due commedie (Gallicano I – II) e le prime due leggende (Maria e Ascensione) formano un dittico strutturato da una prima parte più lunga e un’appendice più breve. Una piccola nota sulle prime due leggende è la centralità della figura di Maria (la cui infanzia è tratta dai vangeli apocrifi). La madre di Gesù sarà un personaggio importante anche nell’ascensione di Cristo per il discorso che egli le rivolge promettendole la sua ascensione al cielo.

Il Gongolfo e Agape, Chionia e Irene sono accomunati dalla commistione di elementi tragici e comici, mentre nucleo tematico del  Pelagio e di Drusiana e Callimaco è l’ amore illecito. Altre storie di martirio sono trattate nel Dionigi e nel Sapienza (detto anche La passione delle sante vergini) , con la particolarità che i martiri sono sapienti - il primo è un filosofo e la seconda è la personificazione stessa della sapienza. L’ ultimo parallelismo è il più complesso: Agnese è una santa martire che rifiuta il matrimonio per la fede; il tema della verginità e del rifiuto del matrimonio chiude il cerchio rimandando ai temi di Maria e del Gallicano ( la protagonista Costanza rifiuta di consumare il matrimonio). Il collegamento ben più sottile, avanzato dal Kuhn per chiudere il ciclo, suggerisce prima il rimando al tema della verginità con l’incipit dell’Apocalisse “Il vergine Giovanni vide il cielo aperto” e aggiunge che l’argomento dell’apocalisse chiude idealmente il doppio ciclo di opere iniziato con l’infanzia di Maria fino all’ ascensione di Cristo. Questo lavoro così strutturato ha suggerito che Rosvita possa aver tratto ispirazione da qualche modello iconografico. Era possibile infatti che nei suoi soggiorni a corte abbia potuto ammirare dei cicli di affreschi come quelli della chiesa di palazzo contenenti scene dell’antico e del nuovo testamento. Nella storia dell’arte medievale infatti questi parallelismi sono molto frequenti poiché si riteneva che nel vecchio testamento ci fossero costanti richiami profetici al vangelo.

Finora è stato analizzato il contenuto del doppio ciclo, ma non la sua “forma”. Perché Rosvita scrive drammi? Perché decide di imitare uno scrittore pagano come Terenzio? A queste domande risponde lei stessa nella prefazione. Rosvita dichiara nella lettera di presentazione del suo lavoro, indirizzata agli intellettuali di corte, di voler scrivere drammi al modo di Terenzio, ma con contenuti cristiani a causa del successo che l’autore pagano riscuoteva all’epoca. Ella infatti dichiara che “vi sono molti cattolici [..], che per la raffinata eleganza della lingua antepongono la frivolezza dei libri pagani all’utilità delle Sacre Scritture” o che anche attenendosi ad esse non, disdegnano, per il piacere della lettura la “dolcezza della sua lingua (Terenzio)”,rendendosi comunque soggetti alla contaminazione delle nefandezze pagane. Suo intento è quindi quello di usare la forma terenziana che risultava di maggior presa sul pubblico, ma modificandone i contenuti. L’ argomento dei suoi drammi sostituirà alle “oscene sconcezze di donne senza pudore […] l’ encomiabile illibatezza di sante vergini cristiane”. Rosvita quindi opera, nei confronti del commediografo pagano, una “riscrittura antifrastico – emulativa” (Cit. Giovini). Il succitato studioso inoltre analizza il rapporto tra Rosvita e il classico Terenzio attraverso il principio del “furto sacro”; un concetto diffuso nella cultura cristiana medioevale attraverso il De doctrina Christiana di Agostino. Egli si rifà ad un passo dell’ esodo che narra di come gli ebrei in fuga dall’egitto rubarono (per volere di Dio) dei vasi precedentemente prestati agli egiziani.  Spiega così, in modo figurato, il comportamento da adottare dagli scrittori cristiani rispetto al sapere classico proprio per recuperare le verità contenute nei testi classici e destinarle ad un uso migliore.

In conclusione, un’altra cifra caratteristica del lavoro di Rosvita è, come precedentemente accennato, la centralità della figura positiva della donna. La donna nei drammi di Rosvita vince con la forza della fede sugli uomini e le loro debolezze, cercando così un riscatto dalla mentalità misogina medioevale.

Albrecht Dürer, Miniatura di Rosvita e Ottone I, 1501

Testi di Riferimento:

E. D'Angelo, Storia della letteratura mediolatina.
Rosvita - Dialoghi drammatici a cura di Ferruccio Bertini
Peter Dronke, Donne e cultura nel medioevo
Maria Pasqualina Pillola, Introduzione a - Gesta Ottonis imperatoris, Hrotsvitha Gandeshemensis
Gustavo Vinay - "Rosvita: una canonichessa acora da scoprire?" in Alto medioevo latino
Marco Giovini - Rosvita e l'imitari dictando Terenziano 


[1] Magnin sostiene questa tesi poiché crede che la scrittrice dimostri di conoscere troppo bene le “passioni del mondo” per non averle mai sperimentate

[2] Cit. Peter Dronke

[3] Peter Dronke

[4]Qquesta tesi è stata esposta da Hugo Kuhn e ripresa dal sopra citato Peter Dronke


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