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Girolamo Savonarola
di Ornella Mariani

Ritratto di Girolamo Savonarola eseguito da fra Bartolomeo nel 1498


Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola, le cui opere nel 1559 furono inserite nella prima edizione dell'Indice dei libri proibiti, è attualmente servo di Dio; ma l’archiDiocesi di Firenze ha avviato il 30 maggio del 1997 la causa per la beatificazione.

Era terzogenito del Mercante di origine padovana Niccolò di Michele dalla Savonarola e di Elena Bonacossi, della famiglia dei Signori di Mantova.

Statua di Savonarola a Ferrara

Nel 1440 si erano trasferiti a Ferrara ove il nonno Michele, medico ed autore di preziosi testi in materia, era divenuto Archiatra del Marchese Niccolò III d’Este. Cultore della Bibbia e sprezzante di ogni sorta di mondanità, dopo avere scritto il De laudibus Iohanni Baptistae, egli aveva esercitato profonda influenza sulla formazione del diletto nipote, nato il 21 settembre del 1452, avviandolo alla grammatica, alla musica e al disegno. Fu poi il padre ad orientarne gli studi verso le Arti liberali e Girolamo, già interessato ai Dialoghi di Platone, approfonditi Aristotelismo e Tomismo e conseguito il titolo di maestro di quelle discipline, si dedicò agli studi di Medicina poi abbandonati a vantaggio della Teologia, a margine di composizioni poetiche: nel 1472 la canzone De ruina mundi, ove ricorrevano già temi del futuro impegno; nel 1475, la canzone De ruina Ecclesiae, ove omologava la Roma papale alla corrotta Babilonia.

L’impatto emotivo determinato dalla predica di un Agostiniano a Faenza nel 1474, lo indusse ad entrare nel convento bolognese di san Domenico il 24 aprile del 1475: la vocazione fu, forse, dettata dal prepotente bisogno di giudicare le vicende del mondo da una prospettiva moralistico/religiosa che lo rese assai intransigente. Non a caso scriveva ai familiari: … Scelgo la religione perché ho visto l'infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l'idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene... Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione…

Il 26 aprile del 1475 vestì l'abito di novizio offertogli dal Priore Giorgio da Vercelli; l'anno successivo prese i voti; il 21 settembre del 1476 divenne Suddiacono e il 1 maggio del 1477 Diacono. Approfondita la formazione teologica con Domenico da Perpignano, Niccolò da Pisa e Pietro da Bergamo, autore della Tabula aurea, il 28 aprile del 1482 fu nominato Lettore nel convento fiorentino di san Marco dal Capitolo della Congregazione domenicana lombarda di Reggio.

Nella Firenze medicea, che definì Cuore dell’Italia, dal maggio di quell’anno Girolamo prese a spiegare le Scritture e a tenere crude prediche, incentrate sulla fine dei tempi; sui castighi divini; sull’urgenza di riformare la Chiesa assumendo, nella Quaresima del 1484, la titolarità del pulpito di san Lorenzo: la parrocchia dei Medici.

Piazza Savonarola a Firenze

Il 12 agosto di quell’anno morì Sisto IV: il 29 successivo gli successe Innocenzo VIII, al secolo Giovanni Battista Cybo. Fu in quella fase che, dalle meditazioni condotte nella chiesa di san Giorgio, Savonarola trasse convinzione delle … molte ragioni per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello…

Inviato nel marzo del 1485 a san Gimignano per i sermoni quaresimali, prese ad inseguire un’utopia in contrasto con lo spirito terreno dell’Umanesimo e del Rinascimento sostenendo, con oratoria impetuosa, appassionata ed essenziale, che la Chiesa aveva a esser flagellata, rinnovata e presto. Non distratto neppure dalla perdita del padre, proseguì il serrato impegno oratorio profetizzando, una manciata di mesi più tardi, l’imminente venuta di …un flagello, o Anticristo o peste o fame… e ne elencò le cause individuandole nelle efferatezze; nella lussuria; nella sodomia; nell’idolatria; nella simonia; nei cattivi Pastori

Nel 1487 predicò nella chiesa fiorentina di santa Verdiana: concluso l’ufficio di Lettore, divenne Maestro nello Studium generale di san Domenico a Bologna e nel 1488 tornò Ferrara, ove risiedette due anni nel convento di santa Maria degli Angeli senza rinunciare ad omelie sempre più incisive e condìte da annunci di imminenti e terrificanti punizioni di Dio.

Brescia, Modena, Piacenza, Mantova conobbero i suoi toni sferzanti e catastrofici:… e' padri vedrebbono ammazzare è loro figlioli e con molte ignominie straziare per le vie

La svolta fu del 29 aprile del 1489 quando, stimolato da Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo de' Medici indirizzò uno scritto al Generale dei Frati Predicatori chiedendo di ospitare Frate Hieronymo da Ferrara. Il 25 gennaio del 1490, però, incaricato di predicare la Quaresima a Genova, Girolamo lamentò in una lettera alla madre quei continui spostamenti: …se io stesse a Ferrara continuamente, crediate che non faria tanto frutto quanto faccio di fuori, sì perché gniuno religioso, o pochissimi, fanno mai frutto di santa vita nella patria propria e però la santa Scrittura sempre grida che si vada fori de la patria

Il 1° agosto del 1490 a Firenze riprese le lezioni in san Marco sul tema dell'Apocalisse e della Prima Lettera di Giovanni, censurando le letture di Aristotele, Virgilio, Ovidio, Cicerone, Dante e Petrarca piuttosto che del Vangelo; esprimendo tutta l’esigenza del rinnovamento ecclesiale; chiamando in causa le maggiori istituzioni religiose: …niente di buono è nella Chiesa....dalla pianta del piede fino alla sommità non è sanità in quella…; rivolgendosi ad umili e diseredati, con la medesima accoratezza riservata a Filosofi e Letterati; riscuotendo il consenso degli oppositori dei Medici, nei cui ambienti lo si definì Predicatore dei disperati; affrontando, per la prima volta il 16 febbraio del 1491, il pulpito di santa Maria del Fiore; denunciando, nella successiva Pasqua, la superbia e la corruttela dei Capi della Signoria, responsabili di vessazioni fiscali e di sfruttamento dei poveri.

Non esitò ad ammonirlo, Lorenzo il Magnifico. Tuttavia, ispirato da una Voce, al mattino del 27 aprile di quell’anno, Girolamo si espresse in modo ancor più virulento anche contro le minacce di confino rivolte a Bernardino da Feltre dallo stesso Medici, dal quale preannunciò la morte: …io sono forestiero e lui cittadino e il primo della città; io ho a stare e lui se n'ha a andare

Il Magnifico abbassò i toni della polemica ma gli contrappose la fine eloquenza del celebre agostiniano Mariano della Barba da Genazzano: senza successo, il 12 maggio costui polemizzò con Girolamo alla presenza di folto pubblico; del Poliziano e di Pico della Mirandola.

In quella estate, maturò l’incarico di Priore del convento di San Marco. Contro ogni prassi, egli non si recò a rendere omaggio al potente Signore né si lasciò sedurre dai suoi cospicui doni, ma pubblicò il Tractato divoto e utile della umiltà, cui seguì il Tractato dello amore di Jesù Cristo: le suggestioni in essi contenute montarono il suo credito al punto che, quando nella notte del 5 aprile del 1492 un fulmine deteriorò la lanterna del Duomo, tutti interpretarono l’evento come un cattivo presagio.

Di fatto, tre giorni dopo, assistito proprio dal Frate, Lorenzo de' Medici spirò nella sua villa di Careggi archiviando quella Politica dell'equilibrio che aveva assicurato alla Penisola un lungo periodo di relativa stabilità ed aprendo una crisi istituzionale aggravata dall’insuffiecienza del suo erede e foriera del declino di Firenze.

A fine aprile, intanto, Girolamo fu a Venezia per presenziare al Capitolo generale della Congregazione lombarda, di cui il convento di san Marco era parte: rientrò a Firenze il 22 maggio e vi pubblicò gli scritti Trattato dell'amore di Gesù; Trattato dell'Umiltà; Trattato dell'Orazione; Trattato in defensione dell'Orazione mentale.

Da quel momento, il suo linguaggio ed il suo messaggio si fecero più intensi e diretti: il 25 luglio di quell’anno si spense anche Innocenzo VIII e l'11 agosto successivo ascese al soglio  Alessandro VI, al secolo il Cardinale Rodrigo Borgia.

Il 22 maggio del 1493 grazie all’appoggio del Porporato Oliviero Carafa, Protettore dell'Ordine domenicano, Savonarola ottenne il consenso papale all’autonomia del convento di san Marco: un primo passo, forse, verso la vagheggiata riorganizzazione dell’edificio religioso. Il 13 agosto dell’anno successivo, infatti, incassò il distacco dalla Congregazione lombarda anche delle case domenicane di Fiesole, san Gimignano, Pisa e Prato istituendo una Congregazione toscana della quale egli stesso fu Vicario generale. Colse allora l’occasione per imporre ai suoi Monaci il ritorno all’originale pauperismo ponendone in vendita i beni; distribuendone i proventi agli indigenti; accingendosi a realizzare una nuova sede fuori Firenze; accendendosi di speranze per l’arrivo di Carlo VIII di Francia che, venuto in Italia a tutela dei propri interessi sul Regno di Napoli donde proclamava di voler organizzare una crociata, incarnava lo strumento della punizione ed il simbolo del rinnovamento della Cristianità.

Pietro de’ Medici

Nato a Firenze il 15 febbraio del 1471; primogenito di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini; fratello di Papa Leone X; sposato ad Alfonsina Orsini; padre del Duca di Urbino Lorenzo, di Clarice, del precocemente deceduto Cosimo, e forse anche di Alessandro detto il Moro, in realtà figlio naturale di Clemente VII; morto il 28 dicembre del 1503 sul Garigliano; detto il Fatuo, fin da bambino fu educato a succedere al padre nella Signoria e nella direzione del Banco di famiglia, malgrado si rivelasse privo di talento al Precettore Agnolo Poliziano: era inetto, arrogante ed insubordinato.

Nel 1492, era subentrato al Magnifico nella guida della città, ma presto quei rapporti con gli Stati italiani, faticosamente costruiti da Lorenzo, furono incrinati dalla decisione di Carlo VIII di Francia di far valere i suoi diritti successori sul Regno di Napoli. La penisola guardò con ansia alla calata del potente esercito oltralpino: l’attenzione di tutta la Comunità politica si posò su Pietro, mentre il Sovrano a Milano aiutava Ludovico il Moro a liberarsi dell’ingombante nipote Giangaleazzo Sforza.

Carlo chiese al Medici di passare per la Toscana, mirando a lasciarvi una retroguardia che garantisse le comunicazioni col Sud. Egli ne accolse le istanze senza condizioni, fino a donare quattro strategiche piazzeforti di confine a suo tempo contese fra Lucca e Genova: Sarzana, Serzanello, Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e l’accesso al capoluogo. Tuttavia, quando il transito si trasformò in invasione della regione e Pietro addirittura si inginocchiò per baciare i piedi del Re, la voce di Girolamo Savonarola tuonò in ogni contrada: quel gesto fu la scintilla della rivolta popolare esplosa nell’indignata Firenze, sull’onda delle predicazioni del carismatico Frate.

I Fiorentini assaltarono i palazzi medicei; ne bandirono il rappresentante e restaurarono la Repubblica, conferendole una maggiore partecipazione popolare ed un carattere spiccatamente teocratico. Pietro riparò a Venezia, grazie all’appoggio di Philippe de Commines: unitosi all’ esercito francese, nel contesto delle guerre franco/spagnole per il controllo del Regno di Napoli, nel 1503 sarebbe annegato nel Garigliano.

La guerra fra Fiorentini e Pisani e le sue conseguenze

Nel perdurare del riformismo del Savonarola iniziava il conflitto fra Firenze e Pisa: recuperata la libertà, i Pisani aizzarono i centri sottomessi con grande sdegno dei Fiorentini che evitarono di reagire per non irritare Carlo VIII, restando aggrappati alla sua fragile promessa di restituzione della città. Ai primi di gennaio del 1495, tuttavia, a fronte della insostenibilità della situazione, ingaggiarono le Compagnie di Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Ranuccio da Marciano, designando Commissario delle truppe Pier Capponi che, in pochi giorni, ricondusse all'obbedienza tutta l’area.

I Pisani si appellarono allora a Lucca, Siena e Genova affidandosi alle armi di Giacomo Appiano, Giovanni Savellia e del bolognese Lucio Malvezzi che sconfissero la decisa Repubblica nella valle del Serchio. A questa rotta si saldò l’insurrezione di Montepulciano e, ai Legati di Firenze che esigevano l’ordine di arretramento di Siena dalla località, Carlo oppose da Napoli l’invio di contingenti utili a Pisa per guadagnare terreno.

La guerra continuò con ampi margini di vantaggio fiorentino, restando viva la convinzione che gli impegni sarebbero stati rispettati: il Sovrano francese restituì Livorno ma, il 1° gennaio del 1496 il Comandante francese d'Entragnes, di stanza a Pisa, vendette Sarzana e Sarzanello ai Genovesi e il 30 marzo Pietrasanta ai Lucchesi.

Firenze vacillò: le milizie di Venezia e di Ludovico il Moro giunsero in soccorso ai Pisani che, nell’aprile sconfissero Francesco Secco, ferendolo mortalmente a Vico; Lucio Malvezzi trasse prigioniero Ranuccio da Marciano e nella seconda metà di giugno il veneziano Morosini irruppe in Valdinievole.

A fronte di una probabile reazione francese, Ludovico il Moro e la Serenissima invitarono l’Imperatore Massimiliano I a ricevere la corona regia e imperiale rinvigorendo i Pisani che, supportati dai rinforzi di Venezia, sottrassero ai Fiorentini terre e castelli tra cui Soiana ove cadde Pier Capponi, colpito alla fronte da una palla di falconetto.

Intanto a Vigevano l’Asburgo aveva incontrato gli Alleati e lo Sforza, di cui aveva sposato la figlia Biancamaria: intendeva sottrarre ai Francesi e riportare in orbita imperiale il Ducato di Savoia, Monferrato e Saluzzo. Fallito il tentativo, si recò prima a Genova e poi a Pisa donde proseguì per l’assediata Livorno ma, scoraggiato dal sostegno fornito alla popolazione da Carlo VIII, il 21 novembre riprese la via per la Germania mentre Ludovico il Moro si ritirava dalla Toscana.

La morsa del conflitto pisano/fiorentino si allentò, mentre maturava quello fra Chiesa e Orsini.

Nel marzo del 1497, però, si convenne una tregua tra la Francia e i Collegati e, essendo in essa compresi anche Firenze, furono sospese anche le ostilità di esse e Pisa.

L’armistizio danneggiò i Fiorentini, imponedogli la rinuncia ad un conflitto dall’esito  favorevole, pur nel contesto della tensione con gli altri Stati italiani e con la Chiesa, irritata dalle attività del Savonarola.

In quello stesso mese fu eletto Gonfaloniere Bernardo del Nero, della fazione dei Bigi, o Palleschi. Profittando dalla protezione a costui fornita dal Papa, Piero de’ Medici pensò giusto il momento per attuare un colpo di mano e, con un gruppo di Senesi, marciò sulla città presentandosi il 28 aprile avanti a Porta Romana.

Le agguerrite squadre di Paolo Vitelli lo persuasero a recedere da ogni proposito belligerante: l’abbandono dell’azione rinvigorì il partito del Frate che, il 4 maggio, fu insolentito da un gruppo di Compagnacci mentre predicava in san Marco.

I suoi numerosi partigiani reagirono provocando un violento tumulto.

Il 13 successivo, appoggiato dalla ostile Signoria eletta per il bimestre maggio/giugno, il Pontefice lo scomunicò facendo pubblicare il provvedimento nelle chiese di santa Croce, santo Spirito, santa Maria Novella e Badia.

Due mesi più tardi, però, prevalsero i Piagnoni e la condizione del Riformista si riconsolidò: in quei giorni fu arrestato Lamberto dell'Antella, che preparava il ritorno dei Medici. Sotto tortura, egli rivelò il nome dei complici: Giannozzo Pucci, Niccolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni, Giovanni Cambi e Bernardo del Nero, giustiziati nella notte del 27 agosto dopo sommario processo.

Le esecuzioni sembrarono un successo della fazione democratica e del Savonarola. Di fatto esasperarono l’animosità contro di lui che, per difendersi dalle accuse di eresia, espose in due Lettere l’infondatezza di una scomunica irrogatagli su false accuse. Composto il trattato sul Trionfo della Croce a conferma della sua ortodossia, nel Natale di quel 1497, in sprezzo del bando dalla Comunità cristiana, egli celebrò tre messe nella chiesa di san Marco; comunicò i suoi fedeli; si pose alla testa di una solenne processione. L’11 febbraio del 1498, infine, si scagliò dal pulpito del Duomo contro gli abusi papali assumendo non doversi obbedienza ad un Vicario in contrasto con i principi del Vangelo e della coscienza.

La circostanza fu ritenuta intollerabile da Alessandro VI che, il 26 successivo, minacciando di interdire Firenze e di confiscarne i beni, ordinò alla Signoria di arrestare il ribelle e trasferirlo a Roma.

La minaccia produsse i suoi effetti: i Canonici del Duomo vietarono le predicazioni nella loro chiesa e analogamente agì la Signoria, circa sermoni programmati in san Marco.

Tenuto il suo ultimo ufficio il 18 marzo, Girolamo sollecitò all'Imperatore e ai Re di Francia, Spagna, Inghilterra e Ungheria la convocazione di un Concilio.

Era tardi.

L’animosità di Arrabbiati, Bigi, Compagnacci coinvolse anche il governo democratico: molti Ecclesiastici negarono i Sacramenti ai seguaci di uno scomunicato e, per accanimento, si distinsero i Francescani che, capeggiati da Francesco di Puglia e spinti da antico astio verso i Domenicani, definirono il Savonarola eretico e scismatico chiamandolo ad una Prova del fuoco.

Egli si schermì, ma in sua vece accettò la sfida il confratello Domenico Buonvicini da Pescia.

Impaurito, Francesco di Puglia ritrattò la provocazione adducendo di volersi misurare col solo Savonarola e facendosi sostituire da Giuliano Rondinelli.

La prova, che la Signoria fissò al 7 aprile stabilendo che il soccombente sarebbe stato esiliato, suscitò grande interesse: i Piagnoni erano persuasi di superarla vittoriosamente; gli avversari speravano che il Buonvicini morisse arso, così arrecando danni irreversibili alla credibilità dell’ irriducibile Frate.

Quel giorno, un enorme numero di persone si raccolse sotto la Loggia dei Lanzi, riservata ai due Ordini monastici: giunsero per primi Girolamo e fra Domenico Buonvicini, l’uno col santissimo Sacramento, l'altro con un Crocifisso. Quando sembrò che si potesse iniziare, i Francescani pretesero il cambio d’abito del Domenicano sospettando qualche impostura. Egli acconsentì, ma pretestuosi e polemici cavilli si protrassero fino a sera impedendo, con l’imprevista complicità della pioggia, l’esecuzione della sfida con grande irritazione della gente.

La Signoria proclamò comunque la sconfitta del Savonarola e lo esiliò.

Pier Capponi

… Lo strepito dell'armi e de' cavalli non potè far, che non fosse sentita la voce di un Cappon fra cento Galli … (Niccolò Machiavelli: Decennali)

Proveniente da Lanieri di origine senese forti di ricchezza e prestigio tali da diventare titolari di un Banco e di una Compagnia di Affari con sedi anche a Milano, Bologna, Lione e in Oriente e, nel tempo, da esprimere ben dieci Gonfalonieri di Giustizia e cinquantasette Priori; Statista; Condottiero; Legato del Magnifico presso varie Corti, alla sua morte rifiutò di servirne l’imbelle erede e divenne leader dell’opposizione concorrendo all’esilio di costui.

Nel 1494 sfidò il Re di Francia, disceso in Italia in armi per conquistare il Regno di Napoli: quando Carlo VIII entrò in Firenze contro i pur garbati tentativi diplomatici di segno contrario e, il 25 novembre del 1494, ribadì le condizioni del suo transito così come le aveva imposte all’ambiguo e servile Pietro de’ Medici, pena il sacco della città enfatizzato dal suono delle trombe del suo esercito, prima di abbandonare la sala cn tutti i Notabili repubblicani il Capponi strappò il trattato in corso di esecuzione e dichiarò con glaciale fermezza la celebre frase: Se voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane.

Consapevole del rischio di una violenta rivolta, il Sovrano lo richiamò dicendogli spiritosamente Ah Ciappon Ciappon, voi siete un mal Ciappon!

Di fatto, i Francesi lasciarono laToscana.

Divenuto uno dei personaggi di rilievo della politica fiorentina accanto al Savonarola, a Paolo Soderini, a Francesco Valori e ad Antonio Vespucci, Pier fu ucciso il 25 settembre del 1496 da un colpo di arma da fuoco, durante l’assedio del castello di Soiana.

L’esperienza politica del Savonarola

Auspicando che rivendicasse i diritti angioini sul Regno di Napoli, Ludovico il Moro incontrò Carlo VIII il 9 settembre del 1494 ad Asti e forse proseguirono insieme per Genova.

Firenze, presentata come filo/aragonese da Pietro de’ Medici, era storicamente filofrancese. Così, timorosa della legittima reazione del Sovrano, prese le distanze dalla Signoria.

Colse l’occasione Girolamo Savonarola per tenere nel Duomo uno dei suoi più crudi sermoni sul tema del Diluvio, sconvolgendo con parole di fuoco l’amico Pico della Mirandola: …Ecco, io rovescerò le acque del diluvio sopra la terra!… e, nel contesto della lotta al Clero sprezzante della cura delle anime, annunciando l’arrivo di un Ciro che punisse la corruzione italiana, pochi mesi dopo individuandolo i Carlo VIII.

Costui in realtà era ancora ad Asti ma, mosso in armi verso Sud, il 29 ottobre da Piacenza e a margine di varie scorrerie chiese il consenso as attraversare il territorio fiorentino.

Piero de’ Medici, che cautamente aveva mutato condotta, gli concesse più del richiesto: le fortezze di Serzanello, di Sarzana e di Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e l’accesso al capoluogo. L’8 novembre del 1494 i Fiorentini lo cacciarono.

Da quel momento, e fino al 1497, Girolamo Savonarola dominò la scena politica e spirituale: il  23 dicembre Antonio Soderini, infatti, ricorse a lui per realizzare un regime partecipativo e libero, di ispirazione veneziana ed in perfetta armonia con i valori repubblicani, conciliando interessi aristocratici e popolari e conferendo alla città una solida immagine di concordia.

Alla formazione dell’edificio politico concorsero due tendenze locali: l’oligarchica di Pier Capponi e Guido Antonio Vespucci e la democratica di Francesco Valori e dello stesso Soderini. Primeggiò questa sostenuta dal Frate: mantenuta la vigenza di alcune Magistrature, furono rimossi i vecchi Consigli del Popolo e del Comune a favore di un Consiglio Maggiore deputato ad eleggere Magistrati ed a proporre e votare Leggi, con l’impegno attivo di tutti i cittadini, e costituito da contribuenti Beneficiati eletti o eleggibili ad una delle tre cariche maggiori: Signori, Gonfalonieri di Compagnia, Buoni Uomini. Da quell’organismo derivò un Consiglio Minore, delegato all’esame di affari d’urgenza mentre il Gonfaloniere ed otto Priori formarono la Signoria, assieme agli Otto Deputati alla Polizia municipale e ai Dieci della Guerra.

Interventi radicali furono varati anche in materia di Legislazione economica: il 5 febbraio del 1495 la riforma delle imposte; poi l’istituzione del Catasto; inoltre l’introduzione della decima sui beni stabili; infine la lotta all’usura e la fondazione del Monte di Pietà. A tali provvedimenti, comprensivi anche di piani di bonifica morale delegati a squadre a controllo della mondanità, seguirono l'amnistia generale per i delitti contro lo Stato; il riordino della Giustizia Civile del Tribunale di Commercio e parziali modifiche del Diritto penale, àmbito nel quale operavano gli Otto di Guardia e di Balia. Le loro sentenze: Giudizio delle sei fave, ovvero giudizio emesso dalla maggioranza di sei a due con sei fave, diventavano appellabili col ricorso ad un Consiglio Grande i cui membri erano selezionati fra i componenti del Consiglio Maggiore. Scopo precipuo dell’iniziativa era coinvolgere nella politica anche i partigiani medicei. Tuttavia, quando in seguito si rischiò che Piero de’ Medici rientrasse in Firenze, incorrendo nell’accusa di faziosità e di contraddizionismo il Frate pretese la comminazione della pena di morte a carico di chiunque tentasse di restaurare qualsiasi sorta di tirannide.

Malgrado si registrasse qualche episodio di violenza causato dalla contrapposizione fra fazioni, sembrò davvero che la crisi aperta dalla morte di Lorenzo de’ Medici fosse risolta.

In definitiva: era stata offerta una sorta di rivincita ai Ceti deboli che, da sempre esclusi dalla politica, ora erano coinvolti nella moralizzazione sociale e nella riforma dei costumi.

Parallelamente, si costituirono le fazioni repubblicane dei Bianchi e dei medicei Bigi, a modello delle antiche consorterie dei Bianchi e dei Neri e, trasversalmente ad esse, sorsero spontanei i sostenitori di Girolamo: i Frateschi o Piagnoni e gli avversari: gli Arrabbiati.

Il Frate divenne referente del Popolo: l’insufficiente erede di Lorenzo de’ Medici non potette evitare che egli divenisse di fatto Capo di una Repubblica perfetta, in cui la coesistenza di valori cristiani e valori politici fosse pilastro della società. La sua influenza fu resa evidente dalle parole pronunciate nel 1495: …Avendo tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo governo, ti convocai, escluse le donne, nella chiesa maggiore, presenti i Magnifici Signori e gli altri magistrati della città; e dopo molte cose dette del buon governo della cittade, secondo la dottrina delli filosofi e delli sacri teologi, ti dimostrai quale era il governo naturale del popolo fiorentino; e dipoi continuando la predicazione, ti proposi quattro cose che tu dovevi fare; la prima temere Dio; seconda, amare il bene comune della città e quello cercare più che il proprio; terza, far pace universale fra te e quelli che ti avevano governato per lo passato; quarta, ti esortai a fare un Consiglio Grande e generale al modo veneziano, acciocchè i benefici della città fossero riconosciuti da tutto il popolo, e non da alcuno particolare tuo privato cittadino, acciocchè per questo mezzo niuno si potesse far grande…..

Nel 1495, un Breve del Papa incaricò il Savonarola di predicare la Quaresima a Lucca: le proteste del governo fiorentino indussero però la città a rinunciarvi. Maturavano già nei suoi confronti, intanto, accuse di occultamento dei beni conventuali e di arricchimento con i tesori dei Medici. Non solo: per l’8 gennaio del 1495, gli Arrabbiati e il Gonfaloniere di Giustizia Filippo Corbizzi lo provocarono invitando a disputare contro di lui il monaco Domenico da Ponzo e il Priore domenicano di santa Maria Novella Tommaso, che lo accusò di perseguire interessi politici in contrasto col nemo militans Deo implicat se negotis saecolaribus di San Paolo.

Girolamo non si presentò, ma replicò due giorni dopo: …Tu dell'Ordine di Santo Domenico, che di' che non ci dobbiamo impacciare dello Stato, tu non hai bene letto; va', leggi le croniche dell'Ordine di san Domenico, quello che lui fece nella Lombardia ne' casi di Stati. E così di san Pietro martire, quello che fece qui in Firenze, che s'intromise per componere e quietare questo Stato ... santa Caterina fece fare la pace in questo Stato al tempo di Gregorio papa!...

L’ingombrante Frate era, ormai, padrone e Signore incontrastato di Firenze.

Restava dominante il problema della riconquista di Pisa, sul quale egli si era impegnato a strapparne a Carlo VIII la promessa di restituzione: Pietro de’ Medici aveva concesso al Sovrano le fortezze di Livorno Pisa, Pietrasanta e Sarzana, scatenando i fermenti fiorentini del 9 novembre del 1494. Nella veste di Legato della Repubblica, Savonarola aveva incontrato il Re a Lucca e a Pisa, senza conseguire risultati apprezzabili. Altrettanto deludenti erano stati gli esiti dell’assise di Signa ove egli aveva chiesto conto al Francese delle sue intenzioni, cercando invano di capitular con Lui.

In una predica del 21 giugno del 1495, pertanto, espresse le sue speranze in tal senso nella consapevolezza che una frattura interna all’alleanza franco/fiorentina avrebbe compromesso il suo credito: il Popolo credette che egli avesse fatto cambiare idea a Carlo, rispetto all’ intenzione di restaurare Piero de’ Medici.

Conclusione dell’avventura umana e politica

Il 31 marzo del 1495 Imperatore, Corona spagnola, Papato, Repubblica di Venezia e Ludovico il Moro avevano fatto lega contro Carlo VIII: sarebbe stata necessaria l’adesione anche di Firenze, per inibire all’avversario ogni via di fuga.

Poiché il governo del Savonarola era apertamente incline ai Francesi, occorreva screditarlo e demolirne l’ascendente sulla Pubblica Opinione.

Il Sovrano francese, che intanto aveva preso il Regno di Napoli, vi lasciò un robusto presidio e si dispose al rientro in Francia: il 1° giugno passò per Roma, donde Alessandro VI era fuggito riparando ad Orvieto e poi a Perugia. Poi proseguì la marcia verso Nord, con viva delusione dei  Fiorentini, allarmati dalla voce di un suo accordo con Pietro de’ Medici: il 17 giugno Girolamo lo incontrò a Poggibonsi, per averne assicurazioni che costui non sarebbe stato reinsediato.

Carlo lo rassicurò. Ma il 7 luglio, dopo aver forzato a Fornovo il blocco della coalizione nemica, apprese che Ferdinando II d’Aragona aveva recuperato il Regno di Napoli: la sua spedizione, dunque, si era risolta in un autentico fallimento col conseguente indebolimento delle posizioni del Frate e della sua Repubblica. Delle circostanze profittò il Papa che, il 21 luglio del 1495, trasmise un Breve: con lusinghieri elogi, convocava il pugnace Savonarola a Roma per apprenderne quanto di meglio gradito a Dio!.

Percepitane la falsità del testo, con lettera del 31 luglio il Frate declinò l’invito adducendo ragioni di salute; dichiarandosi disponibile per un futuro incontro ed inviando un libretto dal quale il Pontefice potesse già dedurre i suoi proponimenti.

A conferma dei sospetti, l’8 settembre fu raggiunto da un altro Breve: il Primate ora lo accusava apertamente di eresia; lo sospendeva a divinis e lo affidava al giudizio di Sebastiano Maggi, Vicario Generale della Congregazione lombarda.

Sdegnosamente, con risposta del 30, egli respinse le imputazioni; rifiutò di sottomettersi al Prelato, che considerava suo nemico; l’11 ottobre dal pulpito denunciò la combutta del Pontefice e degli Arrabbiati nel disegno destabilizzante; il 24 pubblicò l'Operetta sopra i Dieci Comandamenti; curò la stesura del De simplicitate christianae vitae e in dicembre, con un altro scritto protestò ancora la propria innocenza e difese la riforma politica fiorentina.

Con ulteriore e sorprendente Breve del 16 di quel mese, intanto, Borgia revocò gli ordini già impartiti e gli intimò solo di astenersi dalle ulteriori predicazioni, in attesa di valutazioni: nella  querelle si erano inserite le pressioni della Signoria perché Alessandro VI restituisse a Girolamo il diritto oratorio: la sua influenza sociale era ora necessaria ad arginare gli attacchi degli Arrabbiati, che imputavano al suo governo la perdita di Pisa.

Pare che Alessandro VI si fosse espresso vivae vocis oraculo al Cardinale Carafa ed al Legato fiorentino Ricciardo Becchi. Di fatto, il 16 febbraio 1496, scortato al Duomo da un corteo di circa quindicimila cittadini, Savonarola salì di nuovo sul pulpito di santa Maria del Fiore per il primo sermone del Quaresimale di quell'anno. Simulando di rivolgersi ad un interlocutore che gli rimproverava di parlare nella veste di scomunicato, pronunciò parole roventi:… la hai tu letta questa escommunica? Chi l'ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla? ...non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo mondo

Il successivo 24 attaccò duramente la Curia romana: …Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi ... noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici

Tali discorsi furono raccolti e pubblicati col titolo Prediche sopra Amos. Ma ormai, innumeri erano i suoi nemici, a partire dalla Lega antifrancese ostile a Firenze.

L’11 aprile del 1496, allora, egli sollecitò Ludovico il Moro  … a fare penitentia de li soi peccati, perché il flagello si appropinqua ... di questo mio dire non ho aspettato né aspetto altro che infamia et opprobrii e persecuzioni e finalmente la morte ....

Lo Sforza risponde scusandosi, ma i toni della polemica si erano ormai alzati: Savonarola tenne una nuova omelia nello stesso mese nella chiesa di san Domenico di Prato, alla presenza di molta gente e dei maggiori Letterati del tempo: l’aristotelico Oliviero Arduini e il platonico Marsilio Ficino. Poi, dette alle stampe la Expositio psalmi Qui regis Israel.

In novembre, postume, sarebbero state pubblicate anche le Prediche sopra Ruth e Michea.

In agosto, intanto, Alessandro VI tentò di corrompere Gerolamo offrendogli la Porpora attraverso il domenicano Lodovico da Valenza, a condizione che ritrattasse le critiche già rivolte alla Curia e si astenesse dal muoverne altre in futuro. L’irriducibile Frate rispose dalla Sala del Consiglio e alla presenza della Signoria: …Non voglio cappelli, non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!...

Ancora in quel mese, Ludovico il Moro intercettò due lettere dirette in Francia: nell’una, il Monaco sollecitava l’urgente aiuto del Sovrano francese; nell’altra, con toni ostili al Re, invitava un tal Niccolò alla cautela nei confronti dell’arciVescovo di Aix, Legato francese a Firenze.

Con ogni evidenza i documenti, di cui l’accusato negò l’autenticità, riuscirono a screditarlo e a frantumare il sodalizio franco/fiorentino.

La tensione s’intensificò il 7 febbraio del 1497, quando Savonarola organizzò un Falò delle vanità facendovi fece bruciare oggetti d'arte, gioielli e vestiti lussuosi con enorme danno per la cultura e l’arte rinascimentale.

L’8 aprile la tensione degenerò in un attacco al convento di san Marco, da parte dei Compagnacci, degli Arrabbiati e dei Bigi.

L’occasione fu propizia al Borgia che, il 12 maggio del 1497, emanò una nuova scomunica.

Il Frate respinse il provvedimento assumendone l’inconsistenza, in quanto emesso da un ferro rotto!, ed accentuò la sua condanna dei vizi del Clero sollevando il malcontento di gran parte del Popolo ormai magnificante la somma prudenza dello stato passato anche a fronte della inconsistenza delle profezie insistentemente annunciate: Carlo VIII non era venuto a liberare Firenze dai nemici e i dissidi fra classi sociali si erano inaspriti.

Il mito di Girolamo Savonarola si era appannato: gli avversari divennero sempre più arditi, a fronte della sua ingenua fiducia ed attesa di un intervento divino.

Ritenendolo privo del sostegno popolare ed isolato dal restaurato partito mediceo, la Signoria ne dispose l’arresto: i suoi fedelissimi si disposero a resistere ma, contrario ad inutili spargimenti di sangue e consapevole dell’epilogo della sua vicenda umana, politica e religiosa, egli li sollecitò alla moderazione ed alla virtù; si confessò; si comunicò e, imitato da Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi, si consegnò fra le invettive della plebaglia.

Parallelamente, una inferocita folla raggiunse il Gonfaloniere Francesco Valori; lo linciò; ne assassinò la moglie, la domestica ed un bimbo in fasce; gli bruciarono l’abitazione. Analoga sorte toccò ad Andrea Cambini, mentre gli altri seguaci si barricavano nelle loro case.

La notizia della cattura fu trasmessa alla Curia romana: Borgia ne chiese la traduzione a Roma ed assolse da scomunica quanti avevano ascoltato le sue prediche.

Il diniego fu fermo: Girolamo Savonarola sarebbe stato processato a Firenze.

Il Papa inviò come Commissari il Generale dei Domenicani Gioacchino Turriano e lo spagnolo Francesco Romolino, Vescovo di Ilerda: essi affrontarono una città in tumulto nella quale, assetata di sangue, la gente gridava Morte al Frate!

Il ribelle fu tre volte processato e a lungo torturato finché, nell’impossibilità di provarne la colpevolezza, il Tribunale alterò le risultanze processuali condannandolo alla pena capitale il 22 maggio, assieme al Buonvicini e al Maruffi.

Il giorno successivo fu innalzata in Piazza della Signoria una imponente catasta di legna: alla presenza del Popolo in fermento, i tre Monaci furono prima degradati dagli ordini sacri, poi legati ed infine posti sul rogo.

Le loro ceneri furono date all'Arno.

La breve ma intensa esperienza repubblicana che troppe responsabilità aveva preteso da Ceti incapaci di amministrare la politica perché storicamente da essa eslcusi, era conclusa.

Il silenzio era calato sul quarantaseienne Frate che aveva tentato di rimuovere dalla Chiesa la diffusa corruttela e che aveva cercato di conciliare l’ideale di Patria con la Fede. La brutale rivoluzione luterana avrebbe, tuttavia, costretto la Chiesa a riformarsi quarant'anni più tardi.

Il suo oppositore Niccolò Machiavelli lo definì un Profeta disarmato: incapace di amministrare le situazioni che egli stesso aveva determinato: Santo, Riformista, Eretico o Impostore, allora?

Certamente egli fu coraggioso, coerente e immune a compromessi; certamente fu dotato di profonda religiosità e di vibrante dialettica, nel proporsi ardente precursore di quella Riforma necessaria alla Chiesa, della quale rispettò comunque i dogmi; certamente, solidale con la parte sana della Società, difesa fino allo stremo in un miscuglio di passione politica e fervore mistico, egli fu esempio di profonda, serena e consapevole religiosità; certamente fu tragico testimone di una stagione incapace di concepire la distinzione fra potere temporale e potere spirituale, nell’antagonismo costante e mortale tra scettro e tiara.

Certamente sarà Santo, anche se non … subito!...

Bibliografia:

P. Villari: La storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi
R. De Maio: Savonarola e la curia romana
G. Cattin: Il primo Savonarola
R. Ridolfi: Vita di Girolamo Savonarola

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.



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