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Sichelgaita: Principessa Longobarda e Duchessa Normanna
di Ornella Mariani

Nell’XI secolo un Popolo feroce e determinato, dopo aver messo in ginocchio la Cristianità; aver scosso le fondamenta dell’Europa; aver resistito per circa due secoli alla potenza imperiale tedesca, scese in Italia del Sud espellendone i Bizantini ed imponendosi sugli Arabi di Sicilia.

I Normanni.

Secondo il cronista Amato di Montecassino, verso il 1016, quaranta di essi di ritorno da un pellegrinaggio in Oriente si fermarono in una Salerno assediata dai Saraceni; li annientarono; liberarono la città e ricevettero la gratitudine del Principe locale Guaimaro IV che, in seguito, ne reclutò una schiera: gli audaci fratelli Drengot del Quarrel!

A parere dello storico Guglielmo Appulo, invece, in quello stesso anno reduci dal santuario di san Michele al Gargano, temibili Cavalieri incontrarono Melo di Bari che, sempre più insofferente all’autorità bizantina chiese loro di concorrere alla liberazione della Puglia. Essi promisero che avrebbero mandato una corpo di combattenti a servizio di quella regione: i turbolenti fratelli d’Hauteville del Cotentin!

La Storia accetta entrambe le versioni: di fatto le periferie meridionali furono teatro di scontri sia per Guaimaro che per Melo ed i successi militari conseguiti in quelle fertili terre stimolarono lo spirito d’avventura di un numero sempre maggiore di avventurieri provenienti dalla Normandia. Contro essi, nel dicembre del 1017 il Basileus inviò il Catepano Basilio Bojoannes il cui esercito represse le ribellioni pugliesi e tentò di indurre i Principi longobardi e l’Abate Atenolfo di Montecassino ad abbandonare la causa di Melo.

In conseguenza della memorabile Battaglia di Canne del 1° ottobre del 1018, la Puglia ritornò in orbita bizantina; tuttavia l’Imperatore Enrico II, presso il quale Melo si era rifugiato, lo nominò Duca e gli promise il sostegno utile a riconquistare l’area.

Il ribelle barese si spense nell’aprile del 1020 a Bamberga, prima che i Tedeschi varcassero i confini del Mezzogiorno; ma nel novembre del 1021, deciso a raggiungere Capua; a dirimervi i focolai di tensione di Pandolfo IV; ad espellere definitivamente i Bizantini, il Sovrano mosse dalla Germania alla testa di sessantamila Bavari e Svevi. Giunto a Benevento, vi incontrò il Papa per poi spostarsi a Troia, della quale ebbe ragione dopo tredici settimane di assedio: fu allora che una tremenda epidemia stroncò le milizie imperiali.

Enrico dovette rinunciare al progetto di annessione della penisola all’Impero, ma condizionò l’espansionismo orientale; ristabilì la sovranità sui Principati longobardi; pose a capo di Capua Pandolfo di Teano; assegnò la valle del Liri ai nipoti di Melo; concesse alcuni feudi ai Normanni.

Servendo i Signori nelle loro guerre private, costoro incardinarono il loro dominio sul Sud: nel 1030 Rainulfo Drengot, per l’appoggio fornito a Sergio di Napoli contro Pandolfo IV, ottenne il titolo di Conte; il possesso delle terre aversane e la mano della sorella del Duca partenopeo.

Ma i Bizantini erano tutt’altro che disposti a rinunciare all’Italia: nel 1038, il Basileus Michele Paflagone ordinò l’occupazione della Sicilia.

Giorgio Maniace risolse in un fallimento quella guerra con i Saraceni isolani durata circa due anni ed affrontata dalle agguerrite truppe dell’Impero; da una compagnia di cinquecento uomini al seguito di Guglielmo, Drogone e Umfredo d’Hauteville e dal gruppo di esuli lombardi di Arduino. Peraltro, costui venne in Campania e, accordatosi con Guaimaro di Salerno e Pandolfo III di Benevento, si impegnò a sostenere la rivolta pugliese del 1041 assieme ai tre d’Hauteville con i quali avrebbe diviso le terre conquistate.

Contro di loro marciò Michele Dokeianos: il primo scontro si combatté sull’Olivento il 17 marzo ed ebbe come protagonisti Rainulfo Drengot ed Arduino; il secondo il 4 maggio sull’Ofanto e vi spiccò l’abilità di Atenolfo, a capo delle forze longobarde. Entrambi si conclusero con la disfatta bizantina: il 2 febbraio del 1042 Argiro, figlio ed erede di Melo, fu acclamato Duca di Puglia.

Parallelamente, a Matera, i d’Hauteville proclamavano loro capo Guglielmo braccio di ferro, alla cui morte nel 1046 subentrò Drogone, a sua volta assassinato sulle scale della cattedrale di Bovino e sostituito dal germano Umfredo.

A quel tempo, essi erano stati già raggiunti dal fratello Roberto il Guiscardo: un autentico brigante che, nel 1048, accettò di battersi contro Guaimaro IV di Salerno nell’interesse di Pandolfo IV di Capua. Il sodalizio durò solo un anno poichè, a parere ancora di Amato di Montecassino, costui non onorò l’impegno di cedergli un castello e la mano della figlia.

Egli, allora, impalmò Alberada: la figlia del Conte Gerardo di Buonalbergo.

In quel periodo, Leone IX si era mostrato quanto mai deciso ad espellere dal Mezzogiorno i Normanni: ritenendo l’Italia del Sud un bene della Chiesa, a sostegno delle sue pretese usò la Donazione di Costantino con la quale il Primo Imperatore cristiano aveva assegnato al Papato il possesso di Roma e dell’Italia.

Quella rivendicazione e l’asserito primato su tutti i Sovrani cristiani promosse una incessante attività di tutela dei diritti ecclesiali nell’area: in quelle condizioni, benché anche il Basileus di Bisanzio e l’Imperatore tedesco reclamassero l’eredità imperiale romana, nacque la prima coalizione antinormanna.

Come annotò Guglielmo Appulo, con truppe di Enrico III, dei Signori longobardi e dei Bizantini, Leone IX sfidò in battaglia i d’Hauteville a Civitate del Fortore il 18 giugno del 1053.

Il granitico fronte alleato di Riccardo Drengot, Roberto e Umfredo d’Hauteville e delle Baronie campano/pugliesi annientò i Clavisegnati ed il Pontefice, catturato ed umiliato da dieci mesi di prigionìa a Benevento vide subordinata la propria libertà al riconoscimento delle conquiste di Roberto nel Ducato di Puglie e di Riccardo nel Principato di Capua.

L’azione di forza aveva dato il suo risultato!

E l’amicizia si consolidò quando, l’inasprimento dei rapporti Chiesa/Impero sul nodo delle investiture e lo Scisma fra Roma e Bisanzio nel 1054 resero i Normanni braccio armato della Chiesa.

In quella fase in cui Riccardo d’Aversa, sposato a Fresenda d’Hauteville, poneva fine alla locale Signoria longobarda cacciando Landolfo III ed impadronendosi del Principato di Capua, la morte di Umfredo d’Hauteville aprì il problema della successione normanna: a vantaggio della propria discendenza, Roberto confiscò i beni del fratello defunto ai legittimi eredi; col germano Ruggero si lanciò alla conquista dei territori del Sud non ancora aggiogati; sottrasse, infine, Cosenza e molte piezzeforti limitrofe alla sovranità del Principe di Salerno Gisulfo II. 

In definitiva, in circa vent’anni i Normanni s’erano impadroniti del Sud peninsulare: avviarono l’impresa di conquista della Sicilia nel gennaio del 1061 occupando Messina, su sollecitazione dell’Emiro Ibn-Thimna. Roberto affidò il comando delle operazioni al fratello Ruggero, poiché da circa tre anni la sua vita privata era intervenuta incisivamente su quella pubblica: aveva conosciuto Sighelgaita di Salerno.

Pur già padre di Boemondo, colpito dalle sue note virtù egli manifestò l’intenzione di sposarla: ... è giunto a me ed alla mia gente la fama di donna avvenente, saggia, pudica e religiosa: sarà grande onore e gioia per il Popolo normanno vederla sposa e signora del suo duce...

Alle remore dei fratelli Gisulfo e Guido, incapaci di dotarla adeguatamente a causa del prosciugamento delle casse del Principato, oppose una visita a Salerno affrontando i futuri cognati e dichiarandosi disposto a fornire egli stesso alla sposa palazzi e terre fra i più belli della Calabria.

Ella aveva ventidue anni: avrebbe mantenuto lo status di Principessa longobarda; avrebbe acquisito il titolo di Duchessa normanna; avrebbe sposato il più temuto e rispettato Statista dell’epoca.

Definita da Amato di Montecassino nobile, bella e saggia e dal Primate Romualdo di Salerno onesta, pudica, virile nell'animo e provvida di saggi consigli, Sighelgaita versò in quella unione ogni possibile contributo culturale e politico utile al successo del coniuge, col quale ebbe rapporti sostanzialmente conflittuali: la sua raffinatezza intellettuale ed il suo acuto talento diplomatico si scontrarono sempre con la rozzezza pragmatica di lui, spietato ed ambizioso.

Sensibile benefattrice dell’abbazia di Montecassino, cui fu assai legata anche per i vincoli parentali con l’Abate Desiderio di Benevento (nel 1086 Papa col nome di Vittore III), ella srotolò la sua esistenza coniugale nella cornice degli eccezionali eventi che ebbero come protagonisti  Gregorio VII ed Enrico IV, nel contesto del processo di rinnovamento della Chiesa; nel segno della riforma gregoriana; nel complesso conflitto delle investiture; nell'affermazione dei Normanni in Langobardia minor; nel declino dell'antico e prestigioso Principato di Salerno; nel trionfo definitivo dei d’Hauteville.

Nata nel 1036, terzogenita di Gemma di Teano e del Principe Guaimaro IV della dinastia longobarda di Spoleto; sorella di Gisulfo II e di Gaitelgrima, a sua volta coniugata col Principe Giordano I di Capua e poi col Conte Alfredo di Sarno; nel 1058, sposa del Guiscardo che, per sospetta consanguineità aveva divorziato dalla normanna Alberada di Buonalbergo; madre di ben otto figli: Mafalda, Ruggero Borsa, Guido d’Amalfi, Roberto Scalio, Sibilla, Mabilia, Emma, Olimpia; definita dalla storica bizantina Anna Comnena ...un’altra Pallade, se non una seconda Atena..., Sighelgaita aveva vissuto infanzia e adolescenza nel monastero salernitano di san Giorgio limitrofo al Palatium coltivando, parallela agli studi dei classici latini e greci ed all’analisi delle Sacre Scritture, anche la passione per la medicina e l’erboristeria come discepola di Trotula de Ruggero: esponente di spicco della Scuola salernitana.

Gli anni dorati della formazione erano stati, però, sconvolti il 3 giugno del 1052 dalla morte del padre: il Principe più influente dell’Italia meridionale fu, infatti, assassinato nel porto di Salerno da un gruppo di ribelli amalfitani e bizantini e dai quattro nipoti, figli del cognato Pandolfo V di Capua. Nell’occasione il giovane Gisulfo II, già associato al trono nel 1042, era stato catturato e liberato dall’abilità dello zio Guido di Sorrento che aveva assediato la città; preso in ostaggio le famiglie dei congiurati e barattato la loro liberazione con il rilascio del nipote.

Riconosciuto legittimo erede e descritto da Amato di Montecassino nella Ystoire de li Normant come inaffidabile e subdolo, il Principe aveva mantenuto una condotta ostile nei confronti degli Amalfitani e dei Normanni, considerati sempre barbari malgrado i tentativi di mediazione praticati dalla sorella dal cui energico temperamento pur fu influenzato nelle scelte politiche: coltissima, ella esercitò grande ascendente a Corte distinguendosi per le attività sociali; per l’avvenenza coniugata al fascino; per l’eccezionale carisma fondato su un profondo misticismo.

Aveva sposato Roberto orientandolo verso un atteggiamento filoecclesiale.

Nell'aprile del 1059, Nicolò II aveva presieduto in Laterano uno dei più importanti Concili della Storia sancendovi quelle norme che, stravolgendo il tradizionale assetto, avevano urtato la sucettibilità dell’Imperatore Enrico IV e coinvolto i Normanni fino a trasformarli da predoni in paladini della rivendicata autonomia della Chiesa.

Il Guiscardo aveva contato di unificare il suo potere nel Sud, opponendosi ai Bizantini ed alle ambizioni autonomistiche delle stesse Baronie normanne; ma aveva avvertito l’esigenza di legittimare le sue conquiste con l’approvazione di un’Autorità morale superiore: non avendo potuto disporre della solidarietà dall’Impero tedesco, segnato da una fase di reggenza poco favorevole ai suoi progetti e comunque disinteressato alle questioni del Mezzogiorno, aveva pensato al Papa col quale, dopo l’affronto subìto da Leone IX a Civitate nel 1053, era ora di raggiungere un compromesso.

Era stata Sighelgaita a valutare i vantaggi derivanti da un’attenuazione delle tensioni e ad avviare un’abile attività di mediazione, tale da indurre il marito a manifestare la propria disponibilità politica a Nicolò II attraverso il cruciale appoggio diplomatico dell’Abate Desiderio di Montecassino.

L’assise di Melfi del 23 agosto del 1059 aveva riconosciuto Riccardo Drengot Principe di Capua ed aveva elevato il marito alla Signoria sull’intero Mezzogiorno, compresa la Sicilia ancora posta sotto il dominio arabo: ...per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Ella stessa aveva organizzato per il Primate un'accoglienza grandiosa, enfatizzandola col gesto di umiltà del più irriducibile degli Hauteville in ginocchio in attesa della benedizione. L’atto si era risolto in tappa fondamentale del suo percorso nel Sud: nella giornata conciliare conclusiva, infatti, Niccolò II aveva confermato a Roberto la dignità ducale ed i possessi di Puglia e Calabria autorizzandolo a realizzare l’unificazione del Sud e a liberare dai Musulmani la Sicilia, con l’impegno a restituirla all’autorità pontificia; a difendere la Chiesa dalle pressioni bizantine e tedesche ed a garantire l'elezione papale nel rispetto delle prescrizioni lateranensi.

L’accorta regìa di Sighelgaita aveva prodotto la riconciliazione della Chiesa con i Normanni e la portata di quell’evento sarebbe stato esaltata, alla fine di quell’anno, dalla nascita di Ruggero Borsa a conferma della sua capacità di armonizzare il ruolo diplomatico e politico con quello di sposa e di madre.

Nell’aprile del 1071, prima di espugnare Palermo, Roberto contrastò le ultime guarnigioni orientali di Puglia: caduta Bari, i Greci furono definitivamente cacciati dall’Italia ed egli poté mirare ai grandi Principati indipendenti longobardi ancora titolari del controllo di ampie aree della penisola. Il 10 gennaio del 1072, dopo aver sostenuto il fratello Ruggero nella campagna di Sicilia, con Sighelgaita ed il figlio Ruggero Borsa, entrò trionfalmente nella basilica di santa Maria, secoli avanti trasformata in moschea. Tuttavia, le relazioni con la Chiesa s’incrinarono nel 1074 quando, vistosi negato l’aiuto necessario a contrastare le soverchierie normanne nei territori abruzzesi, il benedettino Gregorio VII lo colpì di scomunica. Sprezzante del provvedimento, in quello stesso anno Roberto consolidò l’alleanza col Basileus bizantino col patto di nozze fra la sua giovanissima Olimpia e l’erede al trono d’Oriente. Parallela, maturò la spinosa questione familiare successoria: il suo primogenito era il valoroso Boemondo, figlio di Alberada; ma all’eredità aspirava per il proprio figlio Sighelgaita, decisa a risolvere la vertenza in termini irreversibili.

Secondo la Historia Ecclesiastica di Orderico Vitale, ella avrebbe fatto avvelenare il figliastro ma, quando il marito aveva giurato di ucciderla se costui non fosse sopravvissuto, si era risolta a somministrargli l’antidoto ottenendo il riconoscimento dei diritti rivendicati per Ruggero Borsa.

Ancora in quell’intenso e agitato 1074, Roberto invase i possedimenti beneventani della Chiesa: il Papa reiterò l’interdizione dai sacramenti ma egli non se ne curò e nel 1076 pose anche Salerno sotto assedio, mirando a liquidare i residui longobardi del Sud. E tuttavia, l’anatema aveva prodotto i suoi effetti: Rainulfo Conte di Caiazzo e d’Avellino e Giordano, figlio di Riccardo di Capua, giurarono al Primate la difesa del patrimonio della Chiesa e, levato l’assedio di Napoli, marciarono contro il Guiscardo già arretrato a Troia.

Il 13 dicembre, intanto, Salerno cadde: le speranze dei Longobardi, degli Amalfitani, degli Ebrei, degli schiavi saraceni e dei profughi bizantini si fissarono sulla Principessa che, a fronte dell’irreversibile declino della Langobardia minor, si impegnò a ridarle vita attraverso il figlio già designato dal padre al trono ducale.

Nel maggio del 1077, l’ultimo Principato indipendente del Sud fu strappato a Gisulfo II deciso a resistere ad oltranza: ancora una volta Sighelgaita intervenne sollecitando il cugino Desiderio di Montecassino perché favorisse una soluzione diplomatica della vicenda. A fronte della insensata inflessibilità del Principe, il Vescovo locale Alfano si rifugiò presso Roberto sperando che la sua fuga accelerasse il corso degli eventi: allarmata dalla sorte cui il germano stava per consegnarsi, la Duchessa insistette perché il marito ne rispettasse la dignità. Roberto donò a Gisulfo II mille bisanti d'oro e gli consentì di trasferirsi sotto la protezione di Gregorio VII, che lo designò Governatore delle terre della Chiesa.

In realtà, politicamente isolato dai numerosi atti di pirateria ai danni di Amalfi e Pisa, i cui mercanti erano stati assoldati dal Papa per conto di Matilde di Canossa, Gisulfo si era alienato le simpatie della Chiesa incapace di contenere la pressione normanna su Salerno. Egli, che pure aveva resistito a mesi di assedio e che aveva mantenuto la sua irriducibile posizione, nel maggio del 1077 si rifugiò a Capua ove invano invocò il coinvolgimento di Riccardo in una guerra contro il cognato. Il rifiuto lo indusse a riparare a Roma e poi presso la sorella Gaitelgrima che, vedova di Giordano di Capua, si era risposata col Conte Alfredo di Sarno: in questa località, in una data incerta fra 1090 e 1091, Gisulfo avrebbe concluso l’esistenza.

Nel 1078, alcuni Feudatari pugliesi capeggiati da Abelardo ed Ermanno d’Hauteville insorsero contro Roberto. Egli affidò il controllo militare di Trani alla moglie e tentò ancora di occupare Benevento. Il proditorio attacco sferrato alla antica città indignò Gregorio VII che, già ai ferri corti con l'Imperatore Enrico IV, non poteva permettersi altri nemici: invitò, pertanto, il Guiscardo a Ceprano nel giugno del 1080; lo investì nuovamente dei suoi diritti; gli assicurò la Signoria sugli Abruzzi meridionali; gli conferì l’ambìto titolo di Principe di Benevento e gli revocò la vecchia scomunica anche in considerazione del restauro di chiese e conventi e dell’inizio della costruzione del duomo salernitano cui Sighelgaita lo aveva spinto.

Ella aveva già ricevuto in dono dal marito la nuova reggia di Castel Terracena; l’aveva trasformata in un accorsato centro di mecenatismo che rese Salerno città/ponte fra le culture d’Oriente e Occidente; aveva rilanciato le attività della Scuola medica, dominata in quel periodo dal cartaginese Costantino l'Africano.

Ma spiravano nuovi venti di guerra: una congiura di palazzo aveva deposto l’Imperatore di Costantinopoli Michele VII Dukas e relegato in un convento la promessa sposa Olimpia.

Era necessario liberarla: Sighelgaita persuase Roberto ed il figliastro Boemondo a volgersi in armi contro l’Impero e partì con loro, alla testa di una imponente flotta.

Intimata invano a Niceforo Botoniate la restituzione della corona usurpata, il Guiscardo sbarcò a Corfù e sopraffece la coalizione greco/veneziana.

Una volta in Albania, le sue sfinite truppe sfilacciarono la nota compattezza ma, coraggiosa e tempestiva, la Duchessa longobarda se ne pose alla testa lanciandosi nella mischia e, malgrado colpita alla spalla sinistra da una freccia nemica, accese negli uomini tale reazione d’orgoglio da riportare una strepitosa vittoria: la resistenza di Durazzo crollò il 18 ottobre del 1081.

Sighelgaita fu acclamata dall’esercito e il cronista Guglielmo Appulo scrisse che ...Dio la salvò perché non volle che fosse oggetto di scherno una signora sì nobile e venerabile...

La marcia continuò verso la Macedonia: invasa Castoria, Roberto puntò su Tessalonica ma il viaggio verso l'Illiria fu interrotto dagli accorati appelli di Gregorio VII, minacciato dall’ Imperatore Enrico IV e dal sodale Giordano di Capua.

Affidate le truppe al figlio Boemondo, egli accorse in Italia e, sbarcato ad Otranto, con l’aiuto del fratello Ruggero, mosse contro il Principe capuano e proseguì per Roma assediata dai Tedeschi: vi entrò nel maggio del 1084 con un esercito di seimila cavalieri e trentamila fanti; vi compì una strage di inaudita ferocia; liberò il Papa, asserragliato in Castelsantangelo e, dopo una sosta a Montecassino, lo condusse in salvo a Salerno.

Rispettosa dell’amarezza di quel potente Primate che, arbitro della politica internazionale, dopo avere umiliato l’Imperatore era costretto all’onta dell’esilio sotto la protezione di un crudele Vassallo e di Saraceni contro i quali pur aveva vagheggiato una crociata, Sighelgaita lo ricevette con tutti gli onori e gli chiese di consacrare la splendida cattedrale fatta costruire dal marito in onore di san Matteo. Poi, col coniuge, ripartì per l’Oriente ai primi di ottobre dello stesso 1084 salpando da Brindisi con una flotta di centoventi galee assieme ai figli Boemondo, Roberto, Guido e Ruggero per finalmente liberare Olimpia.

I rigori dell’inverno li costrinsero a svernare a Butrinto, ove una grave epidemia causò la morte di oltre diecimila uomini.

E venne il 1085: un anno davvero funesto!

Il 25 maggio nel cenobio salernitano di san Benedetto, il Papa si spense; meno di due mesi più tardi: il 17 luglio, a Cefalonia il contagio stroncò proprio il settantenne e pugnace Guiscardo.

Orfane della sua energica guida, le truppe abbandonarono l’impresa: Sighelgaita ed i figli veleggiarono verso la Puglia con le sue spoglie e ne fecero inumare il cuore ad Otranto e il corpo nella chiesa della Badia della santissima Trinità di Venosa.

Ancora Guglielmo Appulo descrisse la disperazione della vedova: ...oh dolore ! che sarò io sventurata? dove potrò andarmene infelice? Quando apprenderanno la notizia della tua morte i Greci non assaliranno forse me, tuo figlio e il tuo popolo, di cui tu solo eri la gloria, la speranza e la forza?...

Il 9 ottobre un ulteriore e drammatico evento alluttò Salerno: il decesso dell’autorevole Primate Alfano I, uomo di scienze e di lettere. Sighelgaita perdeva con lui un amico; un parente; un longobardo; un confessore; un padre spirituale.

Ritiratasi nel lutto a Castel Terracena, seguitò a prodigarsi in favore del figlio Ruggero Borsa che associò nel governo del Ducato per dirimere controversie ereditarie. La decisione risultò gradita alla Corte, alla Nobiltà, al Clero ed al Popolo fiduciosi che egli attingesse alla esperienza e saggezza materna.

Ancora una volta ella aveva avuto ragione: il bicefalismo ducale risultò utile espediente per prevenire le lotte fratricide e per assicurare il rilancio di un forte governo. Ottenute le conquiste in Grecia e le città pugliesi di Bari, Otranto e Taranto, col nipote Tancredi e col cugino Roberto di Buonalbergo, Boemondo partì crociato ed istituì in Oriente il Principato di Antiochia estendendo la sua sovranità anche su Cilicia, Siria ed Armenia. Si spense nel 1111 mentre, a margine del tentativo di conquista della Grecia, battuto e ferito a Durazzo, cercava di riparare a Salerno proiettata da Sighelgaita al culmine della potenza quale referente anche dei valori del Cristianesimo.

Negli ultimi anni, ella si dedicò alla preghiera frequentando la Badia di Cava de’ Tirreni con cui fu assai generosa; dedicandosi al culto di san Nicola di Bari; sostenendo l’opera di moralizzazione ecclesiale.

Il 27 marzo del 1090, la nobile ed amata principessa si spense: in conformità con i suoi desideri, la sorella Gaitelgrima la fece seppellire a Montecassino.

Se i Longobardi se ne sentirono orfani, i Normanni rimpiansero in lei l’ultima testimone del loro potere: la sofferenza comune alle due popolazioni la consegnò alla Storia ed alla leggenda.

Bibliografia:

D. Memoli Apicella: Sighelgaita tra Longobardi e Normanni
M. Scozia: Sighelgaita Signora del Mezzogiorno
J. J. Norwich: I Normanni nel Sud: 1016-1130

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.



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