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Francesco Simonetta detto Cicco
di Ornella Mariani
Lo stemma della famiglia

Nel 1418 il diciassettenne Francesco Sforza sposò Polissena Ruffo, dotata della Signoria di alcuni territori calabresi tra cui Rossano, Policastro e Caccuri. Nella impossibilità di curarsene personalmente a causa delle varie campagne militari condotte accanto al padre, egli ne affidò l'amministrazione ad Angelo Simonetta e ad i suoi giovanissimi nipoti Andrea, Giovanni e Francesco detto Cicco.

Nato forse verso il 1410 nell’area silana; educato dai Padri Basiliani in latino, greco, ebraico, spagnolo, tedesco e francese; laureato nell’Università di Napoli in Diritto Civile e Canonico, egli ricoprì ruolo di fiducia già negli anni in cui il Condottiero, succeduto al genitore nel 1424, si destreggiava fra le manovre politiche di Filippo Maria Visconti.

Non v’è dubbio che fosse dotato di rilevante cultura; di competenza amministrativa e di talento diplomatico: nel 1435, infatti, durante l’aspra querelle fra Aragonesi ed Angioini per il trono partenopeo, egli fu anche Consigliere personale di Renato d’Angiò. Lasciata poi Napoli, con lo zio ed i germani seguì nelle Marche lo Sforza del quale, nel 1444, divenne Cancelliere e Segretario benché, pur condividendone le traversie della guerra tra Milano e Venezia per il controllo di Bergamo e Brescia nel periodo fra il 1438 ed il 1441, mantenesse intense relazioni col Regno di Napoli della cui Camera Summaria nel 1448 fu designato Presidente.

I reali trionfi gli furono però tributati solo nell’ultimo anno della Repubblica Ambrosiana: era il 1449 quando con Alessandro Sforza, Cicco ricoprì l’incarico di Legato a Venezia prima di vedersi assegnato il comando civile e militare di Lodi. Fu nella stessa città che, fra il 1451 ed il 1453, una non meglio nota Giacobina lo rese padre di due figli.

Simonetta era ormai un personaggio pubblico: il 25 marzo del 1450 era solennemente entrato in Milano al seguito di Francesco Sforza, acclamato Duca in virtù delle nozze con Bianca Maria Visconti. Mentre i suoi parenti venivano prestigiosamente sistemati: Angelo fu infeudato di Casteggio, Belgioioso e Lacchiarella; Andrea divenne castellano di Monza; Giovanni, biografo di Corte e già titolare dei feudi calabresi concessi da Ferdinando di Napoli, percepì un generoso stipendio, egli ottenne consistenti riconoscimenti per la sua zelante fedeltà. Insignito della cittadinanza milanese, del titolo di Cavaliere aureato e dell’incarico di Capo della Cancelleria e delegato alla formazione dell’erede al trono ducale, fu infeudato del territorio di Sartirana in Lomellina. Tale circostanza fu impugnata da Leonardo della Pergola che avviò una dura vertenza giudiziaria durata sedici anni e conclusa con una transazione solo nel 1466.

Consolidato il proprio ruolo all’interno dell’edificio amministrativo ducale, Simonetta fissò la propria residenza nel palazzo di fronte a Brera; acquistò molte proprietà contigue e nel 1452 sposò Elisabetta Visconti, dalla quale ebbe il 29 settembre dello stesso anno Giovanni Giacomo; il 26 ottobre del 1456 Margherita; il 23 dicembre del 1457 Antonio; il 27 maggio del 1459 Sigismondo; il 14 settembre del 1460 Ludovico; il 12 agosto del 1461 Ippolita; il 12 gennaio del 1464 Cecilia.

Stimatissimo, ricco, potente e leale alla Signoria, s’impose poi anche all’attenzione popolare  finanziando il 21 settembre 1457 la festa dell’Oblazione della Porta nel Sestiere di Porta Comasina e donando al Duomo ed all'Ospedale Maggiore le congrue offerte raccolte.

Negli anni in cui fece fortificare il castello di Sartirana, adeguandolo alle nuove esigenze belliche imposte dall’introduzione delle bombarde e dotandolo della nuova torre angolare a solidi sovrapposti e di ispirazione filaretiana, realizzata dal bolognese Aristotele Fioravanti, Cicco divenne membro del Consiglio segreto; fu investito della condizione di cittadino onorario di Novara, di Lodi e di Parma e, a completamento dell’edificio burocratico applicato nella Signoria, elaborò le Costitutiones et ordines mirate ad una dimensione di Stato innovativa rispetto a tutte le altre realtà europee.

L'8 marzo del 1466 il Duca si spense e gli successe il ventiduenne e turbolento primogenito Galeazzo Maria: egli si trovava in Francia, alla guida di una spedizione militare inviata dal padre in sostegno di Luigi XI di Valois, in lotta contro i Grandi Feudatari capeggiati dal borgognone Carlo I il Temerario. Tornato in patria a margine di un avventuroso viaggio attraverso le terre dell’ostile Duca di Savoia, fu salutato da entusiastiche ovazioni preordinate dalla madre e dal Primo Ministro per prevenire eventuali tensioni riferite alla legittimità della sua successione. La posizione del Simonetta sembrò tuttavia vacillare ma, consapevole di non poter prescindere dalla sua esperienza, il nuovo titolare della Signoria non potette che confermarlo nelle cariche e, mutuatala dalla tradizione cavalleresca borgognona, donargli l'Arma simbolo di fedeltà feudale, ovvero un leone rampante con corona in campo azzurro e con croce latina rossa.

Presto, però, i dissapori della correggenza madre e figlio degenerarono nell’aperto conflitto che chiamò in causa il Cancelliere in particolare nel 1467, quando il Ducato fiancheggiò Federico da Montefeltro in Romagna contro il Colleoni, capo dele milizie veneziane.

La gestione politica di Galeazzo Maria, già sposato a Bona di Savoia, sollevò tali malumori che, all’inizio dell’anno successivo, anche il Re di Napoli avanzò alla Duchessa la richiesta della sua esautorazione.

Determinante fu allora l’intervento del Simonetta: egli prese le parti del Duca mettendo in scacco Bianca Maria che, di fatto, costretta a lasciare Milano, si spense misteriosamente a Melegnano.

Corale fu l’insinuazione che il figlio ed il suo Cancelliere avessero l’avessero congiuntamente eliminata avvelenandola. Tuttavia, sedato lo scandalo, Cicco restò al centro di tutte le attività della Signoria il cui mondano sfarzo si propose all’attenzione di tutte le Corti europee: assistette, nel 1472, alla sontuosa festa di fidanzamento del treenne erede con la coetanea cugina Isabella d'Aragona; difese l’Umanista Filelfo da intollerabili accuse di dissolutezze; ricevette la dedica del primo libro stampato in greco in Italia: gli Erotemata di Costantino Lascaris; invitò ed ospitò a Corte Antonello da Messina; condusse intense trame diplomatiche elaborando, nel 1474, il saggio Regule ad extrahendum litteras ziferatas destinato ai suoi Legati presso i vari Stati; convenne un’alleanza con Firenze e con Roma; concordò con Pietro Riario, nipote di Sisto IV, le nozze del fratello di costui Girolamo con Caterina Sforza assicurando al Papa, attraverso quell’unione, il possesso di Imola; fu unico testimone degli incontri segreti vertenti sul progetto di costruzione di un Regno d'Italia che avesse a capo proprio Galeazzo I dal quale, nel 1474, per la compromessa salute, fu designato tutore dei figli come Houmo non solamente dell'imperio milanese, ma anche tra tutti i latini, et esterni, di somma esperienza, et fedelissimo….

Fu in quel periodo che pressanti e spinosi problemi impegnarono la potente Eminenza grigia del Ducato: la gotta e difficili vicende politiche.

Proprio nel 1474, infatti, Napoli e Firenze, tradizionalmente alleate a Milano, giunsero allo scontro per i sogni di gloria vagheggiati non solo da Galeazzo ma anche da Ferdinando d'Aragona che, aspirando alla corona d'Italia, puntava a liquidare col supporto papale le pericolose ambizioni di un giovane e già potentissimo Lorenzo de’ Medici.

Galeazzo Maria e Cicco presero partito per costui mentre i filoaragonesi fratelli del Duca e i Ghibellini milanesi esibirono propensione per Napoli, conseguendone un duro fronte di opposizione alla politica del Simonetta.

I germani Sforza Maria, Ludovico e Ottaviano furono allontanati da Milano.

Il peggio doveva ancora arrivare.

Il 26 dicembre del 1476, infatti, un violento sussulto scosse dalle fondamenta il Ducato: nella chiesa di santo Stefano in Brolo, tre giovani congiurati: Giovanni Andrea Lampugnani, Gerolamo Olgiati e Carlo Visconti, assassinarono il non ancora trentatreenne Galeazzo Maria per abbatterne il dispotismo ed introdurre nella città le libertà repubblicane.

Il Duca esalò l’ultimo respiro fra le braccia degli Ambasciatori di Mantova e Ferrara, mentre nel gran tumulto venivano uccisi il Lampugnani e poco più tardi il Visconti. L’Olgiati, che tirò in ballo quale ispiratore del crimine l’Umanista Cola Montano, fu catturato e squartato dopo alcuni giorni.

La Duchessa vedova Bona di Savoia adottò energiche misure per scongiurare il precipitare della situazione, negoziando con le più prestigiose famiglie ghibelline locali esigenti l’immediato rientro dei fratello del defunto Duca nella città e nella politica e l’allontanamento del Simonetta, ormai reale ed incontrastato Signore di Milano.

Ludovico di Gonzaga mediò il conflitto: Cicco accettò di inserire i turbolenti germani in due Consigli: uno dedito agli affari interni dello Stato e l’altro alle questioni civili; ma, ancorché deputati a dirigerli, Sforza Maria e Ludovico, insofferenti alla subordinazione del loro incarico al suo controllo, presero a complottare. L’Ufficio di Corte ne fece arrestare il complice Donato del Conte ed essi, impauriti, tentarono una malriuscita rivolta sedata con l'aiuto dei Guelfi: Roberto di Sanseverino si rifugiò in Asti; Ottaviano annegò nell’Adda durante la fuga; Sforza Maria e Ludovico si rifugiarono a Chiaravalle di cui era Abate il fratello Ascanio e vi decisero di accettare la proposta di confino retribuito di Bona.

Il 28 ottobre 1477, Simonetta fu nominato Segretario Generale del Ducato: il suo potere non aveva davvero più limiti, soprattutto per la sprovvedutezza della Duchessa e per la minorità del Duca titolare. In una manciata di mesi, e più propriamente nel settembre del 1478, il Ducato entrò in Lega col Re di Francia. Parallelamente, pilotata dal Papa e dal Re di Napoli, la Congiura de’ Pazzi determinò un inasprimento istituzionale contro i Ghibellini milanesi ostili al sodalizio mediceo.

Gli eventi precipitarono all’inizio del 1479: reduci dall’esilio, Sforza Maria e Ludovico il Moro assieme a Roberto di Sanseverino si dettero a brutali scorrerie in Toscana e in Liguria, schierandosi con il Sovrano partenopeo. In marzo furono dichiarati ribelli mentre, preoccupato per la propria sorte e per la tensione ormai viva nel Ducato, nel giorno di Pentecoste, il Primo Ministro faceva sposare la figlia Ippolita col Comandante dell'esercito del Duca d'Austria, contando di riceverne il giusto sostegno militare.

Il 29 luglio, quando le truppe degli insorti erano in Liguria, Sforza Maria si spense a Varese Ligure: da quel momento il fratello Ludovico maturò il piano di quella sua scalata al potere che sarebbe stata resa possibile solo dalla definitiva eliminazione del Simonetta.

Contemporaneamente, un tal Tassino da Ferrara s’imponeva all’attenzione della Duchessa:  lungi dall’accogliere i saggi consigli dell’esperto Cicco, che sul soggetto manifestò tutto il suo sprezzo, ella si fidò degli insidiosi intrighi del giovane amante.

Il 7 settembre, mirando ad assumere prestigio attraverso l’alcova, costui favorì un incontro segreto tra Bona e il Moro.  La circostanza rilanciò la profezia crudamente espressa dallo stesso Cicco alla Signora: …Duchessa Illustrissima, a me sarà tagliato il capo, e voi in processo di tempo perderete lo Stato

Infatti: il 10 di quello stesso mese, il Moro dispose quell’arresto del Simonetta ovviamente condiviso dalla Chiesa e dal Regno di Napoli, che vendevano spianata la loro via verso Firenze. Furono con lui catturati il fratello Giovanni, gli amici, i parenti ed i sostenitori.

Per oltre un anno, Ludovico temporeggiò sul da farsi, temendo la levata di scudi dei potenti sostenitori guelfi del rivale: i Trivulzio, il Duca d'Austria, gli Estensi.

Nel frattempo, l’occupazione turca di Otranto archiviò i progetti e le mire fiorentine del Re di Napoli e del Papa. Cessata la guerra, il 1° ottobre del 1480 Roberto di Sanseverino tornò a Milano con molti esuli ghibellini: Ludovico fu sollecitato a decidere.

Il 7 ottobre fece instaurare a Pavia il processo contro il settantenne Cancelliere, cui fu imputato il presunto avvelenamento di Sforza Maria.

Condannato a morte, egli fu decapitato il 30 successivo e sepolto nell’ormai inesistente chiostro di sant’Apollinare.

La sua vicenda di leale servitore degli Sforza, cui aveva dedicato trent’anni della sua vita, era conclusa nell’onta dell’infamia.

Principis insubrium fidus quia sceptra tuebar Acephalon tumulo gens nimica dedit. Me Cecum dicunt vidi qui multa superstes Crede mihi sine me patria ceca manes.

Il 3 novembre fu delegittimata anche la Duchessa Bona: proclamatosi nuovo tutore del minore Gian Galeazzo, Ludovico il Moro avviò il suo ventennio di potere.

Di Cicco Simonetta restarono alcuni scritti: i Diari; le Costitutiones et ordines della Cancelleria sforzesca; le Regule ad extrahendum litteras ziferatas, sine exemplo.

Bibliografia:
I diari di Cicco Simonetta, a cura di A. R. Natale

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.






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