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Gjergj Kastrioti Skënderbeu
di Ornella Mariani

La statua di Gjergj Kastrioti Skënderbeu a Tirana

Non era certo un Popolo modesto quello albanese, se nel ‘400 fu da solo in grado di opporsi all' invasione ottomana, sotto l’energica guida di un personaggio dall’aura leggendaria che fece della sua esistenza una guerra fino alla morte, cui si rese imbattuto. Che determinò il crollo delle ambizioni imperialistiche dei Turchi ad Occidente. Che utilizzò la fede cristiana come fattore unificante genti etnicamente eterogenee, divise da profonde contrapposizioni e mai raccolte sotto un’Autorità centrale: era l’invincibile Gjergj Kastrioti Skënderbeu, nato a Dibra, il 6 maggio del 1405 in una prestigiosissima famiglia feudale e spentosi ad Alessio il 17 gennaio del 1468; amico personale di Papa Pio II e di Ferdinando di Napoli, detto don Ferrante; epico protagonista di imponenti battaglie; abile stratega; valente soldato; Paladino della Cristianità; nemico di Murad II e di Mehmed II di Costantinopoli e degli Angioini francesi.

Sul suo elmo campeggia l'effigie di una testa di capra e la sua spada ha l’elsa forgiata a forma di dragone: a conferma di un’indole irriducibile e determinata.

Le sue imprese sono contenute nell’Historin dhe trashegimin brez mbas brezi te familjes se Muzakeve, scritta da Gjin Muzaka della famiglia feudale di Berat, già combattente al suo fianco e sopravvissutogli per undici anni trascorsi a Napoli con migliaia di esuli albanesi.

Ulteriori elementi sono raccolti nella Historia Scanderbegi, Edita Per Quendam Albanensem pubblicata a Venezia da un Anonimo il 2 aprile del 1480: l'originale latino andò perso, ma Gianmaria Biemmi lo aveva tradotto in italiano nel 1742 arricchendolo, nel 1756, con la Istoria di Gjergj Castrioto detto Scander-begh ove spiegò che l’ignoto autore albanese, originario di Antivari e pertanto detto Antivarino, riferiva precisi particolari dalle battaglie traendoli dai resoconti del fratello, già ufficiale della guardia dell’eroe.

Può dirsi che Gjergj Kastrioti Skënderbeu fu la più rappresentativa figura del secolo e che, quale alfiere della resistenza nazionale, incarnò per cinque lustri le speranze di libertà del suo Popolo.

Altrettanto spessore è da riconoscersi a Murad II, o Murād-ı sānī, il Sultano nato ad Amasya nel giugno del 1404; sposato a Mara, figlia di Gjergj Brankovich, e morto ad Edirne il 3 febbraio del 1451.

Diventato Sultano nel 1421 a Bursa, si distinse per le lunghe guerre ai Cristiani nei Balcani e agli Emirati turchi d’Anatolia. Spintosi fino a Costantinopoli, che nel 1422 attaccò in contemporanea a Tessalonica, risolse la prima azione in una disfatta: la capitale bizantina era dotata di inespugnabili mura egregiamente difese dal Fuoco greco, e la seconda in un lungo assedio che nel 1430 fece crollare la città per fame, malgrado l’eroismo di Andronico Paleologo.  

Nel 1438 l’Imperatore Giovanni VIII Paleologo si recò in sede conciliare a Ferrara per ottenere dal Papa aiuti contro gli Ottomani, in cambio della riunificazione delle Chiese.

Per onorare l’impegno, Eugenio IV proclamò nel 1443 una crociata a supporto dei Bizantini e favorì la costituzione di una Lega Cristiana cui aderirono il Re d'Ungheria Ladislao III, il Sovrano di Polonia Janòs Hunyàdi e il Principe serbo Gjergj Brankoviç.

I crociati avanzavano a marce forzate nei Balcani, mietendo trionfi; conquistando Nissa e Sofia; infliggendo dure perdite alle truppe del Sultano; costringendolo a sottoscrivere un trattato di pace decennale ad Adrianopoli, ove si impegnava a restituire i territori serbi e ungheresi.

Il negoziato non soddisfece Eugenio IV che voleva l'area completamente libera dal controllo ottomano: il Re d'Ungheria fu persuaso a riprendere la guerra ed anche Venezia pose in mare la sua potente marina dislocandola tra i Balcani e l'Asia Minore così da dividere in due l'Impero turco. Quando però Murad II fu informato delle manovre dei cristiani, non esitò a radunare tutte le sue risorse: il 10 novembre del 1444 ebbe luogo la epocale Battaglia di Varna, nel corso della quale i Cristiani numericamente inferiori furono annientati e caddero in campo i Re d'Ungheria e Polonia.

Ora che aveva vinto, il Sovrano poteva proseguire nella campagna di aggiogamento balcanico: intanto, respinse l’espansione bizantina condotta in Morea da Costantino IX; poi saccheggiò Atene e rese vassalli tributari i Crociati in essa residenti. Nel 1450, infine, avanzò in Albania  ed assediò invano la roccaforte di Krujë nell’ennesimo tentativo di vendicarsi di Gjergj Kastrioti Skënderbeu, leader della resistenza nazionale. Ma, ammalatosi, si spense ad Adrianopoli facendo posto al figlio Mehmet II e senza rivalersi su quell’uomo che aveva rapito da bambino ed amato e dal quale si era sentito tradito quand’egli aveva scelto la difesa della sua gente.

Il padre di Skënderbeu era il Principe di Krujë Gjon Kastriota, sposato a Voissava Tripalda che gli aveva generato cinque figlie femmine: Mara, Vlaika, Anjelina, Jella, Mamica rispettivamente sposate al montenegrino Stefan Çernoviç; a Gjin Myzeqeja; a Vladan Arianit Comneno Thopia; a Pal Stres Balsha; a Karol Myzeqeja Thopia, e quattro figli maschi: Reposh, Stanish e Kostandin. Quale referente della Grande Aristocrazia nazionale albanese, era già menzionato nel 1407 negli archivi veneziani come Dominus satis potens in partibus Albaniae; manteneva solide relazioni coi Veneziani e ne era diventato vassallo ottenendone la protezione dai Turchi. Non aveva, tuttavia, potuto scongiurare quella guerra esplosa proprio nel 1407 e protrattasi fino al 1430: Murad II, infatti, riteneva l’Albania centrale alla politica di espansione del suo Impero verso l’Occidente; l’Italia; Roma.

La sconfitta di Gjon era stata enfatizzata dalle umilianti condizioni negoziali: conversione all’ Islamismo; cessione della capitale Krujë; rinuncia al possesso della nodale regione di Dibra e della strategica fortezza di Sfetigrad; versamento di onerosi tributi; partecipazione alle spese belliche sostenute dai Turchi nei Balcani e, infine, consegna dei figli maschi in ostaggio.

Deportati ad Adrianopoli, ove gli fu imposta la professione di fede islamica, i quattro piccoli fratelli ebbero destini diversi: Stanish e Reposh furono assassinati; Kostandin prese i voti; Gjergj, educato alla confessione islamica, fu avviato alla carriera militare nella quale si distinse per coraggio, talento e genio, diventando a soli diciassette anni Generale dei terribili e temuti Jeniçer e proponendosi come il Condottiero più grande di tutti i tempi.

Coltissimo: parlava correntemente albanese, serbo/croato, italiano, turco, arabo, greco e bulgaro, è descritto alto, forte, di gradevole aspetto con spiccati tratti somatici illirici, energico e carismatico: distintosi in una serie di azioni di guerra in Anatolia, aveva conseguito quel titolo di Bey che, associato al nome già mutato in Skëndér, divenne Skënderbeu.

Parallelamente alla sua affermazione di valente soldato e di prestigioso stratega, il Sud dell’ Albania fu infiammato dalla accesa rivolta antiottomana degli anni tra il 1435 ed il 1438, capeggiata da Arianit Comnen Thopia e risolta in un bagno di sangue: l’Autorità occupante costruì piramidi con le teste degli insorti; massacrò a martellate i Principi tratti prigionieri; commise ogni sorta di atrocità in danno della popolazione civile. L’insurrezione, tuttavia, esplose anche al Nord, in coincidenza della morte di Gjon Kastrioti il cui Principato con un Editto del Sultano fu assegnato al rinnegato Hassàn Bey Versdesa.

Fu in quella fase, che Murad II puntò alla Serbia inducendo Gjergj Brankoviç a rivolgersi ad Eugenio IV per essere protetto dall’imminente aggressione.

Il Papa incaricò il Cardinale Iuliani di coinvolgere Ladislao III di Ungheria e Polonia: gli aiuti sollecitati giunsero in molte migliaia, sotto la guida del vojvoda di Transilvania Janòs Hunyàdi.

Accampatosi nella kosovara Nish, egli attese di collegarsi agli eserciti di supporto fronteggiando il Generale Kara Bey e la Cavalleria ottomana di Gjergj, cui si accompagnava Hamza Kastrioti, figlio di suo fratello Reposh: guadata la Morava, gli si scagliò contro ma i Turchi arretrarono scompostamente verso Adrianopoli, risolvendo lo scontro in una imprevedibile rotta.

Era il 3 novembre del 1443: quale fu il ruolo di Skënderbeu in quella vicenda?

Prima della battaglia, membri della sua famiglia e della Nobiltà albanese lo avevano contattato; gli avevano rivelato le vere origini; lo avevano informato della sorte infelice patìta dai germani e della morte del genitore; gli avevano rappresentato la sofferenza del suo Popolo.

Gjergj aveva, dunque, ritrovato l’identità smarrita; incontrato segretamente il Signore serbo; sabotato il conflitto; abbandonato l’esercito turco; stroncato il progetto del Sultano di liquidare la coalizione ungaro/cristiana: direttosi a Krujë col nipote e trecento fedelissimi, poi, v’incontrò Hassan Bey che, ignaro della sua defezione, gli consegnò la fortezza ritenendo valido il falso firmàn del Sultano: nella stessa notte, l’intera guarnigione fu massacrata e il vessillo della mezzaluna fu sostituito dall’aquila nera bicipite in campo rosso.

Il mattino successivo, onorando la tradizione familiare cui era stato strappato, fece professione di Cristianesimo ed il 28 novembre del 1443 fu incoronato Principe d’Albania: forte degli inamovibili valori della fede e della Patria, avviò quel quarto di secolo dominato da azioni di guerriglia spericolatamente condotte con la complicità dell’aspro territorio e da epocali trionfi.

Rientrato in possesso di tutte le piazzeforti controllate dal nemico e proclamatosi alfiere dei diritti della sua gente, il 2 marzo del 1444 nella cattedrale veneziana di san Nicola ad Alessio, alla presenza di gran parte della Nobiltà albanese e dei Maggiorenti della Repubblica marinara, Gjergj fu designato Kryekapedan, ovvero Comandante in capo della Lega dei Popoli Albanesi cui aderirono, con la benedizione papale e pronti a battersi ad oltranza contro l’oppressore ottomano, il Signore di Valona Arianit Comneno; il Signore della Vulpiana Paolo Dukagjini e il Signore del Montenegro Sveti Cernoviç. Poi, scortato dalla guardia personale costituita, su modello dei Giannizzeri, da professionisti della guerra votati alla morte e non da mercenari, si  preparò alla reazione di Murad II, indignato dal suo tradimento.

Mentre Mosè Dibra espugnava la fortezza di Sfetigrad, centomila Turchi con in testa Pascià si fecero avanti: lo scontro si combatté il 29 giugno del 1444 a Torvjoll. Le truppe congiunte di  Tanush Thopia, Mosè di Dibra, Vrana Konti e Hamza Kastrioti soverchiarono gli invasori conseguendo un risultato straordinario: tale da impressionare Papa Eugenio IV, che vi investì il progetto di allestimento di una nuova crociata cui avrebbero aderito, sotto la guida di Gjergj, il serbo Janòs Hunyàdi, la Polonia, l’Ungheria, Venezia, Genova e Bisanzio.

Allarmato, Murad II sollecitò la pace con gli Ungheresi, ottenendola per dieci anni contro le diverse pressioni esercitate dal Cardinale Iuliani: i negoziati furono sottoscritti il 12 luglio del 1444 a Szegedin. Il Sultano rinunciò alla Serbia, restituendola a Gjergj Brankoviç, e s’impegnò a non più varcarne i confini: umiliato dalle condizioni del trattato, si ritirò a Magnesia abdicando in favore del figlio Mehmed II, ma due anni più tardi riprese le redini dell’Impero.

Quella tregua decennale durò solo sei settimane: ancora il Cardinale Iuliani persuase Ladislao di Polonia e Ungheria a violare le frontiere.

Così, un esercito eterogeneo, composto da Polacchi, Ungheresi e Romeni penetrò in Bulgaria; si acquartierò a Varna e si dispose all’attesa degli alleati. I Turchi proposero attraverso Hajredin Bey trattative che Gjergj rifiutò. Firuz Pascià, allora, gli tese un agguato ma fu annientato nella piana della Mokrena il 10 ottobre 1445 e rimandato ad Adrianopoli.

Rimessosi in marcia il 15 ottobre ed ignorata l’ostilità di Brankoviç che, estraneo alla iniziativa non voleva inimicarsi l’implacabile Sultano, Kastrioti s’inoltrò in Serbia e vi apprese della disfatta ungaro/polacca e della morte di Ladislao: un fiume di sangue cristiano aveva inondato Varna e fra le decine di migliaia di caduti c’era anche il Legato Iuliani. Janòs Hunyàdi era riuscito a fuggire ma, guadato il Tuna, era stato arrestato dal Gospodar della Moldavia Vlad III detto Drakul Cepelush, che subordinò il rilascio ad un oneroso riscatto.

La notizia della Battaglia della Mokrena, intanto, aveva suscitato vasta eco in Occidente: Alfonso d’Aragona ed Eugenio IV inviarono Ambascerie, benedizioni apostoliche e denaro necessario alla causa: fu allora che a Gjergj furono conferiti i titoli di Paladino dell’Occidente e di Atleta di Cristo.

Dopo la sconfitta subìta a Dibra da Mustafà Pascià il 27 settembre del 1446, l’Albania fu teatro di contrapposizioni e rivalità fra Nobili: Lek Dukagjini, figlio ed erede di Paolo uccise il Signore di Danja Lek Altisferi i cui domìni, pur ceduti in eredità a Kastrioti, furono occupati dai Veneziani.

Fu guerra.

Assediata Danja, gli Albanesi attesero di prenderla per fame; sconfissero la Serenissima e puntarono su Scutari; ma nel conflitto s’inserì il Sultano con truppe guidate da Mustafà Pascià, che incassò un’altra disfatta il 14 ottobre del 1448 ad Oranico. L’ennesima vittoria esaltò le virtù militari di Gjergj ed indusse Venezia a negoziare la pace nell'inverno del 1448: essa conservò il controllo della contesa Signoria, ma dovette cedere a Kastrioti, iscritto nel Libro d’Oro veneto, un ampio territorio irrigato dalla Drina; un tributo annuo di mille e quattrocento ducati e il rinnovo delle antiche gabelle dovute per il passaggio dei Mercanti.

A monte, tuttavia, il sempre più furioso Sultano, deciso ad eliminare personalmente Gjergj, si era posto alla testa dei suoi Giannizzeri ed aveva marciato su Krujë per liquidare anche la Lega dei Principi. Senza indugi, Kastrioti aveva spedito l'Archimandrita Pietro Perlati a Sfetigrad e posto a difesa della capitale Mosè di Dibra, con una guarnigione comandata da Vrana Konti.

I Turchi si erano presentati il 14 maggio del 1448 in decine di migliaia, con due obici pesanti e metallo in sufficienza per fonderne altri e, al rifiuto di pacifica consegna della piazzaforte dettero avvìo al bombardamento risoltosi, il 31 luglio, in un terrificante massacro.

Nel frattempo, integrate le truppe con volontari francesi, tedeschi, dalmati, milizie di Papa Nicola V e uomini e mezzi partenopei guidati dal Generale Giliberto Ortofano e liquidati nell' ordine Ibrahim Bey e Firuz Pascià in due grandi imboscate, Gjergj si dispose alla riconquista della cittadella: era il 25 settembre del 1449.

Il 26 ottobre vi rinunciò e, all’inizio del 1450 perse anche il fortilizio di Berati, ricadente sotto la Signoria di Teodor Korona Myzeqeja che, privo di eredi, gliel’aveva lasciata in eredità prima di essere impiccato dai Turchi entrati nottetempo nel suo territorio.

Si temeva, ora, la caduta anche di Krujë, anche per la defezione degli alleati e della Lega: Arianit Comneno per il mancato impegno del Kastrioti a sposare la figlia; i Principi per l’istigazione di Venezia che, riconciliata con il Sultano e avvantaggiata dal fronte di guerra turco/albanese, commerciava le materie prime con entrambi i belligeranti; Alfonso d’Aragona perché inchiodato dalle vicende spagnole.

Gjergj non si perse d’animo: pur consapevole dell’isolamento politico, prese a prestito il denaro utile al mantenimento di un esercito da Mercanti ragusani e napoletani presso i quali si resero garanti il Papa e il Re di Napoli e reclutò soldati anche fra contadini e preti, assumendo di aver sognato che san Giorgio, protettore d'Albania, gli donava una spada e lo esortava a difendere la sua terra, la sua gente e la Cristianità.

La predicazione del Vescovo di Drisht Paolo Angelo circa la sua attività onirica di novello Costantino convinse e così, nel 1450, lasciato Vrana Konti a difesa di Krujë, egli mosse verso i monti. L'intero corpo scelto dei Giannizzeri, intanto, si presentò sotto la città che respinse la proposta di resa. Dopo una manciata di giorni, fu aperta una breccia nelle mura, ma ogni tentativo di affondo nemico fu respinto.

Mentre Gjergj era diventato un’ossessione per il Sultano, gli sleali Veneziani rifornirono i Turchi: la furiosa e legittima reazione albanese non fece distinzioni e la guerra fu sventata solo grazie all'attività diplomatica del Primate di Durazzo.

Dopo la disperata carica del 25 giugno e la tremenda carneficina; dopo un vano tentativo di corruzione di Vrana Konti e dopo il manifesto impegno a riconoscere la sovranità di Gjergj previo un modesto tributo, approssimandosi l’inverno, gli invasori levarono le tende e tornarono ad Adrianopoli.

La notizia si diffuse in Europa: il Papa, il Re d'Ungheria, il Duca di Borgogna e soprattutto Alfonso di Napoli versarono oro in imponenti quantità nelle casse albanesi per averne il Signore amico e alleato: Mehmed II, succeduto al padre, continuava a coltivare il progetto di spazzare il Cristianesimo e di espugnare l’Occidente.

Il 26 aprile del 1451, intanto, Skënderbeu sposò Marina Andronica, la figlia di Arianit Comneno: le nozze furono incupite dal tradimento di Hamza Kastrioti e di Mosé di Dibra, l’uno contando di ereditare i domini dello zio per diritto di sangue; l’altro, imparentato con i Comneno e con gli Angeli, mirando a diventare capo della Lega Albanese. Le speranze di entrambi sfumavano per la probabilità che la sposa mettesse al mondo un legittimo pretendente alla corona d’Albania.

Ma l’impegno militare di Gjergj, ignaro della animosità dei due Generali, proseguì: profittando dell’assenza di Mehmed II, che dall’Anatolia organizzava la caduta di Costantinopoli, decise di riconquistare Berati e Sfetigrad e di spostare il conflitto in territorio turco. Sottoposto il progetto agli alleati, non trovò consensi nonostante la solidarietà dell'Aragonese: erano tutti persuasi che l’inattività avrebbe evitato ulteriori iniziative offensive del Sultano.

Vane le insistenze di Gjergj: l’opposizione, netta ma non unanime, produsse rivalità.

Dal canto suo Mehmed II, percependo la non trascurabilità del pericolo alla frontiera albanese, spedì a Sfetigrad un imponente contingente con Hamza Bey ed un numeroso esercito con Tulip Pascià che, entrando da Sud e dal lago di Ocrida, attuasse una manovra a tenaglia nei confronti dell’irriducibile Kastrioti.

Anticipando la mossa, Gjergj catturò Hamza il 21 luglio del 1452 e annientò Tulip a Moçad.

Era giunto il momento di ricompattare la Lega e riorganizzare la difesa nazionale, tanto più che il Sultano era a Costantinopoli.

Per sedarne la conflittualità, il Papa impose ai Dukagjini la conciliazione con i Kastrioti, pena la scomunica: la Lega restò unita dal 1452 in poi, limitandosi ad esercitare le funzioni di Consiglio di Guerra e Skënderbeu, indossato il mantello porpora, sconfisse Ibrahim Bey a Scopje nella primaversa del 1453. Tuttavia, il 29 maggio di quell’anno un nuovo sussultò sconvolse i Balcani: caduta Costantinopoli, dopo strenua e vana resistenza, Mehmed dichiarò guerra a tutti i confinanti preparando, contro l’Albania, il feroce Issà Bey Evrenos.

Ancora una volta Gjergj spiazzò il nemico anticipandolo; ricevendolo a colpi di artiglieria aragonese e assediando Berati quando i Turchi credevano che egli attaccasse Sfetigrad: in questo contesto agì il traditore Mosé di Dibra, rivelando i piani reali: quando la città fu circondata, il già informato Bey ebbe ragione dell’esercito albanese.

Tra i caduti, l’intera guarnigione napoletana.

Era la prima sconfitta di Gjergj.

Mosè di Dibra vantò col Sultano il risultato, ma fu travolto ad Oranico: in rotta e privo di credibilità, tornò da Gjergj che gli perdonò; gli rese titoli e dignità e giurò di uccidere chiunque in seguito ne avesse ricordato la censurabile condotta.

Nel 1456 nacque Gjon Kastrioti.

La gioia dell'evento fu appannata dal tradimento di Hamza, fuggito ad Adrianopoli.

Nell'estate dell’anno successivo, egli marciò sul suo Paese con Isac Daut Pascià e si accampò ad Albulena. Dopo logoranti settimane di attesa, persuaso che Gjergj fosse fuggito ad Alessio abbandonando il Principato, abbassò la guardia ma lo zio, profittando della confusione dovuta alla iniziativa del Pascià d’incoronarlo Re d'Albania in nome del Sultano, irruppe sul Quartier Generale nemico da punti diversi; catturò il traditore e annientò i Turchi.

Come Mosè di Dibra, anche Hamza fu perdonato ma, tornato di nascosto ad Adrianopoli per recuperare la sua famiglia, vi morì avvelenato.

Per il Sultano, intanto, la mancata soluzione del problema albanese cominciava a pesare sul  progetto di conquistare Roma. Mandò quindi Ambascerie che proposero a Kastrioti una tregua sulla base dell'uti possidetis, con la subdola intenzione di romperla nel momento in cui fosse stato in forze. Mentre la si discuteva, il Legato Monsignor Giovanni Navarro informò Gjergj che il Papa intendeva porlo a capo della crociata: la Lega dei Principi respinse all’unanimità la richiesta del Sultano e riprese la guerra.

Mehmed si armò: pose Sinan Pascià, Hussein Bey, Jussuf Pascià, Karagià Pascià alla guida di un imponentissimo esercito, prima di proporre ancora una tregua condizionata dagli Albanesi all’immediato abbandono di Sfetigrad e Berati.

Siglato l’accordo del 27 aprile del 1461, in accoglimento delle pressioni di Pio II, persuaso della infedeltà della Serenissima e della necessità di sostenere le ragioni successorie degli Aragonesi, già  impegnati contro i Turchi ed ora nell’espulsione dei Mori dalla Spagna, Gjergj salpò da Durazzo a borso dell’ammiraglia Drin in direzione delle coste italiane per sostenere il Re di Napoli nella rivolta delle Baronie inclini all’appoggio del pretendente angioino al trono. Sbarcato a Trani, avviò la difficile campagna di pacificazione del Mezzogiorno devastato dalla guerra di successione: aveva da poco compiuto cinquantasette anni, ma si sentiva ancora forte, capace e dotato di inesauribile energia.

Ed infatti: il 18 agosto del 1462 mise in rotta gli Angioini ad Orsara di Puglia ricevendo come tangibile gratitudine da Ferdinando di Napoli una pensione di mille e duecento ducati all'anno e i feudi di Trani, Monte sant’Angelo e san Giovanni Rotondo.

Tuttavia la vittoriosa campagna fu turbata dalla notizia che due Armate turche, comandate da da Hussein-Bey e Sinan-Bey, si dirigevabo contro l’Albania.

Tornato in patria, le sconfisse pesantemente a Skopjë ove Mehmed II fu costretto al trattato di pace della primavera del 1463. Il progetto di crociata, invece, fu avversato dal Consiglio di Guerra che non riteneva utile all’interesse nazionale riattizzare l’ostilità turca; ma il Primate di Durazzo Paolo Angelo rilevò che al nemico non occorrevano pretesti per muovere una nuova guerra, appena avesse ricompattato le energie necessarie: in quel caso, quali speranze di rivalsa avrebbe avuto l’Albania se anche Roma, come già Costantinopoli, fosse caduta?

Si trattava, dunque, non solo di una lotta per la Patria e per la libertà, ma anche di una lotta per la fede. E fu una illuminata previsione: il 14 agosto del 1464 quando, lasciata Krujë, Kastrioti puntava su Durazzo per accogliere il Papa proveniente da Ancona, giunse notizia della morte di Pio II. Viste sfumare la progettata crociata; l’elevazione di Paolo Angelo a Cardinale; l’incoronazione di Gjergj a Re d’Albania e a Comandante generale della sacra spedizione, il Sultano scatenò in settembre una dura offensiva delegandone la cura a Sceremet-Bey e al rinnegato albanese Ballaban Pascià, ma riportandone un ulteriore umiliante sconfitta al lago di Ocrida, reiterata dal tentativo di assedio di Krujë della primavera del 1466.

Furioso, il Sultano puntò su Sfetigrad, ma Gjergj lo circondò e annientò, decimando anche Jakup Arnaut Bey a Berati e conseguendo il trionfo di di Valcalia. Ma, ancorché vittoriosa, l’Albania era in ginocchio e Mehmed II, rinfrancato dai buoni risultati conseguiti in Serbia, Bosnia, Trebisonda, Morea, Romania, riorganizzava le fila.

Posta la difesa della capitale nelle mani di Tanush Thopia, a metà giugno del 1466, quando il Sultano circondò Krujë e ne affidò l’assedio a Ballaban Pascià, massacrando a Modriç circa trentamila persone senza distinzione di sesso ed età, Gjergj si recò a Roma dove, accolto come un eroe da Paolo II, ottenne i necessari aiuti.

Tornato in Albania; rotto l'assedio con una carica disperata; conquistata la piazzaforte di Kranja e sconfitto l'esercito di Jonuz Ballaban Badera, lo uccise e gli tagliò la testa mandandola al padre prima di eliminare anche lui.

L’anno successivo Mehmed II marciò su Alessio, Scutari e Durazzo per fiaccare Venezia e togliere a Kastrioti l'ultimo alleato: fu ancora sconfitto. Il rivale, tuttavia, era sempre più consapevole della montante difficoltà ad arginare la pressione turca: l’ansia fu condivisa dal Doge veneziano che incaricò Francesco Capello Grimani di trattare un’alleanza.

Non la si discusse.

Nella cornice della illenibile disperazione del Popolo albanese, Gjergj Kastrioti Skënderbeu fu stroncato dalla malaria il 17 gennaio del 1468.

La sua difficile eredità ricadde sul figlio Gjon, cresciuto ed educato alla Corte partenopea e sposato alla Principessa bizantina Irene dei Paleologi: pur privo del carisma del padre e del nonno, nel 1481 egli riunì un numero di fedelissimi e sbarcò a Durazzo, ma i Turchi spazzarono le sue aspirazioni nazionaliste e l’Albania perse definitivamente la libertà.

Krujë era caduta nel 1478. Mehmed II ne aveva fatto massacrare la popolazione per vendicarsi delle umiliazioni subite e le aveva mutato il nome in Ak Hissar. Nel 1479, poi, Venezia si era riconciliata con i Turchi cedendogli i suoi territori in Albania, tranne Durazzo.

Molti albanesi, allora, ripararono in Italia e i loro discendenti vi risiedono ancora mantenendo incontaminati la lingua, la fede e i riti. 

Bibliografia:

I. Kadare: La Fortezza
A. Kraja: Skenderbeg: La campagna d'Italia
G. Pallotta: Skanderbeg Principe degli Albanesi

Creative Commons License


Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.



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