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I Visconti
di Ornella Mariani

Stemma della famiglia Visconti


Audacia, spregiudicatezza e brutalità consentirono ai Visconti di primeggiare in quella fase storica compresa fra il declino della cultura comunale e l’affermazione delle Signorie: Signori incontrastati di Milano dal 1277 al 1447 e autori di complotti, crimini e tradimenti enfatizzati da faide familiari fra fratelli; fra padri e figli; fra cugini, pur di mantenere il controllo del potere, si coalizzarono sempre contro le minacce esterne, finché il ramo principale, dopo aver dominato la scena politica dell’Italia del Nord, si estinse per mancanza di discendenza.

Provenivano dal piccolo borgo di Massino, allungato sulle rive del lago Maggiore: nel XII secolo, investiti dall’Arcivescovo Landolfo di feudi detti Caput Plebis, erano divenuti Capitanei.

Da atti del 1157, risultano titolari del Capitaniato di Marliano comense e del titolo di Visconti, in seguito divenuto ereditario per successione maschile.

Si vuole che il loro stemma: una vipera divorante un saraceno, scaturisse dalle gesta di un Ottone; ma le cronache di Galvano Flamma assumono che il rettile si riferisse al cimiero di un Sovrano moro ucciso da Eriprando Visconti, avanti alle mura di Gerusalemme.

Si vuole anche che la casata discendesse da Anglo, nipote di Enea e Conte di Angera o Angleria cui, fin dal 606, Gregorio Magno avrebbe assegnato le Corti regie di Monza, Treviglio e Angera. La improbabile origine fu accreditata nel 1397 anche dall’Imperatore Venceslao su richiesta di Giangaleazzo che, non a caso, dette al figlio il nome di Anglo Filippo.

Di fatto, le prime fondate notizie risalgono ad Uberto del quale si conoscono l’anno della morte: il 1248, e la prole: Beatrice, sposata al Conte Egidio di Cortenova; Obizzo, Console di Giustizia; Tebaldo; Ottone, Canonico di Milano e poi Vescovo di Ventimiglia.

Proprio col conferimento della dignità episcopale a quest’ultimo, da parte di Urbano IV nel 1262, mosse la formidabile ascesa dinastica: ... l'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare all'anno 1261... Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perché, sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma non potente né ricca né in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui rapidamente ascese; diventando poi, non solamente sovrana della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città, e dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte settentrionale d'Italia... ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal 1257, in cui morì l'arciVescovo Leone da Perego, la sede metropolitana di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arciVescovo Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino...(Pietro Verri: Storia di Milano – cap. X: Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV)

In quel periodo, l’anarchia tedesca aveva indebolito l'autorità imperiale anche a Milano ove, nel contesto delle soverchierie dei Nobili sulla Plebe, spiccava Pagano Della Torre, acclamato protettore del Popolo e successore di Martino nel 1240.

La stabilità politica fu del 1253 ma, ai tre anni di Signorìa di Manfredi Lancia, fece seguito una nuova e dura contrapposizione fra Popolo e Ottimati: se la gente comune inneggiava ai Torriani, la fazione opposta esaltava Guglielmo da Soresina ed Ezzelino da Romano. I contrasti si risolsero con l’elezione quinquennale del Marchese Oberto Pelavicino al ruolo di Capitano generale di Milano. Tuttavia, contro di lui e a vantaggio del Papa, aspirante ad estendere la propria sovranità in Lombardia incuneandosi nelle lotte locali, l’Inquisizione intervenne con pesanti minacce di scomuniche. In quel turbolento clima non era prevedibile che i Visconti, non ancora ricchi né potenti, si avviassero verso quella grandezza utile, in una manciata di anni, a regnare su oltre trentacinque città italiane e ad aspirare al Regno d'Italia.

Cominciò con Ottone, figlio di Obizzo.

Ottone

Nato nel 1207, egli fu l’iniziatore delle fortune viscontee nei territori limitrofi al Lago Maggiore.

Il padre lo aveva destinato alla carriera ecclesiale quando Milano era dominata da Martino Della Torre, che aveva confinato a Legnano il Primate Leone da Perego diffidandolo dall’entrare nel capoluogo lombardo.

Incaricato dal Papa di dirimere la complessa vicenda, il Cardinale Legato Ottaviano degli Ubaldini agì assieme al giovane Ottone, già Canonico di Desio; ma la situazione non si risolse, con grave angustia della Chiesa preoccupata dall’imminente arrivo in Italia di Corradino di Svevia e dal suo possibile ascendente sulla città più importante del Nord. Poi, l’ArciVescovo Leone morì e la cattedra restò a lungo vacante per la tensione maturata fra due ostinate consorterie: quella aristocratica, incline alla elezione di Francesco da Settala; quella popolare, favorevole a Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino.

Il 22 luglio del 1262, su suggerimento dell’Ubaldini ed al fine di condizionare il dilagante laicismo, Urbano IV designò al seggio vescovile Ottone Visconti ma, dopo un paio di lustri di relativa tranquillità, la conflittualità riesplose nel 1272 con la morte dell’Ubaldini e con l’avvento del filotorriano Gregorio X: il Visconti fu esiliato.

Prese, allora, a coagulare attorno a sé scontento di Popolo e Nobiltà contro i dispotici rivali ed in particolare contro Napo e il cugino Filippo, fratello ed erede di Martino.

La tensione, degenerata nel sacco della Curia, obbligò il Papa ad anatemizzare la città ed i Torriani: la circostanza fu giusta ad Ottone che, accampatosi a Seregno, nella notte fra il 20 e 21 gennaio del 1277 con un gran numero di armati e col supporto dell’Aristocrazia, sorprese e sconfisse i nemici a Desio, catturando Napo; rientrando trionfalmente in Milano il 22 successivo; insediandosi nella Signoria; sprezzante degli anatemi papali, condannando il nemico a miseramente sopravvivere chiuso in una gabbia fino al 16 agosto del 1278; consentendo ai propri familiari di esercitare a Como, Lodi, Bergamo, Brescia, Novara e Vercelli potere assoluto non per sovranità ereditaria, ma attraverso le Magistrature.

Il suo prestigio, pertanto, travalicò i confini lombardi e pesò anche sulla politica nazionale fino ad orientare in favore di Carlo d’Angiò il titolo di Re di Napoli e ad accogliere con magnificenza Innocenzo IV, il 7 luglio del 1251; il Re di Francia Filippo III, nel 1271; il Sovrano d'Inghilterra Edoardo con la Regina Leonora, nel 1273. Ma gli abusi dei parenti: Raimondo Patriarca d'Aquileia; Gotifredo; Cassone; Salvino ed Avone, nel 1278 incrinarono la sua forza inducendolo a cedere per dieci anni la Signoria milanese al Marchese del Monferrato. L’accordo, tuttavia, si risolse in un quadriennio poiché, eliminati i Torriani a Cassano, Ottone violò il contratto e, il 27 dicembre 1282 armi in pugno, espulse i Legati della Marca; riassunse le redini della Signoria; consolidò la propria potenza conferendo, nel 1288 col consenso dell’Imperatore Rodolfo, al pronipote Matteo prima l’incarico di Capitano del Popolo e poi quello di Podestà; nel perdurare del mandato, infine, riformò gli Statuti a favore della Nobiltà e cancellò tutte le istituzioni comunali.

Ottone si spense ottantottenne l’8 agosto del 1295 nell’abbazia di Chiaravalle, dopo undici anni di intensa attività politico/pastorale. Malgrado l’enorme peso, però, nel 1276 non aveva potuto impedire che, per ordine dello stesso Sacro Romano Imperatore, il nipote Teobaldo, figlio di suo fratello Obizzo, fosse decapitato a Gallarate: già Rettore delle Valli Levantina e Blenio e già coniugato con Anastasia Pirovano, costui lasciava eredi Matteo e Uberto.

Matteo I

Detto Magno; nato ad Invorio il 15 agosto del 1250; morto a Crescenzago il 24 giugno del 1322, fu fedelissimo servitore dello zio nella scalata al dominio milanese.

Nel 1269 sposò Bonacosa Borri e ne ebbe dieci figli fra cui cinque femmine: Achilla coniugata a Guglielmo Pusterla; Agnese a Francesco della Scala detto Cecchino; Caterina ad Alboino I della Scala; Floramonda a Guido Mandeli Conte di Maccagno; Zaccarina a Franchino Rusca Signore di Como.

Dal 1287 Capitano del Popolo, Matteo governò Milano aggiogando l’intera Lombardia e parte del Piemonte e dell’Emilia con Genova e Bologna, attraverso una conciliante politica di accordi e mediazioni. Nel 1291 fu nominato Signore dal Consiglio Generale cittadino e nel maggio del 1294 fu investito del Vicariato Generale dall’Imperatore Rodolfo I. L’anno dopo, morto Ottone, per effetto della guerra contro Lodi e Crema il controllo del capoluogo aprì una stagione di conflitti fra i Ghibellini viscontei e gli irriducibili guelfi Della Torre: le tensioni si intensificarono quando Alberto Re dei Romani, succeduto al deposto Rodolfo nel 1298, confermò il diploma vicariale ... al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo de' Visconti la cui irresistibile ascesa, sostenuta da una sfrenata ambizione, inasprì il fronte di opposizione pur senza impedire che il 9 aprile del 1299, egli fosse acclamato Capitano del Popolo con piena facoltà decisionale per ancora cinque anni. Il suo credito, infine, a conferma di solida esemplarità morale, equilibrio e moderazione, fu consolidato dall’arbitrato affidatogli da Veneziani e Genovesi su una loro controversia.

Nel 1300 Matteo volle le nozze del primogenito ventitreenne Galeazzo con la trentaduenne Beatrice d'Este ed avviò una politica favorevole a Bonifacio VIII, mai più credendo che la sua illuminata Signoria potesse vacillare a causa delle intemperanze dello stesso figlio che, designato Capitano del Popolo, si dette ad incursioni contro i Novaresi e i Pavesi rivelando mancanza di talento militare e di lungimiranza diplomatica: le infelici iniziative indussero costoro a far lega con Mosca, Erreco e Martino Della Torre e con Vercelli, Lodi, Crema ed il Marchese di Monferrato. La robusta coalizione, guidata da Alberto Scotti, impose l’esilio a Matteo nel giugno del 1302.

Ospite degli Scaligeri a Nogarola, egli dovette attendere ben nove anni prima di poter essere reintegrato nella dignità espropriatagli. Nel frattempo, mentre il figlio si rifugiava a Ferrara presso il cognato e vi diveniva padre di Azzone, dopo venticinque anni di esilio i Torriani riassumevano il controllo di Milano attraverso la nomina di Guido a Capitano del Popolo, il 17 dicembre del 1307.

Nel maggio del 1308 sulle rive del Reuss, l'Imperatore Alberto d'Asburgo fu pugnalato dal nipote Giovanni d'Austria: il regicidio sconvolse la Germania e Filippo il Bello vagheggiò la corona imperiale per il fratello Carlo di Valois, pretendendo che il Papa usasse tutta la sua autorevole forza di persuasione; ma, desideroso di affrancarsi dal giogo francese ed a fronte dei probabili pericoli di quella designazione per l’equilibrio politico europeo e per le sorti della stessa Chiesa, Clemente V segretamente appoggiò la causa del saggio e leale Enrico di Lussemburgo la cui elezione, avvenuta in Francoforte e ratificata in Aquisgrana il 6 gennaio del 1309, suscitò l’indignato quanto inutile risentimento della Corona capetingia.

Non ricco, Enrico VII vantava potenti parentele: una zia paterna era coniugata a Guido di Fiandra; egli stesso aveva sposato la figlia del Duca di Brabante e sua cognata era moglie del Conte Amedeo V di Savoia. Tali legami e la solida reputazione gli procurarono il favore di molti Principi e il suo proposito di venire in Italia a cingervi la tiara imperiale suscitò viva commozione nella penisola, ove molte amare vicende si erano susseguite alla morte di Federico II: i Guelfi filoAngioini avevano travolto i filosvevi; la Chiesa aveva sostanzialmente soverchiato l’Impero; le libertà comunali si erano affermate spianando la via alle realtà signorili, in un confuso e traballante contesto di contrapposizioni. Tuttavia, malgrado le mutate condizioni sociali e politiche, l'Idea imperiale restava ben salda nelle coscienze, nelle Leggi e nelle tradizioni soprattutto a causa della disdicevole condotta di Bonifacio VIII e della diffusa convinzione ghibellina che Enrico VII incarnasse un ideale nostalgico ed in esso speranze di pace e di giustizia.

Di diverso parere fu il più potente fra i Signori di parte guelfa: Guido Della Torre, che propose al pavese Filippone Langosco, ad Antonio Fisiraga di Lodi, al cremonese Guglielmo Cavalcabò e al vercellese Simone degli Avogadri di sbarrare il passo all’Imperatore.

L’invito fu respinto, ciascuno riservandosi libertà d’azione. Così, nell’estate del 1310 a Losanna, lungo il percorso verso Sud, il Sovrano incontrò Legati di città italiane ed Ambascerie di Clemente V nelle cui mani giurò fedeltà alla Chiesa; confermò i privilegi accordati dai predecessori; promise di non estendere sovranità sui domini ecclesiali.

Se Pisa inviò il dono di sessantamila fiorini, Firenze, Siena, Lucca e Bologna mancarono e, minacciate dall’ordine imperiale di riammissione degli esuli, si tennero in cauta posizione di attesa.

Alla fine di settembre Enrico varcò i confini italiani. Il 24 ottobre fu a Susa ed il 30 a Torino, ove lo attendevano i capi delle fazioni romane: i Colonna, gli Orsini e gli Annibaldi, sollecitanti anche il ritorno del Papa nell’Urbe. A tal proposito, egli inviò in Avignone una deputazione che, guidata dal fratello Baldovino arciVescovo di Treviri, esprimesse il suo desiderio di essere incoronato a Roma da Clemente V o da Porporati con pieni poteri: schermendosi col pretesto di dover presiedere il Concilio di Vienne, il Pontefice garantì la presenza di tre Cardinali. Ancora a Torino, fiancheggiato da Amedeo V di Savoia, Enrico revocò le Signorie ai Marchesi Manfredo di Saluzzo e Teodoro di Monferrato, a Filippone Langosco, ad Antonio Fisiraga, a Simone degli Avogadri e a Guglielmo Brasati e, pretese le chiavi delle rispettive città, le affidò a suoi fiduciari prima di recarsi in Asti e di incontrarvi Matteo Visconti che lo invitò a Milano.

La favorevole accoglienza del Popolo milanese indusse Guido Della Torre a recedere da propositi ostili: quando il 23 dicembre il Sovrano fu alle porte della città, egli gli mosse incontro rifiutandosi, tuttavia, di abbassare rispettosamente lo stendardo ed indignando un Tedesco che lo strappò allo scudiero e lo gettò nel fango. 

Solo allora il ribelle scese da cavallo, s'inginocchiò e baciò il piede dell’Imperatore.

L’Imperatore fu incoronato solennemente in sant’Ambrogio il 6 gennaio del 1311 dal Primate locale, assistito da altri due Porporati e da ventuno Vescovi.

Principi tedeschi e Legati delle città dell'alta Italia giurarono fedeltà, mentre le Ambascerie veneziane si limitarono a presentare i soli ossequi del Doge.

Cinta una corona lavorata dal Maestro Lando da Siena, poiché quella antica era stata data in pegno dai Torriani, il Sovrano avviò la conciliazione delle fazioni facendo rientrare gli esuli ghibellini a Como e a Mantova e i fuoriusciti guelfi a Brescia e Piacenza; nominò ovunque suoi Luogotenenti ed investì del Vicariato Generale il Conte Amedeo V di Savoia. Solo gli Scaligeri, contravvenendo alle sue volontà, interdissero il rientro agli avversari; ma egli non reagì per non incrinare i rapporti con questi suoi potentissimi sostenitori. Nel frattempo rivelò le sue ristrettezze economiche e il Consiglio milanese si riunì per fissare la congruità della somma da destinargli: Guglielmo Pusterla propose cinquantamila fiorini, cui Matteo Visconti ne aggiunse diecimila come dono per l’Imperatrice infuriando Guido Della Torre che provocatoriamente alzò la cifra a centomila. Per raccogliere il consistente importo, il Senato ricorse ad un impopolare inasprimento fiscale aggravato dalle reazioni suscitate quando, per preservarsi da rischi di tradimenti, Enrico pretese di essere scortato a Roma da ventiquattro Nobili ghibellini ed altrettanti Guelfi tra cui Galeazzo Visconti e Francesco Della Torre, rispettivamente figli di Matteo e di Guido. Costoro archiviarono le antiche rivalità e s’incontrarono in segreto per contrastare la richiesta. Il singolare sodalizio insospettì Niccolò Bonsignore che ne informò l’Imperatore: il 2 febbraio del 1311 due manipoli di Armati irruppero nelle case dei cospiratori ma, se i Visconti risultarono estranei ad ogni presunta cospirazione, sorpresi con le armi già in pugno i Torriani si dettero alla fuga. Matteo e l’ArciVescovo Cassone Della Torre si accordarono per un’equa ripartizione di onori ed oneri: il Sovrano l’avrebbe ratificata prima di partire per Roma ma, il 13 di quel mese, edotto di una ulteriore congiura antimperiale, bandì tutti i Torriani da Milano.

Previo versamento di quarantamila fiorini d’oro e con grande risentimento di Clemente V, che pretendeva il giuramento imperiale di vassallaggio, il successivo 13 luglio Matteo Visconti fu confermato Vicario dell’Impero e, nel marzo del 1312 a Soncino, liquidò Passerino Della Torre che si era posto alla testa della coalizione ghibellina formata da Novara, Vercelli, Bergamo, Como, Brescia, Lodi, Cremona e Piacenza. L’anno successivo: il 24 agosto del 1313, Enrico di Lussemburgo morì a Buonconvento.

Era, allora, Primate di Milano l’esule Cassone Della Torre che, spostatosi da Avignone a Pavia, in coincidenza della nomina di Roberto d’Angiò, già Vicario papale in Lombardia, a Duca di Milano, inoltrò a Matteo una lettera foriera dei peggiori auspici. Parallelamente, in Germania, la rottura fra i Grandi Elettori produceva la duplice e controversa incoronazione di Federico d'Austria e di Ludovico il Bavaro e in area milanese si intensificavano gli scontri fra consorterie, con continui assalti e incitazioni alla rivolta da parte dei Torriani.

I figli di Matteo: Marco, alla guida di Alessandria e Tortona; Galeazzo, di Piacenza; Luchino, di Pavia; il cugino Lodrisio, di Bergamo, dopo aver esteso il dominio familiare su Lodi, Como, Cremona, Vercelli e Novara, nello stesso turbolento 1313 sconfissero i nemici nelle Battaglie di Gaggiano e di Rho. Per vendetta, nel 1314 i sostenitori dei Torriani saccheggiarono l’abbazia di Morimondo e assediarono Piacenza finché, comandate da Marco, le truppe viscontee reagirono battendo il Siniscalco angioino lungo la Scrivia, mentre Uguccione della Faggiuola e Luciano Visconti mettevano in rotta i Guelfi toscani a Montecatini.

Durante l’altalena di vittorie e disfatte, ascese al soglio pietrino ancora un Papa francese: Giovanni XXII, deciso ad eliminare i Ghibellini del Nord. Parallelamente, Roberto d’Angiò occupava Pavia abbandonandola per l’affronto subìto a Parma dal suo Luogotenente Giberto De Correggio, espulso ancora da Marco.

Era il 1317: maturava lo scontro aperto fra Matteo e la Chiesa.

Cominciò il Papa, col diffidare i Signori di Milano, Verona e Mantova dal fregiarsi del titolo di Vicari imperiali; con l’estendere la misura a quanti altri quell’incarico avevano ricevuto dal defunto Enrico VII; con l’inviare in Lombardia due frati i quali, dichiarate nulle le elezioni di entrambi gli aspiranti al soglio tedesco, spogliarono del ruolo il Visconti che assunse, allora, l’incarico di Signore Generale della città e del suo distretto.

In definitiva, il Primate romano cercava con l'ArciVescovo Cassone il pretesto per una rottura ufficiale. Il saggio Matteo non abboccò e, quando il Prelato fu destinato al Patriarcato di Aquileia, manovrò perché alla vacante sede metropolitana fosse destinato il figlio Giovanni, in agosto regolarmente eletto dal Capitolo.

Per contro, la Curia romana designò il francescano/torriano Aicardo Antimiani. Nel gennaio del 1318, inoltre, Vescovi di Asti e Como scomunicarono per eresia Matteo, coinvolto nei contrasti fra le famiglie genovesi guelfe Fieschi e Grimaldi e le ghibelline Spinola e Doria. Nel successivo aprile, infine, il Papa estese l’anatema al Signore di Verona e Mantova Cangrande della Scala.

Intanto la conquista di Genova, vagheggiata da Matteo, fallì per il soccorso fornito alla città da Roberto di Napoli al quale Marco intimò di allontanarsi: l’Angioino, allora, raggiunse Avignone e vi accusò Matteo de pessimis criminibus, et de haeresi.

Il Signore di Milano se ne allarmò e, per placare gli animi, rinunciò all’incarico preteso per il figlio e consentì ad Aicardo di insediarsi. Poi, volendo dar pubblica prova di devozione religiosa, recuperò il tesoro di Monza impegnato a suo tempo da Napo Torriani e lo portò personalmente nella chiesa di san Giovanni di Monza.

Era la vigilia del Natale del 1319.

L’arrendevolezza di Matteo fu insufficiente a dirimere le tensioni: Giovanni XXII aspirava ad annientarne il potere, ad assoggettare l’Impero e ad assumere il controllo dell’Italia. Pertanto, mandò in Lombardia il Cardinale Legato Bertrando del Poggetto che dichiarò l'Impero vacante; nulla l'elezione di Ludovico; valido il Vicariato imperiale di Roberto d’Angiò.

Al Visconti fu ingiunto di presentarsi ad Avignone per rispondere delle imputazioni mentre, per conto del Re di Napoli, un’armata francese marciava verso la Lombardia al comando del Conte del Maine.

Nel 1320 in Francia il Cardinale Berengario di Tuscolo aprì il processo: Matteo, imputato di una lunga serie di sacrilegi e delitti, a partire dalla negromanzia, non perse tempo. Richiamati Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova e Luchino da Pavia, affidò il comando generale delle truppe al primogenito che in Piemonte affrontò e liquidò i nemici, inducendoli a levare le tende; a riattraversare le Alpi e a tornare in patria.

L’infuriato Papa, pur prendendo atto della rinuncia del rivale al titolo di Vicario imperiale, gli imputò l’impropria usurpazione del titolo di Signore Generale e lo scomunicò citandolo ancora a comparire. Bertrando del Poggetto, che trasmise la comunicazione attraverso il Cappellano Ricano di Pietro, il 3 settembre del 1320 reiterò il provvedimento. Matteo, da parte sua, ritenendo assai umilianti quelle imposizioni: rinuncia al governo di Milano; riconoscimento della Signoria di Roberto di Napoli; reintegro dei Torriani nelle funzioni, non si presentò avanti alla Corte pontificia, invocando l’età avanzata e le cattive condizioni di salute. Sicché, il 20 febbraio del 1321, peraltro vedovo da un mese, ebbe notifica della sentenza di condanna in contumacia. Nel successivo dicembre, Giovanni XXII pretese da Aicardo Antimiani l’apertura di un procedimento per eresia anche a carico di Galeazzo: il Metropolita lo concluse con condanna e confisca dei loro beni.

Il Papa impose una pena accessoria di diecimila marchi d'argento; scomunicò ancora Matteo; lo dichiarò decaduto dai beni e dalle prerogative; estese i provvedimenti a tutti i figli; colpì d’interdetto tutte le città sotto sua sovranità; ordinò agli Inquisitori un altro processo.  

All’inizio del 1322, il Cardinale Legato Del Poggetto, Pacis Angelus investito della lotta agli eretici, bandì ad Asti la crociata antiviscontea riunendo i Clavisegnati a Valenza. Le accuse formulate già in danno di Matteo e Galeazzo coinvolsero gli altri figli e furono emesse ben 1465 citazioni a comparire anche ai loro sodali.

In vece di Matteo, citato a presentarsi in giudizio il 25 febbraio del 1322 ad Alessandria, comparve Marco in armi: il Collegio giudicante procedette a condanna per venticinque accuse: negazione della Resurrezione; appoggio dell’eresia; sprezzo della Chiesa. Dunque, Matteo subì  la confisca di ogni bene; fu privato del cingolo della milizia; interdetto da ogni ufficio pubblico; degradato di onori e dignità; definito perpetuamente infame assieme ai figli ed i figli dei figli. La sentenza fu emessa il 14 marzo di quell’anno nella chiesa valenzana di Santa Maria e fu pronunciata da Aicardo e dagli Inquisitori domenicani Barnaba, Pasio da Vedano, Giordano da Montecucco e Onesto da Pavia.

Il Popolo ne fu sconvolto: stanco ed angustiato, nel maggio successivo, il sessantaduenne Matteo si ritirò a Crescenzago e vi si spense il 24 giugno del 1322. I figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano e Giovanni,  tennero per alcuni giorni nascosta la notizia della morte per salvarne le spoglie. La figlia Caterina, avuta da Gigliola Gonzaga e promessa a Bertoldo d’Este, precocemente deceduto, aveva sposato a sedici anni Ugolino Gonzaga e, una volta vedova,  Feltrino Gonzaga.

La memoria di Matteo Visconti si avvitò all’immaginario collettivo: ...aveva la sua corte ripiena di frati... vestiva colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi, e i renitenti castigava:Cum autem praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter, ipsos graviter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum et villarum inter nobiles dividebat: omni tamen anno istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat...” ... Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli onori d'un funerale....(Pietro Verri: Storia di Milano – cap. X: Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV)

Galeazzo I

Se la guerra contro Matteo fosse stata mossa per motivi personali, con la sua morte si sarebbe conclusa; ma si voleva colpire l’intera famiglia. Non a caso Galeazzo I, cui il padre aveva affidato il governo dello Stato, fu parimenti perseguitato.

Era nato da Bonacossa Borri a Milano il 21 gennaio del 1277, nello stesso giorno del trionfo del partito visconteo su quello torriano a Desio.

Già ventunenne era stato eletto Capitano del Popolo e nel 1300 aveva impalmato Beatrice d’Este, vedova del pisano Nino Visconti, così garantendo a Milano l’appoggio di Ferrara. Il padre, allora, lo aveva associato al governo, confermandolo anche per l’anno successivo, con viva irritazione della fazione ghibellina: entrambi furono esiliati, prima nella città estense ove nel 1302 nacque Azzone e nel 1304 Ricciarda, poi sposa a Tommaso II di Saluzzo; indi a Treviso, della quale Galeazzo era divenuto Podestà.

Rientrato a Milano nel 1311, egli si impegnò sul fronte antiguelfo; nel 1313 fu Signore di Piacenza; nel luglio del 1322 fu di nuovo Capitano del Popolo. In quell’anno si spense il padre, dal quale ereditò la Signoria milanese e la scomunica, mentre il Papa bandiva una nuova crociata antiviscontea cui aderiva il Re di Napoli con truppe eterogenee guidate da Raimondo Colonna. Già causa, con la sua incauta condotta, dell’indebolimento della Signoria; del ritorno dei Torriani e dell'esilio paterno, in quello stesso 1322 perse il controllo di Piacenza per un aver molestato Bianchina Landi, avvenente consorte del notabile locale Versuzio Lando. Costui, unitosi a Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza in nome del Papa e lo mise in fuga il 9 dicembre. Tuttavia, il 29 successivo il Popolo lo acclamò Signore: l’indignata Curia romana insorse; ordinò a tutto il Clero lombardo di sospendere le funzioni e promise in Inghilterra, Francia e Italia un'indulgenza plenaria a chiunque avesse preso le armi contro i Visconti: in definitiva, bandì una crociata.

Comandati da Raimondo Cardona, i Clavisegnati occuparono alcuni borghi ma non riuscirono a superare il blocco delle mura sotto le quali lo scherno delle milizie fiorentine si spinse a far correre il palio: la rovina viscontea sarebbe stata inevitabile, senza la valente condotta militare di Marco ed il concorso degli interessi di Ludovico il Bavaro.

Il Papa aveva dichiarato vacante l'Impero; aveva preteso di sostituirsi al titolare; aveva designato Vicario Roberto di Napoli. Per contro il Sovrano, a difesa del Regno italico, offrì sostegno ai Visconti inviandogli truppe comandate dal Conte di Mährenstädten.

Il 15 giugno del 1323, malgrado il supporto imperiale, Galeazzo fu travolto sulle rive dell'Adda.  Quel risultato bruciava ancora, quando in novembre l’anima dannata di Marco: il cugino Lodrisio, organizzò contro di lui una sommossa costringendolo a riparare a Lodi.

Il governo locale fu allora assunto dal borgognone Giovanni di Châtillon ma, allarmato dalla eventualità di un ritorno dei Torriani in una Milano sconvolta da torbidi e saccheggi, lo stesso Lodrisio sollecitò il ritorno di Galeazzo, proclamato Signore dall’Assemblea popolare il 29 dicembre.

Giovanni XXII scomunicò anche l’Imperatore ma, il 28 febbraio del 1324 a Vaprio, i Crociati furono duramente battuti; Raimondo Cardona fu catturato; Enrico di Fiandra si dette alla fuga e Simone della Torre annegò nell’Adda.

Era la rivalsa viscontea: il 10 dicembre del 1324, dopo otto mesi di strenua resistenza crollò anche Monza.

In quel frangente Marco non esitò ad insidiare la Signoria di Galeazzo accusandolo presso il Bavaro di complicità con la Chiesa: di fatto, il 17 maggio del 1327 il Sovrano raggiunse Milano con la moglie Margherita e vi fu incoronato in sant'Ambrogio nell’ultimo giorno del mese: la consacrazione di uno scomunicato nella città colpita da interdetto fu delegata al Vescovo di Arezzo Guido Tarlati, in assenza dell'impaurito Primate Aicardo; di fatto, tranne Stefano morto  improvvisamente in quella notte, il 5 luglio Galeazzo col figlio Azzone e i germani Luchino e Giovanni fu arrestato e tradotto ai Forni di Monza; di fatto, riscossi cinquantamila fiorini d'oro, ai primi di agosto Ludovico mosse verso Roma dopo aver liquidato Marco e le sue speranze di ottenere il governo di Milano con la istituzione di un Consiglio di ventiquattro cittadini guidati dal Conte Guglielmo di Montfort.

Il vano annientamento dei congiunti aveva compromesso l’immagine del giovane, che si rivolse al Signore di Lucca Castruccio Antelminelli per perorare la causa dei fratelli e per assicurarsi almeno la sovranità su Pisa; ma anche tale iniziativa non incontrò successo: certo è che l’8 settembre del 1329, Marco concluse la sua esistenza misteriosamente precipitando da una finestra del palazzo ducale.

Galeazzo I e i fratelli furono liberati il 25 marzo del 1328, dopo quasi un anno di ingiusta detenzione ma nel recarsi in Toscana presso l'amico Castruccio, egli si spense cinquantenne a Pescia il 6 agosto del 1328. Il figlio Stefano, che nel 1318 aveva sposato Valentina Doria, si era già spento, forse avvelenato, nell’estate precedente, ed aveva lasciato quattro figli: Matteo, Galeazzo II, Bernabò ed una figlia naturale avuta da donna ignota ma coniugata al nobile genovese Alaone Spinola.

Marco

Figlio di Matteo e Bonacosa Borri, nel 1310 fu Podestà di Alessandria; nel dicembre del 1314 prese Tortona espellendone gli Angioini; il 27 dello stesso mese si recò ad Asti col padre e col fratello Luchino per definire l’accordo di pace voluto da Enrico VII; il 29 agosto del 1315 partecipò alla Battaglia di Montecatini contro Roberto d’Angiò occupando, alla fine dell’anno successivo, Alessandria e Vercelli; nel 1318 con truppe tedesche guidate da Uguccione della Faggiuola, sostenne i Doria e gli Spinola nella conquista di Albenga e Savona. Tenuta Genova sotto due anni di assedio, poi, sfidò a duello l’Angiò mettendo come posta la Signoria della città e saldando il successo dell’iniziativa alla corruzione operata sul guelfo Filippo Del Maino. Il comando dell’esercito antivisconteo fu allora affidato a Raimondo Cardona, che occupò Valenza nel maggio del 1321. Il 6 luglio successivo, Marco lo sconfisse e, nel febbraio del 1323, lo catturò mentre Simone della Torre concludeva la sua fuga annegando nell’Adda.

Nello stesso mese, le ultime e stremate truppe crociate arretrarono a Monza, crollata il 10 dicembre: in quella occasione entrando in contrasto col fratello Galeazzo, che pure gli donò il feudo di Rosate, ne imputò il tardivo intervento a complicità col nemico e, in combutta col cugino Lodrisio, nel marzo del 1327 lo denunciò a Ludovico il Bavaro promettendo ai Milanesi il ripristino delle libertà comunali. Tuttavia, nel 1329 egli stesso tradì i Ghibellini passando ai Guelfi fiorentini e incontrando il 2 agosto il Legato Bertrando del Poggetto a Bologna. Appresa, infine, notizia della morte del germano, tornò a Milano per riconciliarsi col nipote. Ma Azzone lo fece arrestare il 15 agosto al Broletto e nella concitazione egli fu scaraventato dalla finestra.

Gli storici assumono che le sue intemperanze non fossero dettate da ragioni politiche, ma da una sorta di follìa d’amore suscitata dalla morte dell’amata.

Lodrisio

Figlio di Antonia Crivelli e Pietro Visconti, nel 1322 fu autore del colpo di Stato che obbligò Galeazzo I alla fuga da Milano. Il 12 dicembre però, allarmato dalla eventualità di un ritorno dei Torriani, lo richiamò pur seguitando a fomentare la tensione animata da Marco le cui accuse produssero l’arresto dei familiari. Quando essi furono liberi, Lodrisio riparò nei suoi possessi del Seprio asserragliandosi nel castello di Crenna. Fu da questa località che, malgrado tenuto sotto assedio da Azzone, riuscì a fuggire a Vicenza presso Mastino della Scala col quale, nel gennaio del 1339, fondò la temuta Compagnia di san Giorgio.

Sconfitto dalle truppe di Azzone e Luchino a Parabiago il 21 febbraio successivo, fu catturato e rinchiuso col figlio Ambrogio in una gabbia di ferro nel castello di san Colombano. Fu liberato dieci anni dopo da Giovanni Visconti che lo pose al servizio di Galeazzo II, per recuperare il territorio visconteo in Piemonte. In seguito combatté per Bernabò, battendo nella Battaglia di Casorate Primo il 12 novembre del 1356 le truppe imperiali di Markward von Raudeck.

Lodrisio si spense a Milano il 5 aprile 1364; Ambrogio, che aveva sposato Margherita, figlia dell'arciVescovo Giovanni Visconti, gli subentrò alla guida della temuta Compagnia di Ventura.

Azzone

Quando a Roma, Ludovico il Bavaro apprese di essere stato ancora scomunicato e deposto, forte del malcontento anche del Popolo capitolino, dichiarò scismatico ed eretico Giovanni XXII; lo spogliò della dignità pastorale; il 12 maggio del 1328, in san Pietro fece proclamare Papa il francescano Nicolò V, al secolo Pietro di Corvaria; il 15 gennaio del 1329, gli impose di assegnare la Porpora a Giovanni Visconti designato Legato apostolico in Lombardia contro Bertrando Del Poggetto e nominò Azzone Luogotenente imperiale in cambio di sessantamila fiorini d'oro.

Lo scisma si accentuò: per uscire dall’isolamento politico internazionale, il 15 settembre dello stesso anno in Avignone, Giovanni XXII sciolse i Milanesi dagli interdetti pronunciati otto anni prima e, con la mediazione del Marchese d’Este, si riconciliò coi Visconti.

Azzone, allora, non versò all’Imperatore la cifra pattuita ma tese a consolidare le relazioni col Pontefice avignonese onde ottenerne la revoca della scomunica lanciata sul nonno Matteo e ancora pendente su tutta la famiglia: vano fu l’assedio imperiale del capoluogo lombardo. Dopo un mese, le truppe tedesche si spostarono a Pavia accontentandosi di soli dodicimila fiorini: bastarono al Visconti per mantenere il Vicariato.

Il 14 marzo del 1330 il Consiglio Generale milanese lo nominò Signore perpetuo del distretto e della città di Milano: era figlio unico di Galeazzo I e di Beatrice d'Este; era nato il 7 dicembre del 1302 e si era già distinto per la conquista di Borgo san Donnino, per l’aiuto fornito al Bonacossi contro i Bolognesi e per il supporto dato a Castruccio Antelminelli contro i Fiorentini.

Morto il padre, dopo aver vittoriosamente combattuto i Guelfi il 23 settembre del 1325 nella Battaglia di Altopascio; dopo aver partecipato alla incoronazione dell’Imperatore il 7 gennaio del 1328; dopo esserne diventato Vicario e dopo aver riunito tutte le città ambrosiane, egli assunse il governo della papale Piacenza affrancandola dalle ambizioni di Francesco Scotti e, malgrado il 15 settembre del 1329 fosse stato accusato di aver ordinato l’assassinio dello zio Marco, nei primi due anni di attività estese la sua sovranità su Bergamo, Vercelli, Vigevano, Pavia, Cremona, Como, Lecco, Lodi, Crema e Brescia.   

Il 1° ottobre del 1330 Azzone sposò Caterina di Savoia-Vaud dalla quale non ebbe prole e, nel febbraio successivo, ottenne la ratifica vicariale dal nuovo Imperatore Giovanni di Boemia e Lussemburgo, senza vincoli di sudditanza né compensi. A Pasqua, ne invitò a Pavia il figlio che, nel corso del pranzo, subì un tentativo di avvelenamento: l’accusa d’esserne il mandante indusse il Visconti ad allearsi, nell’agosto successivo, ai Savoia e al Marchese del Monferrato anche per sottrarre Tortona, Alessandria ed Asti a Roberto d’Angiò.

Assunto nel settembre del 1332 il definitivo controllo di Bergamo, Azzone associò al governo locale gli zii Luchino e Giovanni parallelamente conducendo una campagna vittoriosa contro il Regno di Boemia ma scoprendo, al ritorno in Lombardia, trame e congiure in suo danno ordite dal cugino Lodrisio, deciso a spodestarlo.

Il 23 novembre del 1333, pertanto, ne fece rinchiudere i complici nei Forni di Monza.

Non perse tempo l’irriducibile parente ribelle: nel 1337, profittando della guerra fra Verona e Venezia, nella quale Azzone parteggiò per la Serenissima, assieme a Mastino della Scala fondò la Compagnia di san Giorgio che, il 21 febbraio del 1339, si scontrò con le truppe della Signoria a Parabiago. I Viscontei, guidati da Luchino, soverchiarono le forze avversarie e la vittoria fu ascritta al prodigioso intervento di sant’Ambrogio, favorevole alle ragioni di Azzone: Lodrisio fu arrestato e deportato nelle prigioni di san Colombano al Lambro mentre il potente Visconti riprendeva il controllo della Signoria come capo del Triumvirato assieme agli zii e consolidava la sua reputazione anche di Urbanista e Legislatore.

Favorita dal ritorno in Germania di Ludovico il Bavaro nel 1324; dal tracollo dell’avventura italiana di Giovanni di Boemia fra il 1331 ed il 1333; dall’indebolimento del Papato con la cacciata di Bertrando del Poggetto dall’Italia e la morte di Giovanni XXII nel 1344; dal declino delle velleità universalistiche di Chiesa e Impero, la Signoria milanese si propose come unica realtà in grado di garantire uno stabile assetto al centro/Nord: in una manciata di anni, dal 1332 al 1337, ispirata all’armonia della fazioni, al riordino legislativo e alla promozione di una amministrazione unitaria, l’azione politica di Azzone favorì un processo di relativa pace.

La sua attività fu contrassegnata anche dal rinnovamento artistico della città: egli ordinò la ristrutturazione del Palazzo del Broletto Vecchio e spostò la sede comunale nel Palazzo della Ragione; all’edificio visconteo fece annettere la chiesa di san Gottardo in Corte, dal campanile a pianta ottagonale; ospitò a Corte il pavese Andrino da Edesia, lo scultore pisano Giovanni Balduccio e Giotto, che eseguì vari affreschi a beneficio della storia della famiglia; dispose il restauro delle mura cittadine aggiungendovi nuove porte decorate; organizzò una nuova rete fognaria e fece costruire strade e ponti; arricchì la Corte di Letterati ed Artisti, a partire da Francesco Petrarca.

In campo legislativo, promosse i celebri Statuti: primo ordinamento dei traffici commerciali e delle attività artigianali; fece battere monete con incisione Sacro Romano Impero e l’aggiunta delle sue iniziali al nome dell’Imperatore fino a lasciare solo il suo nome e la biscia viscontea.

Azzone si spense trentasettenne il 16 agosto del 1339, al culmine della potenza lasciando agli zii l’eredità di uno Stato solido e prospero e una congrua dote all’unica figlia Luchina, andata sposa a Lucolo Zotta.

Oltre tremila persone vestirono il lutto.

Luchino

Figlio di Matteo e Bonacosa Borri; crudele e determinato, nel 1315 fu Signore di Pavia e, precocemente vedovo di Violante di Saluzzo, ripassò a nozze nel 1318 con Caterina Spinola a sua volta deceduta dopo un anno. Contratto il terzo matrimonio con Isabella Fieschi, nipote di Adriano V, nel 1320 fu Podestà di Vigevano ma nel 1323 con i germani fu colpito da scomunica per eresia.

Egli ed il fratello Giovanni, già membri del Triumvirato istituito dall’amato nipote Azzone, il 17 agosto del 1339: ovvero il giorno successivo alla sua morte, in assenza di discendenza diretta furono proclamati dal Consiglio Generale Signori di Milano.

Alle dieci città già facenti parte della Signoria: Milano, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lodi, Pavia, Piacenza, Vercelli e Vigevano, essi aggiunsero Asti, Parma, Tortona, Novara ed Alessandria sottomettendole con le armi e così inimicandosi il Conte di Savoia; il Marchese di Monferrato, i Gonzaga; i Genovesi e vari Stati italiani, sbigottiti da tanta potenza accumulata in un triennio.

Molto si adoperò, Luchino per l'ordine sociale nel distretto: preservò Milano dalla peste del 1348; si tenne al di sopra delle fazioni riconoscendo a Guelfi e Gibellini i medesimi diritti; liberò le strade dall’infestante banditismo arruolando i malviventi; condizionò le soverchierie dei Feudatari; promulgò provvide Leggi che affrancarono i ceti deboli dalle oppressione delle caste superiori; dispensò la Plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; revocò l’uso delle armi; designò un Supremo giudice sempre forestiero e privo di moglie e di prole in Milano, impegnandolo nelle denunce rivolte ad altri Giudici; migliorò la viabilità; potenziò il commercio; favorì insediamenti a carattere industriale di seta e oro; rilanciò l’agricoltura e l’allevamento di cavalli e cani. A tanti meriti, tuttavia, affiancò anche demeriti ed ambiguità, a partire dal Caso Pusterla: il Signore milanese Francesco Pusterla era sposato alla bellissima Margherita Visconti. Ancorché cugina, Luchino pensò di sedurla. Ella, tuttavia, non solo si negò; ma ne informò il coniuge che tramò vendetta con la complicità dei nipoti Matteo II, Bernabò e Galeazzo II.

La congiura fu scoperta e sventata: il Pusterla riparò presso la Corte papale di Avignone. Con false lusinghe e promesse di perdono e amicizia, Luchino lo persuase a tornare in Italia e, ordinatone l’arresto a Pisa, lo fece giustiziare assieme alla virtuosa moglie. Dopo l’esecuzione, defraudò della legittima eredità Matteo, Bernabò e Galeazzo, esiliandoli per ragione di Stato e per la insistente diceria di una tresca di quest’ultimo con sua moglie Isabella Fieschi e confinò costei a Genova coi neonati gemelli Luchino Novello e Giovanni, la cui paternità gli era dubbia. In quel periodo, dominava Parma Azzo da Correggio che l’aveva presa nel 1341 con l’impegno a cederla a Luchino quattro anni dopo. Tuttavia, nel 1344 l’aveva ceduta per sessantamila fiorini d'oro al Signore di Ferrara e Modena Obizzo II d'Este.

Luchino allora, assieme a Filippino Gonzaga, mosse guerra ai Correggeschi mentre il traditore, pur soccorso dagli Scaligeri, dai Popoli e da Pisa, una volta battuto si risolveva a consegnare Parma e a firmare in Milano, nel dicembre del 1346, una pace consolidata dal ruolo di padrino di Novello, unico figlio sopravvissuto del Visconti.

Ora, l’ambizioso Signore milanese volse la propria attenzione al Piemonte dei Monferrato e dei Savoia: il ramo sabaudo d'Acaia era rappresentato da Giacomo, successo al padre Filippo nel 1334; quello principale dei Savoia da Amedeo VI, successo al genitore Aimone; la Marca di Saluzzo era divisa tra i figli di Manfredo; il Monferrato era amministrato da Giovanni, figlio di Teodoro, che ne espulse gli Angioini nel 1346. Con costui e con Tommaso di Saluzzo, nel 1347, prese Alessandria e Tortona, Luchino si alleò occupando Alba, Mondovì e Cuneo ed entrando in conflitto con Giacomo d'Acaia ed Amedeo VI.

La guerra ebbe alterne sorti e si concluse con la pace del 1349, sancita dalle nozze di Bianca di Savoia con Galeazzo II. Ma il 24 gennaio del 1349, all’età di cinquantasette anni, Luchino si spense, forse avvelenato, dopo soli nove anni di co/Signoria.

Il fratello Giovanni restò Signore unico.

Giovanni

Nel 1317 era stato Primate di Milano e nel 1327, alla venuta di Ludovico il Bavaro, era Giudice del Clero locale. Il Papa, tuttavia, accusandolo di eresia, gli aveva opposto il francescano Aicardo da Comodeia che aveva occupato la cattedra solo nel 1339: un mese prima della morte.

Condannato nel 1323, fu investito della Porpora nel 1329 dallo scismatico Niccolò V ma più tardi fu designato Primate di Novara di cui nel 1332 fu anche Signore, sostituendosi a Calcinio Tornelli.

Nell’agosto del 1339, morto Aicardo, Giovanni fu acclamato successore benché sul suo capo pendesse ancora la vecchia imputazione: la Curia romana non ratificò la nomina e bisognò attendere il 7 maggio del 1341 perchè la sentenza di condanna fosse cancellata ed il 17 luglio del 1342 perché Clemente VI lo reintegrasse nelle prerogative.

In quello stesso anno, dopo essere stato membro del Triumvirato istituito dal nipote Azzone, col fratello Luchino assunse la Signoria congiunta di Milano e, previa corresponsione di cinquecentomila fiorini, ottenne dal Papa il Vicariato imperiale in assenza dell’Imperatore.

Come primo suo atto politico, sottoscrisse la pace col Conte di Savoia, coi Gonzaga, col Marchese di Monferrato e con i Genovesi garantendosi una Signorìa pacifica e stabile; poi pose fine alle sofferenze dei nipoti, richiamandoli dall’esilio e accogliendoli come Principi; dette Regina Della Scala in moglie a Barnabò; liberò Lodrisio, da oltre dieci anni costretto a languire in carcere; infine, ad un anno dall’insediamento, comprò Bologna per duecentomila fiorini d'oro dal Signore Giovanni Pepoli.

La reazione del Papa non si fece attendere: da Avignone intimò le restituzione della città alla Chiesa entro quaranta giorni, pena la scomunica di tutti i Visconti e di tutti i sudditi sottoposti alla loro sovranità.

Giovanni ignorò l’ultimatum: il 21 di maggio del 1351 fu scomunicato con i nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo e l'interdetto colpì le sue diciotto città. Per contro, si dispose a recarsi ad Avignone, ponendosi minacciosamente alla testa di diciottomila uomini: il messaggio giunse con chiarezza al Primate, che lo dispensò e designò Vicario della Chiesa.

In quel periodo, i Genovesi guerreggiavano con i Veneziani e Genova era tenuta priva di rifornimenti dalla parte del mare e dalla terra dagli Spagnoli di Pietro d’Aragona.

Il Visconti, ormai Signore unico di Milano, proibì ai suoi sudditi di confine: Alessandria, Tortona, Piacenza e Lunigiana, di soccorrere la città finché, in cambio dell’aiuto, gliene fu offerta la Signoria. Nell’ottobre del 1353, poi, intimò ai Veneziani di cessare le molestie contro Genova e per conferire contenuto all’ultimatum, diresse una poderosa armata navale sull’istriana  Parenzo, sotto sovranità della Serenissima; la bruciò e batté la Marina avversaria a Modone, in Grecia.

Giovanni Visconti: ormai un Re il cui dominio si estendeva dalla Lombardia alla Liguria ed alla Romagna, si spense il 5 ottobre del 1354, sessantaquattrenne, dopo d'aver governato solo sei anni come Principe giusto e liberale.

Di fatto, egli fu l’artefice della massima espansione dello Stato visconteo.

Nel 1351, aveva emanato gli Statuti milanesi coniugando esigenze accentratrici e libertà comunali; Signore di Bologna e Novara, aveva consolidato l'amicizia con i potenti confinanti Savoia e Scaligeri; nel 1353, Signore anche di Genova, piegata dalla sconfitta marinara subìta ad Alghero dagli alleati veneto/aragonesi, era entrato in guerra con le città venete, ma la morte lo aveva fulminato ponendo in crisi il prestigio visconteo, ripartito fra i figli di suo fratello Stefano: Bernabò, erede dei domini orientali; Galeazzo II, titolare dell’area occidentale; Matteo II, Signore di Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli e Como. 

Milano e Genova restarono indivise e sotto dominio comune.

...Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo moneta col loro nome, godette la pace; e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri; alla mercatura, cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e qualche coltura appresero gl'ingegni; onde questi oggetti meritano dilucidazione...

Per circa un trentennio dopo la morte di Giovanni, la scena politica fu occupata da movimenti di opposizione e Leghe antiviscontee, cui aderirono Estensi, Gonzaga, Carraresi, Scaligeri, Caminesi col sostegno del Cardinale Albornoz.

Il controllo di alcune città, come Genova e Bologna, andò perduto; tuttavia la famiglia milanese restò la più potente forza politica dell’Italia settentrionale, soprattutto stringendosi in parentela con dinastie principesche europee: i Valois, gli Asburgo, i Baviera, i Württemberg.

Matteo II

Primogenito di Stefano e di Valentina Doria; nato verso il 1319 e morto il 29 settembre del 1355, amministrò la Signoria milanese assieme ai fratelli Galeazzo II e Bernabò.

Nel 1342 sposò Egidiola, figlia di Filippino Gonzaga: ne ebbe le figlie Andreina e Beatrice; l’una Abbadessa del Monastero Maggiore di Milano, accusata di immoralità, nel 1376 fu condannata a morte per consunzione nella Rocchetta di Porta Nuova dallo zio Bernabò; l’altra, forse verso il 1310, andò sposa al ghibellino Spinetta Malaspina il Grande, Vicario di Enrico VII. 

Tenuto in esilio nel Monferrato dallo zio Luchino dal 1346, Matteo rientrò a Milano su invito dello zio Giovanni nel 1354 per essere associato alla Signoria con i fratelli Bernabò e Galeazzo.

Divenuti Signori di Milano, i tre nipoti del Cardinale estromisero gli altri eredi ma in particolare Matteo raccolse attorno alla sua persona un groviglio di ostilità nella fase di insediamento dell’ Imperatore Carlo IV: giunto in Italia nel 1355, per farsi incoronare prima a Milano e poi a Roma dal Papa, costui mirava sostanzialmente ad incassare centocinquantamila fiorini dai Visconti, in cambio dell’impegno a nominarli tutti Vicari imperiale. Ma essi si schermirono: a Lodi, Galeazzo lo ricevette in assetto di guerra; sotto Milano, Bernabò lo attese parimenti armato; a Milano, Matteo lo accolse alla testa di un poderoso esercito, pur se in apparente cordialità.

Di fatto, Matteo Visconti adottò presto una condotta dispotica, causa di una ramificata congiura familiare. Avvelenato a Saronno, il 26 settembre del 1355, fu rimpianto dalla sola madre, mentre i fratricidi Galeazzo e Bernabò divisero i suoi beni escludendo dai diritti il figlio ed erede Luchino Novello.

Bernabò

A Matteo I era succeduto il primogenito Galeazzo I, cui aveva fatto seguito Azzone. La mancanza di prole di costui, era stata ragione dell’insediamento degli zii paterni Luchino e Giovanni che avevano negato ogni pur legittimo diritto successorio a Matteo II, Bernabò e Galeazzo, eredi di Stefano. Morti gli zii, essi si spartirono lo Stato: al primo toccarono Lodi, Piacenza, Parma e Bologna; al secondo Cremona, Crema, Bergamo e Brescia; al terzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli e Como.

Milano e Genova restarono indivise: l’una con un Podestà la cui nomina spettasse a turno a ciascuno di loro; l’altra sotto comune dominio.

Di fatto il potere fu amministrato da Bernabò, descritto di aspetto gradevole; di intelligenza acuta; di cultura profonda: soldato di talento e geniale giurista, fu comunque detestato per la sua malvagità. Dedito solo alle donne e alla caccia al cinghiale, percepì tasse onerosissime ed instaurò un regime fondato sul terrore. Quando fece il suo ingresso sulla scena politica, assieme ai fratelli, al soglio imperiale sedeva già Carlo IV Marchese di Moravia, figlio di Giovanni di Boemia e di Elisabetta del Lussemburgo. Venuto in Italia per ricevere le corone del Regno italico e dell'Impero romano, benché i Principi italiani sperassero nel ridimensionamento della potenza viscontea, egli mantenne l’amicizia ai Visconti i cui Legati lo ricevettero a Mantova riservandogli una solenne accoglienza.

Carlo entrò in una festosa Milano il 4 gennaio del 1355 e fu sontuosamente ospitato nel palazzo regio ove gli furono regalati duecentomila fiorini d'oro in cambio del Vicariato.

Il 6 dello stesso mese, fu incoronato in sant'Ambrogio dal Primate Roberto Visconti e, nell' occasione, egli designò milite il figlio di Galeazzo: Giangaleazzo, di due anni.

Il 26 settembre dello stesso anno, si spense il dissoluto Matteo II.

Lo Stato fu di nuovo diviso fra Bernabò e Galeazzo II, l’uno assumendo il controllo della parte orientale; l’altro di quella occidentale di Milano, entrambi solidali nell’escludere il nipote Luchino Novello, intimorendone la madre; imponendole di dichiarare il figlio frutto di adulterio e di confessare il veneficio in danno del coniuge.

Incoronato anche a Roma, intanto, Carlo IV tornò in Germania ma le manovre antiviscontee di Estensi, Gonzaga e Monferrato si intensificarono: il Vicario imperiale di Pisa Marwkard von Raudeck citò avanti al Tribunale dell’Impero i due fratelli per l’11 ottobre del 1356, perché si discolpassero dall’accusa di aver tramato contro l’Imperatore.

Essi disattesero l’invito ma si affidarono alla perizia militare del vecchio Lodrisio Visconti, il cui valore si confermò il 14 novembre di quell’anno con la disfatta dei nemici a Casorate: il pugnace Markward fu arrestato; condotto a Milano e trasferito in Germania.

Nella concitazione di quei giorni, Isabella Fieschi riuscì a riparare a Genova col figlio Luchino Novello mentre la politica italiana si ingarbugliava per la questione di Bologna, oggetto delle pretese papali, e l’autonomia asserita da Genova, ove si proclamò Doge Simone Boccanegra.

Il potere dei Visconti vacillò: cedute Asti e Pavia al Marchese del Monferrato, essi sottoscrissero la pace dell’8 giugno del 1358.

In definitiva, in quattro anni di Signoria, Bernabò e Galeazzo avevano perduto Bologna, Genova, Asti e Pavia.

Ma presto gli eventi volsero a loro favore: il Marchese del Monferrato nuovo Signore di Pavia si rivolse al frate predicatore agostiniano Giacomo dei Bussolari per una campagna di linciaggio contro la potente famiglialocale dei Beccaria. Costoro chiesero aiuto a Galeazzo: un’armata lombarda comandata da Luchino dal Verme, liquidato il sobillatore, ottenne la resa della città che tornò sotto sovranità milanese.

Non fu altrettanto facile recuperare Bologna, nel 1360: Innocenzo VI ricorse al sostegno di Ludovico d'Ungheria, le cui truppe indussero Bernabò ad arretrare. La scomunica irrogatagli dal Papa, fu confermata poi da Urbano V che lo accusò di eresia, di protezione degli eretici, di persecuzione del Clero e di appropriazione dei beni della Chiesa.

Per la settima volta l’anatema si abbatté su Milano: Bologna era stata acquistata da Giovanni Visconti per duecentomila fiorini d'oro e la Chiesa era disposta a restituirne centomila, purchè egli rinunciasse al possesso. La proposta fu fermamente respinta.

Da Avignone, allora, il 3 marzo del 1363 Urbano V lanciò una ulteriore scomunica, dichiarando il Visconti decaduto da ogni onore, diritto e privilegio e, l’11 luglio successivo, il Cardinale Egidio Alburnoz bandì una violenta crociata antiviscontea che nel 1364 costrinse il Principe alla pace ed alla cessione della città contesa, in cambio della elargizione papale di cinquecentomila fiorini d'oro. Tuttavia, il 30 maggio del 1368 fu bandita una seconda Crociata: Bernabò fu attaccato dalle forze congiunte di Imperatore, Regno di Napoli, Marca del Monferrato, Estensi, Gonzaga, Malatesta, Carraresi, Perugini e Senesi.

Egli si difese energicamente prima di convenire alla pace dell’11 febbraio del 1369.

Nel 1372, erede dell’animosità di Urbano V fu Gregorio XI: rinnovata la scomunica ai Visconti, egli formò una nuova coalizione antiviscontea, cui aderì anche il Duca di Savoia; sciolse i sudditi dal vincolo di fedeltà; aizzò Carlo IV che, con Diploma emesso a Praga il 3 agosto d’ quell’anno, privò i due fratelli milanesi del Vicariato imperiale e di ogni altra dignità.

Varie Ambascerie raggiunsero Bernabò: si sarebbe receduto da ostilità se egli avesse restituito i luoghi occupati nel Bolognese e nella Romagna. Con insolenza il Visconti replicò imponendo alle Delegazioni di esprimersi avanti ad un notaio; costringendole ad indossare vesti bianche; esponendola al dileggio popolare, prima di farla scortare fuori dalle mura.

Nel 1378 si spense Galeazzo: Bernabò assunse il pieno controllo dello Stato e nel 1384, vedovo di Beatrice Regina della Scala, dopo aver preteso di imporre ai sudditi la condivisione del suo dolore con obbligo a vestire il lutto per un anno, avviò una serie di alleanze nuziali con membri delle dinastie europee seguitando a governare indisturbato fino al 6 maggio del 1385.

Giorni prima di quella data, il nipote/genero Giangaleazzo gli fece sapere che, dovendo recarsi con la moglie al Sacro Monte di Varese, si sarebbe compiaciuto di salutarlo.

Mai più pensando ad un agguato, egli acconsentì e, con i cinque figli, ricevette il parente a Porta Giova ove, ad un segnale convenuto, gli sgherri di Jacopo dal Verme gli si avventarono contro disarmandoli tutti e traducendoli nel castello di Trezzo.

Era un regolare colpo di Stato, mirato ad affrancare Milano da un tiranno crudele.

Bernabò morì pochi mesi dopo, avvelenato da un piatto di fagioli: Giangaleazzo restò Signore unico in quell’anno di grazia 1385.

Restava una numerosissima prole:

delle undici figlie avute da Beatrice Regina Della Scala, Bernabò aveva maritato la prediletta Donnina col feroce Capitano di Ventura inglese John Ackwood; Caterina col nipote Giangaleazzo, onde attenuarne le pretese sulla Signoria; Taddea, col Duca Stefano di Baviera; Verde, con Leopoldo III d’Austria; Valentina, con Pietro II di Cipro; Antonia, con Eberhard III di Württemburg; Agnese, con Francesco I di Gonzaga che la fece decapitare; Maddalena, con Federico di Baviera- Landshut; Lucia, con Edmund Holand Duca di Kent; Elisabetta, con Ernesto di Baviera; Anglesia, con Giovanni II di Lusignano, Re di Cipro.

Quanto ai cinque maschi:

*il primogenito Marco, nato nel novembre del 1353, fu battezzato da Francesco Petrarca che gli impose il nome in onore di Cicerone. Il 1° ottobre del 1358 egli fu promesso sposo ad una figlia del padovano Francesco da Carrara, ma l’impegno fu revocato nell’ottobre del 1360 e per vendetta le terre di Padova furono aperte al passaggio di cinquemila Ungheresi ingaggiati dall'Albornoz per la difesa di Bologna. Nel 1367, Marco sposò Elisabetta di Baviera-Landshut ed il 3 gennaio del 1382 si spense nella detenzione impostagli dal cugino Giangaleazzo;

*il secondo, Rodolfo, nato verso il 1364, ottenne nel 1379 i territori limitrofi a Bergamo ove, nel 1381, volle l'Hospitium Magnum. Il 6 maggio del 1385, fu arrestato col padre ed il fratello Marco: la sua esistenza si concluse dopo quattro anni di prigionia a san Colombano;

* il terzo, Ludovico, nacque il 19 giugno del 1358. Titolare di Crema e Lodi, il 18 aprile del 1381 sposò la cugina Violante. Detenuto con i germani e il genitore, morì il 28 luglio del 1404;

*il quarto, Carlo, nato nel novembre del 1359 e dotato di Cremona, Borgo San Donnino e Parma, ebbe il 2 giugno del 1380 da Urbano VI la bolla di dispensa per sposare la cugina Valentina, figlia di Giangaleazzo. Le nozze sfumarono ed egli sposò Beatrice d’Armagnac. Arrestato anch’egli il 6 maggio del 1385, chiese aiuto agli Scaligeri, mentre la moglie riparava con i figli presso i Savoia e metteva al mondo Bona. In esilio, nacque anche Giancarlo detto il Piccinino. Il 19 settembre del 1391 a Venezia, accettò di rinunciare all’eredità genitoriale in favore di Giangaleazzo, in cambio di un vitalizio e dell'obbligo a risiedere in Baviera ove morì nell’estate del 1403;

*il quinto, GianMastino, nato nel marzo del 1371 e designato nel 1379 Signore di Brescia e Val Camonica, nel febbraio del 1385 sposò Cleofe della Scala. Dopo il colpo di stato del 6 maggio, si rifugiò presso il Vescovo di Coira e poi a Venezia. Gli atti a lui riferiti sono comunque discordi: in alcuni risulta coniugato con una imprecisata Elisabetta, dalla quale ebbe la figlia Lucia. Ella ed altri due figli naturali di incerta maternità: Giorgio e Maddalena, certamente nati durante il suo soggiorno in Germania, sono citati nelle sue disposizioni testamentarie. La Donazione di Mastino è un documento del 29 giugno del 1404, col quale egli cedeva per gratitudine al vescovo di Coira Hartmann II la Valtellina con Chiavenna, Poschiavo e Bormio come terre spettantegli per successione paterna. In realtà egli non era mai stato investito di tali beni ma il lascito, pur non avendo consistenza giuridica, fu considerato valido dalle Tre Leghe per l’occupazione delle valli italiane. Gianmastino morì il 19 giugno del 1405.

A tanto numerosa legittima prole, si aggiunse quella naturale, per un totale di trentadue figli: Lancillotto, del quale si conosce solo la data della morte, avvenuta nel 1441; una Valentina di madre ignota, sposata il 9 agosto del 1394 a Gentile Visconti di Orago; Margherita; Enrica; Isotta; Ambrogio, Estorre; Sagramoro; Riccarda; Galeotto; Ginevra e Sovrana avuti da Beltramola de’ Grassi, Montanina de’ Lazzari, Caterina Freganeschi e Donnina de’ Porri.

Galeazzo II

Figlio di Stefano e Valentina Doria; nato verso il 1320; sposato a Bianca di Savoia; padre di Giangaleazzo, Maria e Violante; Signore di Pavia, Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Tortona, Alessandria e Vigevano; co/Signore di Milano con i germani Matteo II e Bernabò, tenne a Pavia una prestigiosa Corte frequentata da Artisti e Letterati.

Nel 1343 aveva avuto in Gerusalemme il cingolo militare ma, espulso da Milano nel 1344, dallo zio Luchino, vi era stato richiamato dal Cardinale Giovanni, che lo aveva voluto Governatore di Bologna. Nel 1356 combatté gli Estensi ed i Gonzaga, con Pandolfo Malatesta: vittorioso a Casorate, estese il suo potere e, alla morte del fratello Matteo II, ottenne la fascia occidentale della Lombardia, mentre Bernabò assumeva quella orientale.

Entrato in conflitto col Cardinale Albornoz per il controllo di Bologna, lo attaccò prima di proporre ad Urbano V, nel 1364, in cambio della definitiva rinuncia alla città, una buonuscita di cinquecentomila fiorini d'oro: la proposta fu accettata con costernazione del Porporato che aspirava ad un regolare regolamento di conti in battaglia.

In quel periodo, con la mediazione del Petrarca, Galeazzo combinò per il figlio le nozze con Isabella di Valois, figlia del Re di Francia e titolare della Contea di Vertus nella Champagne. Più tardi, sposò la figlia Violante a Lionello, erede di Edoardo III d’Inghilterra garantendosi l’amicizia dei due potenti Stati.

Sostanzialmente teso a mantenere alta la fama di protettore delle Lettere e delle Arti: nel 1362 aveva aperto l’Università di Pavia con studi di Diritto canonico e civile, di Medicina, di Fisica e di Logica ed aveva dotato la città di una importante biblioteca, si tenne distante dalla politica e si spense a Pavia il 4 agosto del 1378, dopo ventiquattro anni di insignificante governo.

Gli successe il figlio Giangaleazzo.

Giangaleazzo I

Jacob Burckhardt scrisse che: ...In Giangaleazzo si scorge manifestamente quella mania di grandezza propria dei tiranni....

Tra la fine del ‘300 e i primi anni del ‘400, dopo il riuscito colpo di Stato, il trentaquattrenne Giangaleazzo Visconti portò il Ducato milanese alla massima espansione territoriale rendendolo lo Stato più potente d’Italia: dal Canton Ticino alle Marche ed alle porte di Firenze.

Prudente, astuto, audace, vanitoso, colto raffinato, ambizioso, ipocrita; detto Conte di Virtù, dal nome della Contea di Vertus nella Champagne, dote della prima moglie Isabella di Valois; nato a Pavia il 15 ottobre del 1351; morto a Melegnano il 3 settembre del 1402; padre di numerosa prole: da Isabella di Valois ebbe Giangaleazzo II, Valentina, Azzone e Carlo; da una sconosciuta Signora ebbe Antonio, deceduto diciottenne; dalla Duchessa Caterina ebbe Giovannimaria e Filippomaria; da Agnese Mantegazza ebbe Gabriello, fu Primo Duca di Milano e Signore di Verona, Cremona, Bergamo, Brescia, Belluno, Vicenza, Pieve di Cadore, Feltre, Pavia, Novara, Como, Lodi, Vercelli, Alba, Asti, Tortona, Alessandria, Valenza, Piacenza, Parma, Reggio, Perugia e Valli del Boite.

Manifestate fin da giovane attitudini militari, il 17 gennaio del 1378, chiese ed ottenne il riconoscimento del Vicariato imperiale e, già vedovo, puntò al matrimonio con Maria Regina di Sicilia. Ostile al legame che avrebbe posto un’ipoteca viscontea sull’isola, Pietro IV d’Aragona reagì in armi. Nel 1380, sostenne lo zio/suocero Bernabò nella lotta ai Veneziani e ne sposò la figlia Caterina ottenendo, con l’ambiguo dubbio di coscienza circa la legittimità dei due sedicenti Papi, dal romano Urbano VI e dall’avignonese Clemente VII la dispensa per sposarla.

Il 6 maggio del 1385, avvalendosi di un banale espediente, attuò il celebre colpo di mano: fatto sapere al parente che, in transito per la varesina Madonna del Monte, avrebbe voluto salutarlo a Porta Ticinese, una volta sul posto lo fece arrestare con i figli dagli Armati di Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e Giovanni Malaspina e rinchiudere nel castello di Trezzo, ove Bernabò sopravisse soli sette mesi.

Prendendo a pretesto del suo operato esigenze di legittima difesa, in definitiva Giangaleazzo si impadronì di Milano consentendo al Popolo giubilante il saccheggio dei palazzi del tiranno e, ottenuta la Signoria dal Consiglio generale, acquisì il controllo di ventuno città: Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale.

Nel 1387 maritò la figlia Valentina con Luigi di Turenna, fratello di Re Carlo VI, dotandola di terre e castelli in Piemonte e di quattrocentomila fiorini d'oro: la potenza conseguita impietrì l’Italia, al cui totale controllo il Duca aspirava.

Cominciò con l’aprirsi un varco sull’Adriatico attraverso i territori veronesi e padovani, simulandosi mediatore di pace fra il Signore di Verona e Vicenza Antonio Della Scala e il Signore di Padova Francesco da Carrara.

Dietro le quinte, però, propose a costui un’aggressione congiunta ai danni dello Scaligero. Il progetto fu incautamente accettato.

Con un manifesto pubblico, Giangaleazzo comunicò allo Scaligero che, a tre giorni da quella data, sarebbe entrato in guerra: i Viscontei attaccarono dal lato bresciano; i Padovani, supportati da Giovanni Degli Ubaldini, dal lato vicentino.

La conquista di Verona e Vicenza, però, si pose come violazione delle intese: quando Francesco da Carrara si ribellò, senza remore il Visconti lo catturò e deportò nei Forni di Monza, ove gli fece concludere i giorni.

Estesi che ebbe i confini sull’Adriatico, l’ambizioso Giangaleazzo volse l’attenzione ai territori di Romagna e Toscana e, presa Bologna, si protese verso Sud occupando Perugia, Spoleto, Nocera, Assisi; comprando Pisa per duecentomila fiorini da Gerardo Appiani; acquistando Siena ed aprendo ostilità con Firenze. Allarmatissima, la città si appellò alla Francia donde giunsero contingenti comandati dal Conte d’Armagnac, parente di Carlo Visconti: il figlio di Bernabò, costretto ad una vita randagia con la moglie Beatrice.

Ma, profittando delle crisi interne al Regno di Napoli, indebolito dalla faida fra Angioini e Durazzeschi, e del disagio della Chiesa segata dallo Scisma d’Occidente, il Visconti si concentrò su Emilia e Toscana.

Intanto, in difesa della propria indipendenza e dei propri principi repubblicani, il 3 maggio del 1390 i Fiorentini sollecitarono gli Italiani perché reagissero alla egèmone politica milanese, resistendo fino al 1392, quando fu convenuta una precaria pace: le forze congiunte del Duca di Baviera e del Conte d’Armagnac, infatti, affrontate le truppe di Jacopo dal Verme il 25 luglio del 1391 sotto Alessandria, risolsero la belligeranza costringendo Giangaleazzo a cedere la Signoria di Genova al Re di Francia.

Tali circostanze non appannarono l’apoteosi raggiunta da Giangaleazzo nel settembre del 1395: liquidati i Pusterla, previo esborso di duecentomila fiorini d'oro, egli fece elevare il Ducato in Principato e, accanto alla biscia, da quel momento comparve nel suo stemma l'aquila con le ali spiegate, simbolo di nobiltà imperiale.

Per compiacere la moglie Caterina, l’anno successivo dette avvìo alla costruzione della Certosa di Pavia. Nel frattempo i Grandi Elettori designavano alla guida dell’Impero Roberto di Baviera: non perse l’occasione Firenze per avviare relazioni mirate ad una nuova coalizione: ai Fiorentini in armi insieme ad altri Principi, pur lacerata da uno scisma quarantennale, si affiancarono la Chiesa; il mantovano Francesco Gonzaga e gli Stati di confine. Tutti decisi a condizionare la spinta milanese su Toscana e Bologna

L'armata viscontea fu guidata con successo da Jacopo dal Verme che, il 14 luglio del 1397, ebbe ragione di Mantova. Tuttavia, il Gonzaga contraffece una lettera del Duca, in essa intimando al Capitano di Ventura di ritirarsi dall’area.

L’espediente salvò la città; ma Giangaleazzo emanò un duro editto minacciando i falsari di  atrocissime pene.

Sino dal 1380, egli era stato designato Vicario imperiale da Venceslao. Tale dignità non era tuttavia trasmissibile ai figli e la elezione d'un nuovo Imperatore poteva revocarla e cederla ai figli di Barnabò. Pertanto, egli cercò d'essere formalmente investito come Vassallo di tutti gli Stati posseduti, onde conservare la successione e la sovranità perpetua dei discendenti.

Il Sovrano aveva accolto la richiesta in cambio di centomila fiorini d'oro e il 2 maggio del 1395 aveva reso Milano Ducato; aveva deliberato che di esso facessero parte venticinque città: Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feltre, Feliciano, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana; aveva investito il Duca, il 13 ottobre del 1396, della Contea di Pavia, Valenza e Casale. Ad esse, pur ceduta Padova e destinato Alba ed Asti alla dote della Principessa Valentina, Giangaleazzo aggiungeva il controllo di Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleto ed Assisi, disponendo del possesso di trentacinque città.

La vendita del Regno già longobardo fatta da Venceslao al Visconti animò la reazione dei Principi tedeschi: nel 1401 essi sostituirono l’Imperatore col Conte Palatino Roberto di Baviera.

Il Papa, i Veneziani ed i Fiorentini lo invitarono in Italia per recuperare le terre staccate dall' Impero. Egli valicò le Alpi e giunse nel bresciano ma, il 21 ottobre dello stesso anno, fu battuto dalle truppe ducali validamente guidate dal Conte Alberico di Barbiano.

Umiliato, il Sovrano rientrò in Germania mentre al completamento della definitiva potenza del cinquantenne Visconti mancava solo l’aggiogamento della già assediata Firenze.

Le sue aspirazioni furono stroncate dalla peste a Marignano, il 3 settembre del 1401.

Il funerale si celebrò con grande solennità: vi intervennero oratori di ciascuna delle città suddite e gli inviati di tutti i Principati esteri; duecentoquaranta Cavalieri sfilarono con gli stendardi di tutte le città sotto dominio, assieme a duemila uomini in lutto; furono presenti tutti i Vescovi del Ducato e il feretro, condotto dalle più alte cariche di Corte, fu alloggiato su un baldacchino di broccato d'oro foderato d'ermellini, scortato da Araldi sventolanti le insegne ducali.

Giangaleazzo si era distinto per la politica accentratrice. Per il mantenimento del diritto di controllo sul Clero. Per le imponenti spese: opere di arginatura che divergessero il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, così eliminando le difese delle due città e costruzione della Certosa di Pavia e del Duomo milanese, onde consegnarsi all’immortalità. Per la compilazione degli Statuti di Milano. Per una ricostruzione genealogica che confermasse la leggendaria discendenza della stirpe da Anglo di Angera, nipote del troiano Enea. Per la realizzazione della sua principesca dimora.

Per disposizione testamentaria, lasciò il cuore a san Michele di Pavia e il resto del corpo al convento di sant’Antonio di Vienne: prima del decesso, divise i beni fra figli sopravvissuti: legittimi e naturali, mai più presagendo che il dominio sarebbe andato rapidamente in  frantumi.

Designato Gabriello alla Signoria di Pisa e di Crema, assegnò a Giovanni Maria il titolo di Duca di Milano, comprensivo della sovranità su Como, Lodi, Cremona, Begamo, Brescia, Reggio Emilia, Piacenza, Parma, Perugia e Siena e al cadetto Filippo Maria, Pavia, Vercelli, Novara, Alessandria, Tortona, Feltre, Verona, Vicenza, Bassano e la riviera di Trento. 

La sua scomparsa aprì una lunga stagione di crisi: sotto la reggenza di Caterina, Giovanni Maria ebbe il titolo ducale e il controllo della città; Filippo Maria divenne Conte di Pavia; Gabriele assunse i domini toscani ma i territori periferici andarono perduti e anche in Lombardia, con le lotte dei Capitani di Ventura e l’inasprirsi dei rapporti tra fazioni, il potere si disgregò a favore di Firenze: sfumata la minaccia viscontea, la città recuperò il completo controllo della Toscana conquistando anche Pisa nel 1406. Anche Venezia si avvalse degli eventi per ampliare i suoi possedimenti: nel 1405 abbattè la Signoria di Francesco Novello da Carrara annettendo Padova e Verona e, negli anni successivi, occupò il Friuli, l’Istria e parte della Dalmazia.

L’anarchia si concluse solo nel 1412, con l’assassinio di Giovannimaria e del potentissimo governatore Facino Cane, cui seguì l’acquisizione del titolo ducale da parte di Filippomaria: egli ricostituì il territorio in circa un decennio e tentò anche una ripresa espansionistica. Ma i tempi erano mutati e le sue ambizioni si scontravano ora con un assetto politico nazionale assai più complesso.

Giangaleazzo, in definitiva, aveva incarnato l’ideale del Principe Rinascimentale ed espresso il più coerente ed energico impegno nel costituire un vasto Stato composto da tutta l’Italia centrosettentrionale e nell’assumere il ruolo di guida nella penisola, rivelandosi dotato di raffinato talento politico e di genio  diplomatico: nel bene e nel male.

Azzone II

Primogenito di Giangaleazzo e Isabella di Valois, nacque nel 1366 e, dopo la morte del fratello maggiore, nel 1374 quale nipote del Re di Francia, ebbe l'investitura delle terre già degli Angiò e occupate dai Visconti, nelle diocesi di Piacenza, Pavia, Tortona, Alessandria e Novara.

Il 14 settembre del 1378, in vista dello spostamento del padre in Sicilia dopo il progettato matrimonio con Maria d'Aragona, si fidanzò con Elisabetta, figlia di Bernabò; ma il 2 ottobre del 1380, giorno del matrimonio tra suo padre e Caterina Visconti, si spense.

Giovannimaria e Filippomaria: la fine del Ducato

Alla morte del padre Giovannimaria e Filippomaria avevano rispettivamente quattordici e dieci anni. Assunta la Reggenza, la madre si affidò ad un Consiglio di Generali e cortigiani che pretesero di regnare a nome del primo, profittando della sua inesperienza per arricchirsi.

Parallelamente, il seme della rivolta maturò nelle terre viscontee: i Rossi insorsero a Parma; Ugo Cavalcabò occupò Cremona; Giorgio Benzone prese il controllo di Crema; Giovanni Rosone s’impadronì di Brescia; Franchino Rusca invase Como; Giovanni da Vignate signoreggiò su Lodi; Facino Cane si appropriò di Piacenza, Tortona, Alessandria e Novara.

In definitiva: i Visconti furono espulsi da quei territori e, il 25 agosto del 1403, anche il Papa recuperò Bologna, Perugia ed Assisi; Siena si affrancò dal giogo; i Veneziani assunsero il dominio di Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano e il Marchese del Monferrato aquisì Casale e Vercelli.

A due anni dalla morte di Giangaleazzo, assieme alla madre Giovannimaria era pressocché ostaggio della Corte, mentre il fratello risiedeva a Pavia, sotto minaccia dei Beccaria.

Afflitta, la Duchessa Caterina si ritirò a Monza morendovi il 17 ottobre del 1404: il decesso fu ascritto, non senza fondamento, allo stesso Duca suo figlio i cui Consiglieri imponevano tributi, prestazioni e gabelle sempre più onerose.

L’irresponsabile Giovannimaria era dotato di ripugnante ferocia: si divertiva a vedere sbranare i suoi da robusti mastini e, nella sua ottusa e proterva mediocrità, cedeva a qualsiasi Generale lo soverchiasse: ventenne, il 28 gennaio del 1408 fece dilaniare dai suoi cani il castellano di Monza Giovanni Pusterla, morto nello stesso luogo ove sessant'otto anni prima era spirato con altro supplizio l’avo Francesco. 

Lo Stato era al collasso quando la reazione esplose: i due fratelli Andrea e Paolo Baggi, cui il gsangionario Duca aveva fatto uccidere un germano, assieme a Francesco e Luchino del Maino, cui aveva fatto decapitare i fratelli e sbranare il cugino Bertolino si risolsero a massacrare il tiranno il 16 maggio del 1412, mentre andava alla chiesa di san Gottardo.

La catena di sventure abbattutesi sulla casata fu esito di una maledizione?:

Matteo I era morto di dolore e vergogna per le scomuniche; Galeazzo I per le sofferenze patite in carcere; Stefano avvelenato; Marco gettato da una finestra; Luchino avvelenato; Matteo II assassinato dai germani; Bernabò avvelenato; Giovanni Maria trucidato.

Restava il ventenne Filippomaria, ultimo Visconti nella discendenza di Giangaleazzo.

Egli assisteva atterrito da Pavia al disfacimento del potere familiare ed era impotente a fronte delle usurpazioni di Facino Cane che, ormai padrone incontrastato di Milano, Pavia, Novara, Alessandria, Tortona ed altre terre, aspirava solo al titolo di Duca.

Era ora che gli oppressi eredi di Bernabò facessero valere le loro ragioni.

Negli ultimi anni del govero del Duca Giovannimaria, Estore s'era impadronito di Monza ed attendeva il momento per occupare la Signoria. Per prevenire ricusazioni motivate dalla sua condizione di figlio naturale, si associò al nipote Giovanni Carlo Visconti, discendente legittimo di Bernabò quale figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac: il domenicano Bartolomeo Capra, con le sue accorate prediche, indusse i Milanesi a riconoscerli Duchi e tali furono fino al 16 giugno del 1412. Filippomaria, allora, incapace di rivendicare il titolo e di contrastare i sopraffattori, sposò Beatrice Tenda, vedova di Facino Cane, benché ella avesse l’età di sua madre, così assicurandosi la sovranità su Pavia, Tortona, Alessandria, Novara e la fedeltà delle truppe del Capitano. Alla testa di esse, espulse da Milano Estore, fuggito a Monza ove restò ucciso da un colpo di spingarda.

Appena padrone della situazione, il Duca si mostrò generoso e umano ma comminò orrende pene a quanti ritenne complici dell’assassinio del fratello: li fece squartare; ne inchiodò le membra alle porte della città; fece piantarne le teste, conficcate in cima a lunghe aste, sul campanile della piazza dei Mercanti; ne fece saccheggiare le case.

Filippomaria era afflitto fin dall’infanzia da salute cagionevole.

La madre aveva avuto diversi aborti attribuibili al rapporto endogamico di coppia: Giangaleazzo e Caterina erano cugini di primo grado e, malgrado apparisse aitante e sano, egli fu affetto da tale rachitismo da non poter stare a lungo in piedi e camminare. Temendo la mancanza di discendenza, i genitori avevano fatto voto di offrire alla Madonna i figli che fossero nati e, ad entrambi, avevano imposto come secondo nome Maria, per grazia ricevuta.

Consapevole delle sue precarie condizioni, il Duca si avvalse della competenza di Francesco Carmagnola e lo elevò al rango di Conte aspirando a riprendere Lodi, di cui si era impadronito Giovanni Vignate. Con costui, fu conclusa una tregua necessaria a carpirne la fiducia: quando, il 19 agosto del 1416 egli, che per prudenza non si allontanava mai dalla sede, venne a Milano, Filippomaria lo fece arrestare e deportare a Pavia in una gabbia di ferro mentre le sue truppe ne passavano il figlio Luigi al carnefice. Quanto a Como e a Crema: il Signore Loterio Rusca cedette la sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro e Giorgio Benzone fu sopraffatto.

Il Duca visse in un regime di isolamento sociale e, a margine della passione per l'astrologia, pur avendo recuperato grazie all’attempata moglie la sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara, sacrificò la gratitudine all’ampliamento dei confini dello Stato accusando Beatrice di adulterio col giovane Cavaliere Michele Orombello: li sottopose entrambi a torture, prima di ordinarne la decapitazione nel castello di Binasco il 13 settembre del 1418. Forse già allora egli intratteneva una relazione con Agnese del Maino, dalla quale ebbe Biancamaria e certamente in quello stesso anno si dette all’estensione del territorio sottraendo Piacenza al nobile Filippo Arcelli: fece piantare in città due forche. minacciando di farlo impiccare col fratello Bartolomeo e col figlio Giovanni.

Non credendolo capace di un atto tanto infame, l’Arcelli rifiutò di rinunciare alla sovranità locale ma poi, sconvolto dalle esecuzioni avvenute il 13 giugno del 1418, fuggì.

Bergamo, invece, fu tolta ai Malatesta da Francesco Carmagnola il 24 luglio del 1419.

Cremona fu ceduta dal Signore Gabrino Fondulo al prezzo di trentacinque mila fiorini d'oro.

Il Marchese di Ferrara Nicolò d'Este lasciò Parma il 28 novembre del 1420.

Pandolfo Malatesta sgombrò da Brescia il 15 marzo del 1421, in cambio di trentaquattromila fiorini d'oro.

Tanto erano temute le truppe del Carmagnola che anche l’assediata Genova si arrese il 2 novembre del 1421, riconoscendo la Signoria del Visconti che recuperò Asti dal Duca d'Orleans. Fra il 1423 e il 1424 furono prese anche Forlì, Imola e Faenza: ora il Ducato disponeva di venti città: Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano.

Sottratto agli Svizzeri il controllo dei varchi alpini, Filippomaria puntò a Firenze e combatté per Luigi III d’Angiò contro gli Aragonesi.

Nel 1423 morì il Signore di Forlì Giorgio Ordelaffi. Il Duca fu nominato tutore del figlio Tebaldo: la circostanza fu giusta per tentare la conquista della Romagna. Esplose, allora, il conflitto con Firenze, decisa a contrastare il propositoi: la città si alleò con Venezia le cui mire, espresse dal Doge Francesco Foscari, urtarono con gli interessi milanesi: la guerra era imminente quanto inevitabile.

Il sodalizio veneto/fiorentino, stipulato nel dicembre del 1425 e poi esteso agli Estensi, ai Gonzaga, al Marchese del Monferrato e ai Savoia, rilanciò le virtù militari del Carmagnola che, interrotte le relazioni col Visconti, mutò sponda politica mentre i Milanesi reclutavano Niccolò  Piccinino e Francesco Sforza.

Nel marzo del 1426, il Carmagnola fomentò la rivolta di Brescia già conquistata per il Visconti cinque anni prima. Dopo un lungo assedio, la Repubblica veneziana ottenne il controllo della città e della sponda orientale del Garda.

Filippomaria si rivolse invano all'Imperatore Sigismondo e nel 1426 fu costretto ad accettare le condizioni di pace proposte da Martino V nonché la cessione di Brescia e la restituzione al Carmagnola di tutti i beni detenuti a Milano.

La trattativa non piacque ai Milanesi né all'Imperatore: il dissenso fu il pretesto cavalcato da Filippomaria per riaprire le ostilità, concluse con la disfatta di Maclodio del 12 ottobre del 1427. Alla sconfitta seguì una nuova pace conclusa a Ferrara con la mediazione di Niccolò d’Este: essa implicò per il Duca la definitiva perdita di Bergamo e Brescia. Nel 1248, il disagio politico lo indusse ad allearsi col Duca di Savoia, del quale sposò la figlia Maria senza averne prole. Nel 1431 ascese al soglio pontificio il veneziano Eugenio IV: il Duca gli cedette Forlì e Imola, allarmato dalla Lega di Ferrara, Mantova, Monferrato e i Savoia. In quella fase, anche Venezia riaprì le ostilità ma il Bussone sembrò sottostimare la debolezza viscontea, così suscitando sospetti sfociati nel suo arresto e nella sua decapitazione. Nel 1434, Filippomaria riprese la belligeranza assalendo la Chiesa e coinvolgendo Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona: prima sconfisse costui a Ponza nel 1435; poi gli divenne amico.

Dopo un decennio di alterne vicende, risoltesi nel 1441 con la cessione di Cremona e della figlia Bianca Maria a Francesco Sforza, così sancendo la vittoria di Venezia che ebbe Ravenna, nella primavera del 1446, le sue condizioni di salute si aggravarono. Deciso ad affrontare la successione, aprì trattative col genero ma durante l’agonia altri pretendenti si fecero avanti: il testamento di Giangaleazzo disponeva che, in mancanza di discendenza maschile, la linea di successione fosse quella della figlia Valentina. Forti di tanto, i Francesi rivendicarono il Ducato per Carlo d’Orléans. Per contro, gli Spagnoli sostenevano gli interessi di Alfonso d’Aragona. Inoltre, c’erano le pretese di Ludovico di Savoia, fratello della Duchessa Caterina ed infine l’Imperatore esigeva l’eredità. L’11 agosto il Duca peggiorò e, nella notte fra il 12 e il 13, si spense in totale solitudine.

Il suo reale interesse era stato sempre vòlto ai tarocchi: sessantasei splendide carte dipinte a mano e ricoperte da una lamina d’oro finemente cesellata. Su molte di esse erano impressi emblemi di famiglia e tutte quelle di Denari portavano incisa ora l’una, ora l’altra faccia del fiorino d’oro, fatto coniare nel 1442.

Lasciava la figlia Biancamaria, avuta da Agnese del Maino il 31 marzo del 1425 e sposata all’ anziano Francesco Sforza.

La saga dei Visconti, consegnati alla Storia come emblemi di una tirannide durata ben centotrentasei anni, si era conclusa.

Bibliografia:

P. Verri: Storia di Milano
G. Campiglio: Storia di Milano
N. Valeri: L’eredità di Giangaleazzo Visconti

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.



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