Ho appena finito di leggere "1527" , I lanzichenecchi a Roma. Di Andrea Moneti , edito dalla casa editrice Stampa Alternativa.
Andrea Moneti lo conoscete, è uno dei collaboratori del sito "storiamedievale" e a quanto pare , nel tempo libero, scrive saggi camuffati da "romanzi gialli-noir"
E già perchè 1527 è un romanzo storico, ma anche una sorta di giallo noir che si svolge nello scenario del sacco di Roma del 6 maggio 1527: un evento che è stato una vera e propria frattura nella Storia d'Europa.
L’esercito di Carlo V, trentamila uomini, mette al sacco Roma e la tiene in scacco per oltre nove mesi, mentre il papa è tenuto prigioniero in Castel Sant'angelo.
Nell'esercito imperiale, oltre a spagnoli ed italiani ,non dimentichiamolo, militano anche dodicimila mercenari lanzichenecchi, quasi tutti luterani e nella città devastata, la vita di ognuno, tra la peste e la fame, è appesa a un filo.
In mezzo a questi eventi, il fato accomuna due destini, quello di Heinrich, capitano lanzichenecco, e quella di Messer Stefano, cerusico alla corte del cardinale Della Valle, diversi per fede e per modi di vita. Intorno a loro una serie di delitti ed un’ "eresia" che viene dal Nord. Una delle più pericolose perché sa parlare al cuore degli uomini e predica uguglianza e sobrietà: l'Anabattismo.
Nella storia si intrecciano cruente scene di guerra e soprattutto di scontro fra due mondi venuti in collisione, quello della Riforma di Lutero e quello della Chiesa.
L'autore è molto attento a ricostruire lo scenario della Roma del ‘500; sono stati ricostruiti fatti e vicende realmente accadute, tentando di restituire una fisionomia reale sia ai personaggi storici, protagonisti di quella vicenda, che alla città. Con loro si muove una variegata schiera di figure soldati, capitani, uomini di corte e cortigiane tra intrighi, guerre, tradimenti, delitti e conflitti religiosi.
Il contesto storico abbraccia, con l'uso di flash-back, un periodo più ampio, inserendo anche nelle vicende le profonde divisioni che caratterizzarono i primi anni della Riforma, fra cui la Guerra dei contadini, del 1525, che sconvolse la Germania.
Non è, però, solo un romanzo storico con sfumature giallo noir ma credo che l'autore abbia voluto farne un libro attuale. Le profonde e sanguinose divisioni che lacerarono l’Europa al tempo di Lutero e che portarono alla nascita di altri movimenti radicali, primo fra tutti l’anabattismo ed il suo messaggio di egualitarismo in una società feudale, vogliono idealmente trasporre l’attuale scontro tra civiltà, o presunto tale, fra "occidente" e islam, dopo i tragici fatti dell'11 settembre 2001.
Infine l'autore vuole dare il suo messaggio: la ricerca del dialogo che è sempre possibile nonostante le divisioni culturali e religiose a patto che si mettano da parte le intransigenze.
A parte qualche breve lungaggine (che volete mi piacciono gli ossimori!) a me il libro è piaciuto, si legge facilmente ed è corredato da una breve ma esauriente appendice storiografica con bibliografia utile agli smemorati
Buona lettura agli interessati
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Andrea Moneti, collaboratore del sito www.storiamedievale.net del prof. Raffaele Licinio, vince il Premio Michelangelo 2005 con un romanzo edito nella collana “Eretica” di Stampa Alternativa
1527. I Lanzichenecchi a Roma
di TERESA MARIA RAUZINO
Il primo posto della X edizione del Premio letterario nazionale “Michelangelo” quest’anno è toccato ad Andrea Moneti, autore del romanzo “1527, I Lanzichenecchi a Roma” (Stampa Alternativa, Eretica, 2005, pp. 297, euro 12,00).
La giuria, memore che il primo romanzo di Moneti, “Eretica pravità”, uscito per i tipi della Firenze Libri, e vincitore della passata edizione, è stato premiato con ben 11 premi letterari (fra cui il Mario Soldati e, ultimo in ordine temporale, il Premio Italia Medievale 2005 per l’editoria) augura al “bravissimo scrittore” una splendida carriera e altrettanti meritati successi. Dalle motivazioni del Premio “Michelangelo” si rileva come 1527 sia «un romanzo storico, ottimamente scritto, di facile lettura pur nella complessità, narrazione molto aderente alla realtà dei fatti citati, con avvenimenti, località e date in perfetto ordine cronologico. Cattura l'attenzione del lettore, portandolo a rivivere le vicende del passato in un emozionante susseguirsi di immagini».
Leggendo il libro di Moneti, in effetti, si resta colpiti dalla “levità” con cui l’Autore ha saputo tradurre una vicenda rigorosamente storica, il sacco di Roma, in un testo di ampio respiro narrativo. Ma se è la storia a connotare la tipologia testuale prevalente, 1527 vede confluire in sé il ritmo del romanzo d’avventura, la suspance del trhiller, i temi psicologici del romanzo di formazione. Un mixage di generi narrativi sapientemente dosati dall’autore, che trascina il lettore in una lettura coinvolgente, nel segno dei migliori romanzi che sanno convincere ed avvincere dalla prima all’ultima pagina.
L’intreccio della vicenda parte da una missiva del protagonista Heirich, che sarà la chiave di volta dell’intera vicenda. Il tema è di quelli “impegnati”: la violenza della guerra, peggiore delle sciagure. Cieca e disumana si abbatte come un maglio divino sulla città eterna dove la vita è un’imponente lotteria, dove soltanto i più fortunati o i più furbi vengono baciati dalla sorte, dove la lussuria e l’ipocrisia regnano sovrane nella corte papale.
Il 6 maggio 1527, l’esercito di Carlo V tiene in scacco Roma, mettendola a ferro e fuoco per nove lunghi mesi. Fra i 30mila forse 35mila soldati, vi sono 12mila mercenari che si battono contro la corruzione della Sacra Romana Chiesa in nome di una nuova fede: il luteranesimo.
A nulla servono le parole di Clemente VII che sprona i suoi prodi a fermare gli invasori in nome di Dio. Ben presto il pontefice capirà, nel chiuso della prigione di Castel Sant’Angelo, che Dio non segue alcuna bandiera, nessun esercito. Dio non guarda mai cosa succede sui campi di battaglia. Distoglie lo sguardo e lo volge altrove, lasciando gli uomini a scannarsi tra loro.
Roma subisce un’immensa profanazione: i paramenti sacri, gli ori, gli oggetti liturgici vengono rubati o gettati per strada, nel fango e nel letame. Le bolle papali, le lettere e i registri dei conventi e dei monasteri alimentano altissimi, mirati falò. Ovunque, in ogni rione, divampano gli incendi e risuonano le grida delle donne stuprate, il pianto dei bambini strappati alle madri, le urla dei soldati ebbri di furore. Molte fanciulle vengono uccise dai loro stessi parenti per sottrarle all’onta del disonore. Non c’è rispetto per nessuno.
La mattina del 7 maggio 1527 la città eterna si presenta come una città morta. Non c’è luogo che non sia stato saccheggiato dagli spagnoli e dai lanzichenecchi. I luterani, insieme ai marrani e ai giudei che combattono con i tercieros spagnoli, non hanno risparmiato alcun luogo di culto.
Oltre all’orrore per la guerra, emblematico degli orrori di tutte le guerre, Andrea Moneti fa vibrare nei suoi personaggi i sentimenti eterni dell’uomo. L’amicizia, la lealtà, l’amore rivivono nei protagonisti, avvicinandoli al lettore, che impara ad amarli e a seguirli fino allo scioglimento della vicenda, al fatidico “The End”. Un finale che ha un lieto fine, quel lieto fine che spesso è negato nei romanzi contemporanei, e che invece Andrea Moneti riesce a sciogliere nel rispetto dell’evoluzione dei personaggi, e in particolare di Heinrich, protagonista della storia.
L’io narrante è alterno: passa da quello interno del protagonista a quello del narratore. Un narratore discreto, che muove con abilità la storia, anticipandola o posticipandola con l’uso sapiente della prolessi e del flashback.
Il punto di vista dell’autore Andrea Moneti, che condanna l’insensatezza di tutte le guerre, viene fuori dalla storia stessa, dai dialoghi e dal flusso libero di coscienza del protagonista Heinrich. Costante tema di fondo è l’inconciliabile contrasto, interno alla stessa Riforma protestante, tra i seguaci dell’ortodossia luterana ed i seguaci di Muntzer, trucidati dalle truppe armate dai principi per stroncare le rivolte contadine scoppiate in tutta la Germania. Per stroncare “l’eresia” della comunanza dei beni condannata da Lutero, non ci si ferma neppure davanti al sacro sentimento dell’amicizia. Si tradisce e si uccide, accampando giustificazioni superiori. La ragione della religione, che diventa ragione di stato, prevale sui sentimenti più puri. Heinrich per non tradire un amico d’infanzia che ha preferito Muntzer a Lutero, è costretto, suo malgrado, a disubbidire ai suoi superiori. La sua coscienza è lacerata dal dissidio interno della scelta. Considerato un traditore da amici che diventano i suoi occulti nemici, rischia di morire.
Una brutta fine per le idee innovative della Riforma, che avevano provocato una vera rivoluzione culturale. La predicazione contro le indulgenze, la sfida aperta al papa in nome della libertà di coscienza, avevano librato sulle ali del vento la fama di Lutero. Il monaco agostiniano non si era fermato qui. Aveva tradotto la Bibbia in tedesco. Aveva insegnato ai fedeli a leggersela da soli, ad essere unici interlocutori di Dio, a sentirsi liberi anche nei confronti dei potenti della terra…
Il sensibile e problematico Heirich, capitano lanzichenecco sui generis, figlio di un nobile proprietario terriero, si era sentito libero. Aveva messo a frutto l’insegnamento di Lutero. Era andato oltre lo studio della Sacra Bibbia, aveva studiato all’università di Tubinga la lingua ufficiale della “nemica” Santa Romana Chiesa. Una decodifica del latino che aveva affinato il suo gusto, insegnandogli ad apprezzare la poesia di Ovidio e di Orazio.
Heirich si era convinto, suo malgrado, a ripercorrere le orme del padre, dedicandosi alle sue terre, ma dopo la precoce perdita della giovane sposa (recisa dall’albero della vita da un dio beffardo), per sfuggire all’abisso della solitudine, aveva scelto di dare una svolta alla sua vita. Era diventato capitano di ventura. Una scelta che comincia a pesargli appena è costretto dalla dura legge marziale a stroncare, senza pietà, la prima vita umana.
La vita avventurosa, i facili guadagni, i saccheggi, gli amori prezzolati cominciano a stargli stretti. La crisi, già latente, matura durante il sacco di Roma. Heirich, entrato in San Pietro, che l’abbaglia per la sua maestosità, quando posa lo sguardo sul pavimento macchiato di sangue, ha un istintivo moto di disgusto.
Solo dopo una lunga serie di eventi tragici (riecheggia nel romanzo l’inconfessata preghiera Domine, libera nos a peste, fame et bello), il nostro eroe ritroverà finalmente se stesso. La sua lunga crisi interiore avrà un epilogo. A riconciliarlo con la vita, e forse con il suo Dio perduto, sarà Angelica, una fanciulla che non ha avuto paura di lui, e lo ha accarezzato con un sorriso durante il suo febbricitante delirio. Per Heirich, l’alba e l’imbrunire ridiventeranno una cosa sola.
Come la vita e la morte, l’odio e la speranza…
L’AUTORE
Andrea Moneti, un ingegnere innamorato della storia
Andrea Moneti nasce nel 1967 ad Arezzo, dove vive. È un ingegnere gestionale, e si occupa di organizzazione aziendale, logistica industriale, marketing di acquisti, approvvigionamenti, qualità, relazioni industriali, etc. etc. Che barba, direte!!!. Non vi si può dar torto, ma è pur sempre meglio che lavorare in miniera confida Andrea Moneti ai visitatori del sito www.storiamedievale.net - cui collabora con la rubrica sulle eresie medievali.
Moneti risponde alle eventuali, possibili domande su come un ingegnere possa scrivere e parlare di Medioevo: «Forse l’unica spiegazione di questa bizzarra alchimia è che, essendo nato e vissuto da sempre in una città e in una regione dove il Medioevo lo si respira passo dopo passo - sasso dopo sasso - ne è proprio intriso: con una predilezione per i movimenti ereticali dei secoli XIII e XIV, catari e apostolici in testa».
La sera, quando torna a casa, Andrea Moneti si sveste dai panni dell’ingegnere, tanto attillati per tutta la giornata. Vede in televisione il deserto, il pressappochismo e il politichese inutile, fastidioso, dei governanti nostrani (governo e opposizione, senza distinzioni). E pensa: «I secoli bui mi sembrano molto meno bui», concludendo come Cecco Angiolieri: «S'i' fosse fuoco, arderei 'l mondo... ma le zoppe e vecchie lasserei altrui».
©2005 Teresa Maria Rauzino. Articolo pubblicato il 6 settembre 2005 su www.capitanata.it
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