Dall’orto medievale al giardino principesco di Marco Perisse
Dal verziere delle erbe officinali all’tt medievale fino al giardino del principe e all’orto botanico, si può osservare nel Medio Evo la culla e un filo di continuità d’uso del giardino con svariate funzioni: dalla farmacopea allo studio accademico; dagli aspetti filosofici e metaforici a quelli scenico-paesaggistici legati all’apparato simbolico che avrebbero poi raggiunto il culmine nel giardino aristocratico rinascimentale.
In epoca alto-medievale l’allegoria di contenuto religioso ispira la realizzazione di spazi verdi e coltivati nelle abbazie: i giardini della Genesi, quelli del Vangelo e i nuovi cieli e nuova terra dell’Apocalisse di Giovanni sono altrettanti spunti ideali di riferimento ai quali si aggiunse il nuovo archetipo dell’hortus conclusus, locuzione biblica metaforica – e più terrena – del Cantico dei Cantici (4:12). Si suole attribuire l’origine del modello costruttivo del giardino monastico, con aiuole rialzate di forma quadrata o rettangolare, contenenti verdure e fiori in una sistemazione articolata a scacchiera, nel poemetto di Walafrid Strabo, monaco di Reichenau vissuto nel IX secolo, intitolato Liber de cultura hortorum. L’impianto di un monastero carolingio é una microcittà cinta di mura, nella quale i luoghi di preghiera e di lavoro sono ripartiti e c’è già la differenziazione tra orto e giardino. Nel primo i monaci faticano nella semina e raccolta di verdure, ortaggi ed erbe medicinali (semplici), nel secondo si dedicano al giardinaggio come forma di preghiera e contemplazione del creato. Già la badessa Herrade von Landsberg dell’abbazia di Hochenburg aveva redatto Hortus deliciarium tra il 1175 e il 1185 sul tema di un’oasi di piaceri intellettuali e di saperi capaci di soddisfare i desideri dell’anima, mentre Ildegarda di Bingen studiava le piante officinali nel monastero di Rupertsberg da lei fondato nel 1150. C’è uno spazio che attiene alla sfera metafisica e uno al mondo fisico (Ora et labora), seppure l’aspetto dell’abbazia sia ancora quello delle fattorie fortificate della campagna romanizzata e coltivata, le villae rusticae. Proprio a ridosso del giardino dell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura a Roma, gli scavi archeologici del 2009 hanno portato alla luce i resti di un portico altomedievale, colonne, sala-refettorio e pozzo per assecondare l’accoglienza dei pellegrini e di una torre a confermare tanto la polifunzionalità di queste abbazie fortificate quanto i successivi sviluppi degli orti. Pure sul retro delle case familiari sorgevano angusti orti in cui si coltivavano erbe aromatiche, generi di prima necessità, vigneti e frutteti: terreni delimitati da un muro per impedire furti e danneggiamenti, incursioni di uomini e animali. Nel XII secolo la scuola di Chartres diffuse un approccio nuovo nei confronti della natura, concepita come un insieme di cause dotate di un ordine divino al di là degli accostamenti simbolico-associativi ricorrenti nell’alto Medioevo che riferiscono alle Sacre Scritture. A Cluny sono già sovrapposti gli aspetti utilitaristici con quelli simbolici del giardino, specchio di una natura resa feconda e ordinata dagli uomini pii e laboriosi, contrapposta al disordine ostile della natura selvaggia.
Il giardino nato dall’atto creativo umano consente alla natura, grazie alla cura e salvaguardia, di porgere i propri doni: fiori, frutti, erbe medicamentose, ombra e profumi. Il recinto protegge, ma al contempo circoscrive uno spazio domesticato e sacralizzato. Al suo interno il verde diviene un elemento architettonico come sezione di natura consapevolmente modellata dall’uomo, distinta dall’incolto, artificio che gioca sulla doppia essenza di natura e cultura. Il termine, jardin in francese, deriverebbe dal franco gard (da cui anche l’inglese garden) il cui significato é appunto “chiuso” rispetto al mondo esterno e alle sue insidie. Il cambio di semantica dell’hortus conclusus, rispetto all’espressione biblica, é spiegato da San Bernardo di Chiaravalle che, commentando il Cantico, descrive il giardino come un continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante ed amato, cioè tra creatura e Creatore. Nel chiostro abbaziale si tesse il rapporto tra uomo e Dio.
L’hortus conclusus medievale era quindi una rappresentazione dell’armonia del creato. I suoi alberi sfamano e dissetano, la forma quadrata nei monasteri riflette i quattro angoli dell’universo, la Gerusalemme celeste. E’ con-cluso, racchiude tutto con sé, terreno e ultraterreno. E’ sussistenza, per via dei prodotti della terra, e anzi un esempio di sostenibilità ante litteram; ma è anche la via eletta per l’incontro col principio divino da cui sgorga la vita, allegoria rappresentata da un albero (della
vita) al centro o da un pozzo di raccolta dell’acqua o fonte (di sapienza e conoscenza, simbolo del Cristo) da cui si irradiano canali irriganti in richiamo dei quattro fiumi biblici del Paradiso, allegoria dell’Eden perduto e anticipazione del Paradiso promesso alla fine dei tempi. Tre tipologie allegoriche di giardino, nella visione bernardiana, devono interagire con diverse attenzioni spirituali delle anime: il noceto di Susanna (hortus nucum) espressione delle sofferenze della vita terrena, l’hortus deliciarum dimora primordiale di Adamo (il Paradiso perduto), e la divina visione dell’hortus conclusus nel chiostro che serve per pregare e meditare, contemplare e rivolgersi a Dio. L’universo simbolico si sovrappone all’utile. I giardini monastici si strutturano geometricamente in quattro sezioni coltivate, secondo la regola di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale: gli orti (horti); i frutteti (pomaria); gli alberi (viridaria); e gli erbari (herbaria). Ciascuna aiuola é separata da vialetti coperti da pergole a volte usate per la vite.
In Italia a partire da questi modelli medievali, si valorizzerà nel XVI secolo anche il patrimonio botanico delle specie esotiche provenienti dall’America appena disvelatasi agli europei. Nella penisola sorgono i primi orti botanici del mondo, a loro volta figli dei simpliciari nei quali le abbazie coltivavano piante officinali per le loro farmacie: un primissimo orto accademico nasce grazie alla scuola medica di Salerno tra il XIII e il XIV secolo. In Toscana la casata dei Medici impianta nel XVI sec. giardini botanici che sviluppano la tendenza protoscientifica di classificazione e ricerca accanto ai tradizionali utilizzi medicinali delle essenze vegetali mentre a Bologna è l’ateneo, nel 1568, ad affidare la codirezione dell’orto botanico cittadino a Ulisse Aldrovandi che insegnava botanica medica (De Simplicibus) e a Cesare Odoni, titolare del corso di Materia medica.
Tuttavia lo sviluppo dei giardini aristocratici è destinato soprattutto alla celebrazione del principe e delle élites. E’ ancora rintracciabile l’ascendenza architettonica dell’hortus conclusus, ma l’ideologia cambia radicalmente in epoca rinascimentale quando il giardino pensato dagli umanisti è intriso di influenze neoplatoniche e neopagane. A livello simbolico nel giardino signorile diventano inizialmente evidenti i riferimenti alla letteratura cortese-provenzale. Nel Roman de la Rose – il poema allegorico che in tutta Europa mosse la diffusione dell’ideale di amor cortese, scritto a quattro mani attorno al 1230 da Guillaume de Lorris e Jean Chopinel de Meung – é la ricerca della Rosa, che allude all’amata e alla sessualità, la traccia della narrazione; e nel giardino del Diletto, regno di Amore e Virtù, l’io narrante é trafitto dalla freccia di Eros, motivi che decorano le dimore principesche. In quel periodo, il conte Roberto d’Artois fece realizzare il parco di Hesdin, nei pressi di Arras in Francia, ma le suggestioni venivano dall’Italia meridionale che il conte Roberto ben conosceva essendo stato parte della scorta che nel 1270 aveva riportato da Tunisi, via Palermo, quindi a contatto col mondo federiciano, i resti terreni di Luigi IX morto crociato sui lidi nordafricani. Successivamente Roberto aveva vissuto 5 anni a Napoli. Gli aspetti scenografici e il ricorso a macchine trovano posto a Hesdin dove – secondo riferimenti descritti nelle composizioni Le remède de Fortune e La fontaine amoureuse del poeta e musicista Guillaume de Machaut – pare vi fossero specchi deformanti, automi e aggeggi meccanici tesi alla stupefazione degli ospiti del giardino del signore. Anche se l’origine del giardino fantasmagorico é antica e orientale (le descrizioni di Erodoto, la tradizione bizantina, l’Alhambra di Granada islamica), seppure attualizzata con le reminiscenze della diretta esperienza esotica di viaggiatori e crociati (e senza scomodare la leggenda degli automi e della passione meccanica di papa Silvestro II attorno all’anno 1000), l’atmosfera del “giardino incantato” appartiene a tutti gli effetti alla cultura del ciclo arturiano e della letteratura cortese. Il topos del locus amoenus e il richiamo letterario al Roman è rintracciabile nello stesso Decameron di Boccaccio dove lo spazio verde, ricco di suggestioni diverse, fa da cornice alle novelle: nell’incipit della Terza Giornata, quella in cui la comitiva di giovani sotto la guida di Neifile si trasferisce in una nuova villa, il giardino è conforme a un canone, con pianta centrica, addossato al palazzo, cinto da pergolati e roseti attraversati da vialetti diritti, racchiude un prato ben curato nel mezzo del quale si erge la fonte la cui acqua scorre in canalette spinta dalle pale di due mulini. Intellettuali come Boccaccio e Francesco Petrarca, che in prima persona amava dedicarsi alla semina e all’orto, contribuiscono alla conversione del giardino dal sacro al profano. In Italia un altro potente spunto letterario sta nel romanzo allegorico
Hypnerotomachia Polyphili che fu stampato da Aldo Manuzio il Vecchio nel 1499 e nel quale le vicende si svolgono in giardini dove natura e artificio si complementano. E’ un viaggio d’iniziazione lungo il tema dell’amore e della ricerca della donna amata. Polifilo – personaggio creato dal frate domenicano Francesco Colonna – é intessuto di suggestioni pagane e politeiste. Altri spunti provengono dall’Arcadia, il poema di Jacopo Sannazaro pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1504 con descrizioni di bellezze naturalistiche e diatribe d’amore, ma non a lieto fine. Il percorso simbolico-iniziatico diventa un impianto architettonico nel giardino signorile. Assume il senso della rappresentazione del cammino ascensionale di elevazione. Leon Battista Alberti si era già occupato del giardino nel suo trattato De re aedificatoria scritto attorno al 1450. Inoltre nel trattatello Villa espone la nuova concezione alla base della trasformazione dei fortilizi medievali in luoghi di diletto aperti su giardini e parchi ai quali si applicano le forme compositive dell’architettura mentre si ricerca l’armonia tra la dimora, il giardino e la natura campestre, a sua volta ispirata dalla testimonianze planimetriche degli edifici dell’antica Roma. L’acqua è l’elemento vivificante, santificante, fons vitae, così come l’antro della grotta è l’archetipo del sentiero sotterraneo misterico, nel quale, da Virgilio a Dante, ci si deve addentrare per uscire dalla selva-morte della non conoscenza e della perdizione e incamminarsi sulla retta via della redenzione e della luce. Ma i significati nel giardino principesco non sono più solo trascendentali: é metafora politica di casta, ovvero la celebrazione del proprio potere. I motivi mondani si accompagnano a quelli biblici, percepiti e rappresentati senza contraddizione tra sacro e profano, tra gioie eterne e piaceri terreni. Il verde nelle ville cardinalizie e signorili doveva ricreare un vero Eden perduto, ma pure rappresentare il Paradiso dopo la morte come luogo di gaiezza e ispirare il cammino di elevazione attraverso un’esperienza sensibile dell’armonia del creato che facilitasse l’avvicinamento a Dio Creatore. La scansione del disegno é ora generalmente tripartita: c’é il bosco, l’area silvestre che nelle proprietà più grandi si fonde alla selva circostante che funge pure da riserva di caccia del signore; una porzione a prato, organizzato architettonicamente; mentre l’hortus conclusus coi suoi quadri è ormai inglobato nel parco come una sezione.
In epoca alto-medievale l’allegoria di contenuto religioso ispira la realizzazione di spazi verdi e coltivati nelle abbazie: i giardini della Genesi, quelli del Vangelo e i nuovi cieli e nuova terra dell’Apocalisse di Giovanni sono altrettanti spunti ideali di riferimento ai quali si aggiunse il nuovo archetipo dell’hortus conclusus, locuzione biblica metaforica – e più terrena – del Cantico dei Cantici (4:12). Si suole attribuire l’origine del modello costruttivo del giardino monastico, con aiuole rialzate di forma quadrata o rettangolare, contenenti verdure e fiori in una sistemazione articolata a scacchiera, nel poemetto di Walafrid Strabo, monaco di Reichenau vissuto nel IX secolo, intitolato Liber de cultura hortorum. L’impianto di un monastero carolingio é una microcittà cinta di mura, nella quale i luoghi di preghiera e di lavoro sono ripartiti e c’è già la differenziazione tra orto e giardino. Nel primo i monaci faticano nella semina e raccolta di verdure, ortaggi ed erbe medicinali (semplici), nel secondo si dedicano al giardinaggio come forma di preghiera e contemplazione del creato. Già la badessa Herrade von Landsberg dell’abbazia di Hochenburg aveva redatto Hortus deliciarium tra il 1175 e il 1185 sul tema di un’oasi di piaceri intellettuali e di saperi capaci di soddisfare i desideri dell’anima, mentre Ildegarda di Bingen studiava le piante officinali nel monastero di Rupertsberg da lei fondato nel 1150. C’è uno spazio che attiene alla sfera metafisica e uno al mondo fisico (Ora et labora), seppure l’aspetto dell’abbazia sia ancora quello delle fattorie fortificate della campagna romanizzata e coltivata, le villae rusticae. Proprio a ridosso del giardino dell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura a Roma, gli scavi archeologici del 2009 hanno portato alla luce i resti di un portico altomedievale, colonne, sala-refettorio e pozzo per assecondare l’accoglienza dei pellegrini e di una torre a confermare tanto la polifunzionalità di queste abbazie fortificate quanto i successivi sviluppi degli orti. Pure sul retro delle case familiari sorgevano angusti orti in cui si coltivavano erbe aromatiche, generi di prima necessità, vigneti e frutteti: terreni delimitati da un muro per impedire furti e danneggiamenti, incursioni di uomini e animali. Nel XII secolo la scuola di Chartres diffuse un approccio nuovo nei confronti della natura, concepita come un insieme di cause dotate di un ordine divino al di là degli accostamenti simbolico-associativi ricorrenti nell’alto Medioevo che riferiscono alle Sacre Scritture. A Cluny sono già sovrapposti gli aspetti utilitaristici con quelli simbolici del giardino, specchio di una natura resa feconda e ordinata dagli uomini pii e laboriosi, contrapposta al disordine ostile della natura selvaggia.
Il giardino nato dall’atto creativo umano consente alla natura, grazie alla cura e salvaguardia, di porgere i propri doni: fiori, frutti, erbe medicamentose, ombra e profumi. Il recinto protegge, ma al contempo circoscrive uno spazio domesticato e sacralizzato. Al suo interno il verde diviene un elemento architettonico come sezione di natura consapevolmente modellata dall’uomo, distinta dall’incolto, artificio che gioca sulla doppia essenza di natura e cultura. Il termine, jardin in francese, deriverebbe dal franco gard (da cui anche l’inglese garden) il cui significato é appunto “chiuso” rispetto al mondo esterno e alle sue insidie. Il cambio di semantica dell’hortus conclusus, rispetto all’espressione biblica, é spiegato da San Bernardo di Chiaravalle che, commentando il Cantico, descrive il giardino come un continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante ed amato, cioè tra creatura e Creatore. Nel chiostro abbaziale si tesse il rapporto tra uomo e Dio.
L’hortus conclusus medievale era quindi una rappresentazione dell’armonia del creato. I suoi alberi sfamano e dissetano, la forma quadrata nei monasteri riflette i quattro angoli dell’universo, la Gerusalemme celeste. E’ con-cluso, racchiude tutto con sé, terreno e ultraterreno. E’ sussistenza, per via dei prodotti della terra, e anzi un esempio di sostenibilità ante litteram; ma è anche la via eletta per l’incontro col principio divino da cui sgorga la vita, allegoria rappresentata da un albero (della
vita) al centro o da un pozzo di raccolta dell’acqua o fonte (di sapienza e conoscenza, simbolo del Cristo) da cui si irradiano canali irriganti in richiamo dei quattro fiumi biblici del Paradiso, allegoria dell’Eden perduto e anticipazione del Paradiso promesso alla fine dei tempi. Tre tipologie allegoriche di giardino, nella visione bernardiana, devono interagire con diverse attenzioni spirituali delle anime: il noceto di Susanna (hortus nucum) espressione delle sofferenze della vita terrena, l’hortus deliciarum dimora primordiale di Adamo (il Paradiso perduto), e la divina visione dell’hortus conclusus nel chiostro che serve per pregare e meditare, contemplare e rivolgersi a Dio. L’universo simbolico si sovrappone all’utile. I giardini monastici si strutturano geometricamente in quattro sezioni coltivate, secondo la regola di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale: gli orti (horti); i frutteti (pomaria); gli alberi (viridaria); e gli erbari (herbaria). Ciascuna aiuola é separata da vialetti coperti da pergole a volte usate per la vite.
In Italia a partire da questi modelli medievali, si valorizzerà nel XVI secolo anche il patrimonio botanico delle specie esotiche provenienti dall’America appena disvelatasi agli europei. Nella penisola sorgono i primi orti botanici del mondo, a loro volta figli dei simpliciari nei quali le abbazie coltivavano piante officinali per le loro farmacie: un primissimo orto accademico nasce grazie alla scuola medica di Salerno tra il XIII e il XIV secolo. In Toscana la casata dei Medici impianta nel XVI sec. giardini botanici che sviluppano la tendenza protoscientifica di classificazione e ricerca accanto ai tradizionali utilizzi medicinali delle essenze vegetali mentre a Bologna è l’ateneo, nel 1568, ad affidare la codirezione dell’orto botanico cittadino a Ulisse Aldrovandi che insegnava botanica medica (De Simplicibus) e a Cesare Odoni, titolare del corso di Materia medica.
Tuttavia lo sviluppo dei giardini aristocratici è destinato soprattutto alla celebrazione del principe e delle élites. E’ ancora rintracciabile l’ascendenza architettonica dell’hortus conclusus, ma l’ideologia cambia radicalmente in epoca rinascimentale quando il giardino pensato dagli umanisti è intriso di influenze neoplatoniche e neopagane. A livello simbolico nel giardino signorile diventano inizialmente evidenti i riferimenti alla letteratura cortese-provenzale. Nel Roman de la Rose – il poema allegorico che in tutta Europa mosse la diffusione dell’ideale di amor cortese, scritto a quattro mani attorno al 1230 da Guillaume de Lorris e Jean Chopinel de Meung – é la ricerca della Rosa, che allude all’amata e alla sessualità, la traccia della narrazione; e nel giardino del Diletto, regno di Amore e Virtù, l’io narrante é trafitto dalla freccia di Eros, motivi che decorano le dimore principesche. In quel periodo, il conte Roberto d’Artois fece realizzare il parco di Hesdin, nei pressi di Arras in Francia, ma le suggestioni venivano dall’Italia meridionale che il conte Roberto ben conosceva essendo stato parte della scorta che nel 1270 aveva riportato da Tunisi, via Palermo, quindi a contatto col mondo federiciano, i resti terreni di Luigi IX morto crociato sui lidi nordafricani. Successivamente Roberto aveva vissuto 5 anni a Napoli. Gli aspetti scenografici e il ricorso a macchine trovano posto a Hesdin dove – secondo riferimenti descritti nelle composizioni Le remède de Fortune e La fontaine amoureuse del poeta e musicista Guillaume de Machaut – pare vi fossero specchi deformanti, automi e aggeggi meccanici tesi alla stupefazione degli ospiti del giardino del signore. Anche se l’origine del giardino fantasmagorico é antica e orientale (le descrizioni di Erodoto, la tradizione bizantina, l’Alhambra di Granada islamica), seppure attualizzata con le reminiscenze della diretta esperienza esotica di viaggiatori e crociati (e senza scomodare la leggenda degli automi e della passione meccanica di papa Silvestro II attorno all’anno 1000), l’atmosfera del “giardino incantato” appartiene a tutti gli effetti alla cultura del ciclo arturiano e della letteratura cortese. Il topos del locus amoenus e il richiamo letterario al Roman è rintracciabile nello stesso Decameron di Boccaccio dove lo spazio verde, ricco di suggestioni diverse, fa da cornice alle novelle: nell’incipit della Terza Giornata, quella in cui la comitiva di giovani sotto la guida di Neifile si trasferisce in una nuova villa, il giardino è conforme a un canone, con pianta centrica, addossato al palazzo, cinto da pergolati e roseti attraversati da vialetti diritti, racchiude un prato ben curato nel mezzo del quale si erge la fonte la cui acqua scorre in canalette spinta dalle pale di due mulini. Intellettuali come Boccaccio e Francesco Petrarca, che in prima persona amava dedicarsi alla semina e all’orto, contribuiscono alla conversione del giardino dal sacro al profano. In Italia un altro potente spunto letterario sta nel romanzo allegorico
Hypnerotomachia Polyphili che fu stampato da Aldo Manuzio il Vecchio nel 1499 e nel quale le vicende si svolgono in giardini dove natura e artificio si complementano. E’ un viaggio d’iniziazione lungo il tema dell’amore e della ricerca della donna amata. Polifilo – personaggio creato dal frate domenicano Francesco Colonna – é intessuto di suggestioni pagane e politeiste. Altri spunti provengono dall’Arcadia, il poema di Jacopo Sannazaro pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1504 con descrizioni di bellezze naturalistiche e diatribe d’amore, ma non a lieto fine. Il percorso simbolico-iniziatico diventa un impianto architettonico nel giardino signorile. Assume il senso della rappresentazione del cammino ascensionale di elevazione. Leon Battista Alberti si era già occupato del giardino nel suo trattato De re aedificatoria scritto attorno al 1450. Inoltre nel trattatello Villa espone la nuova concezione alla base della trasformazione dei fortilizi medievali in luoghi di diletto aperti su giardini e parchi ai quali si applicano le forme compositive dell’architettura mentre si ricerca l’armonia tra la dimora, il giardino e la natura campestre, a sua volta ispirata dalla testimonianze planimetriche degli edifici dell’antica Roma. L’acqua è l’elemento vivificante, santificante, fons vitae, così come l’antro della grotta è l’archetipo del sentiero sotterraneo misterico, nel quale, da Virgilio a Dante, ci si deve addentrare per uscire dalla selva-morte della non conoscenza e della perdizione e incamminarsi sulla retta via della redenzione e della luce. Ma i significati nel giardino principesco non sono più solo trascendentali: é metafora politica di casta, ovvero la celebrazione del proprio potere. I motivi mondani si accompagnano a quelli biblici, percepiti e rappresentati senza contraddizione tra sacro e profano, tra gioie eterne e piaceri terreni. Il verde nelle ville cardinalizie e signorili doveva ricreare un vero Eden perduto, ma pure rappresentare il Paradiso dopo la morte come luogo di gaiezza e ispirare il cammino di elevazione attraverso un’esperienza sensibile dell’armonia del creato che facilitasse l’avvicinamento a Dio Creatore. La scansione del disegno é ora generalmente tripartita: c’é il bosco, l’area silvestre che nelle proprietà più grandi si fonde alla selva circostante che funge pure da riserva di caccia del signore; una porzione a prato, organizzato architettonicamente; mentre l’hortus conclusus coi suoi quadri è ormai inglobato nel parco come una sezione.
Per contattare l’autore: m.perisse@tiscali.it.
