“Eretiche ed eretici medievali”: una rivoluzione culturale tra identità molteplici e non conformismo

“Eretiche ed eretici medievali”: una rivoluzione culturale tra identità molteplici e non conformismo, recensione di Vincenzo Roberto Cassano

Eretici ed eresie popolano l’immaginario collettivo odierno attorno a un medioevo spesso semplificato, stereotipato, colmo di distorsioni. Uno degli obiettivi che si pone il volume Eretiche ed eretici medievali, curato da Marina Benedetti, edito da Carocci Editore nel luglio 2023, è cercare di combattere i luoghi comuni sugli eretici medievali attraverso una rigorosa analisi critica delle fonti. Nel libro confluiscono 16 saggi di alcuni tra gli studiosi più autorevoli sul tema insieme a contributi di giovani studiosi, in cui vengono analizzate le vicende di donne e uomini, considerati eretiche o eretici, e di gruppi a loro variamente collegati, in un periodo compreso tra il XII e il XV secolo. Nelle pagine del libro il fenomeno ereticale è affrontato con un approccio socio-culturale, attraverso cui è possibile indagare più in profondità meccanismi mentali che hanno generato fenomeni solo in apparenza paradossali, come il dimorfismo e la strettissima relazione tra eresia e santità: basta ricordare le vicende di Guglielma da Milano o di Armanno Pungilupo da Ferrara.
Benedetti, nell’introduzione Frammenti di un discorso ereticale. Per una introduzione, si sofferma su alcune problematiche metodologiche sullo studio delle eresie e degli eretici medievali, quale l’attendibilità delle testimonianze processuali degli inquisiti, spesso distorte e ottenute attraverso violenze fisiche e psicologiche, o come i problemi legati storia della conservazione e trasmissione dei documenti. La studiosa ricorda alcune acquisizioni analitiche importantissime, ormai consolidate per lo studio del fenomeno ereticale: illuminante è la distinzione tra identità propria, l’identità che individui o gruppi di individui si attribuiscono, e identità attribuita, l’identità attribuita da altri, il cui risultato è la nascita di identità molteplici. Alle identità molteplici si aggiungono le inevitabili trasformazioni a cui sono esposti individui e gruppi di individui legati al fondatore di un movimento o di una istituzione, un tema complesso in cui spesso è difficile individuare il confine tra tradizione e innovazione. La presenza ereticale al femminile, tema di cui Benedetti è specialista, viene affrontato con riflessioni originali e sorprendenti. La studiosa espone le difficoltà relative allo studio delle eretiche medievali, le cui identità sono sfuggenti, ma evidenzia la loro intraprendenza e dinamicità. È complesso dare loro un’identità per le modalità di trasmissione dei documenti e per l’uso onnipresente del maschile: nelle deposizioni inquisitoriali i termini l’eretico/gli eretici includono e nascondono anche l’eretica/le eretiche. Quello della presenza femminile è un problema evidenziato da Benedetti fin dal titolo del libro, come lei stessa scrive: “La codificazione della memoria è maschile, il linguaggio è maschile: e ciò modella la realtà […] Eretiche ed eretici medievali: in questo titolo si è voluto anteporre il femminile al maschile per sollecitare un urgente spostamento del punto di vista, per allargarlo e metterlo in dialogo con una realtà non soltanto binaria, ma molteplice, assai più complessa” (p. 20).
Eretiche ed eretici medievali si apre con il saggio Arnaldo da Brescia, scritto da Francesco Mores, uno studio significativo soprattutto per le osservazioni metodologiche dell’autore, utili per lo studio delle fonti sulle eresie medievali. Mores prende le mosse dalla critica di Arsenio Frugoni al metodo filologico-combinatorio, un metodo in cui si combinano diversi documenti tra loro. Un’operazione che implica l’uso di immaginazione e l’elaborazione di ipotesi prive di fondamento documentario, per cui il rischio è di scivolare, come già sosteneva Benedetto Croce, nel romanzo storico. Come ricorda Mores, lo storico non è un romanziere, e la ricerca storiografica dovrebbe essere intesa come una serie di avventure documentarie. In sostanza, ogni documento dovrebbe essere analizzato singolarmente nella sua individualità, senza fuorvianti forzature interpretative e combinatorie. Una lezione metodologica che viene trasmessa da Mores attraverso lo studio delle fonti su Arnaldo da Brescia, per le quali lo studioso individua una gerarchia d’importanza, al cui vertice colloca lo scritto del chierico Giovanni di Salisbury, l’unico autore a fornire una descrizione di Arnaldo priva di proiezioni politologiche ed ecclesiologiche.
Nel saggio Valdo di Lione Grado Giovanni Merlo, uno dei massimi studiosi del tema a livello internazionale, accompagna il lettore nell’esperienza religiosa di Valdo mediante una scrupolosa analisi delle fonti e riflessioni metodologiche raffinate. Viene sottolineato il carattere pauperistico-evangelico dell’esperienza religiosa di Valdo e dei suoi seguaci, i quali si fecero poveri del Cristo, uscirono dal mondo secolare senza diventare sacerdoti o monaci, senza entrare in una canonica regolare o in una comunità ospedaliera, e senza ricoprire alcun ruolo all’interno dei quadri della Chiesa: essi erano testimoni del Vangelo e vivevano dell’indispensabile. La predicazione da parte di donne e laici, vietata dal diritto canonico, costituì la grande questione irrisolta tra Valdo e le gerarchie ecclesiastiche. Merlo sottolinea la portata rivoluzionaria della scelta evangelica di Valdo, che spinto da curiosità intellettuale si fece tradurre alcuni libri della Bibbia, e altri testi religiosi, dal latino al volgare, per poterne leggere direttamente i passi senza l’intermediazione ecclesiastica. Che i laici avessero la possibilità di leggere le Scritture e di ascoltarne la spiegazione in lingua volgare fu qualcosa di portata epocale. Merlo si sofferma sugli aspetti linguistico-terminologici e sul tema delle identità molteplici: valdesi, Poveri di Lione, Poveri in spirito, dessotulati, ribattezzati, communiati, tortolani, ribattezzatori, Poveri lombardi, italici, società degli italici, società degli oltremontani, compagni di Valdesio, società valdese, queste furono le identità molteplici, proprie e attribuite, dei “valdesi”. Lo studioso evidenzia le differenze comportamentali e dottrinali sorte nel tempo tra diversi gruppi collegati a Valdo e ai suoi primi seguaci: ad esempio, i Poveri lombardi possedevano case e campi, esprimendo uno stile di vita distante dalla povertà evangelica di Valdo e dei suoi primi seguaci; o ancora, la società degli italici non riteneva di esclusiva competenza sacerdotale la consacrazione dell’eucarestia, invece, Valdo riconosceva e rispettava il sacerdozio e le sue prerogative. Se nel 1218 la società degli oltremontani avrebbe mostrato posizioni più vicine a quelle del fondatore, rispetto alla società degli italici, è pur vero che erano passati circa quarant’anni dalla conversione evangelica di Valdo, impossibile quindi non pensare a piccoli o grandi cambiamenti culturali avvenuti tra tutti i gruppi “valdesi” in questo ampio lasso di tempo. Proprio per questa ragione, secondo lo studioso bisognerebbe parlare al plurale di “valdismi”: una riflessione da cui emerge il difficile rapporto tra tradizione e innovazione.
Se Valdo rispettava e riconosceva il sacerdozio, non si può dire lo stesso per i boni christiani o boni homines, chiamati volgarmente “catari”, le cui peculiarità vengono illustrate nel saggio I catari in Italia di Daniel Toti. Partendo dall’approccio linguistico-terminologico e affrontando il problema dell’identità molteplice, lo studioso ritiene che, come per i “valdismi”, bisognerebbe parlare al plurale di “catarismi”, in quanto non si può interpretare il “catarismo” europeo in maniera monolitica e uniforme, esistendo ad esempio delle differenze comportamentali e dottrinali tra boni homines francesi e italiani, così come tra i boni homines delle 6 Chiese “catare” italiane (Concorezzo, Desenzano, Mantova poi Bagnolo, Vicenza e le due in Toscana). I boni christiani si proponevano come alternativa istituzionale alla Chiesa romana, infatti, Raniero da Piacenza nella sua Summa de catharis riferisce che i “catari” ritenevano di appartenere alla vera Chiesa evangelica d’ispirazione apostolica, una Chiesa dotata di una propria gerarchia ecclesiastica (vescovo, figli maggiori e minori, diaconi), di una propria dottrina (i due filoni dottrinali principali erano quello radicale e moderato) e di un proprio rituale, il cui momento culminante era costituito dalla cerimonia del consolamentum, il battesimo per imposizione delle mani dal duplice valore, battesimale e ordinante, e di una propria comunità di religiosi (perfetti) e fedeli (credenti). Toti suddivide le fonti tra “fonti dei catari” (p. 74) e “fonti sui catari” (p. 74), una distinzione illuminante per il lettore che può comprendere quando la narrazione sui boni homines proviene dall’interno del mondo “cataro”, il cui valore è preziosissimo, e quando invece la narrazione proviene dall’esterno, soprattutto ad opera di frati e inquisitori. Ancora una volta viene riproposto il tema dell’identità molteplice e, a differenza degli altri movimenti ereticali, emerge l’intenzione e la capacità dei boni homines e delle bone mulieres di proporsi come una vera e propria Chiesa antagonista e concorrenziale alla Chiesa romana.
Toti conclude il proprio saggio con la vicenda di Armanno Pungilupo, morto in odore di santità nel 1269 a Ferrara, sepolto nella cattedrale cittadina, ma condannato per eresia nel 1301, i cui resti vennero arsi al rogo. Una vicenda paradigmatica circa la volontà del papato di esercitare un forte controllo sulla santità laicale sviluppata spontaneamente e repressa attraverso l’azione dell’officium fidei, un esempio di come il rapporto tra santità ed eresia possa risultare stretto e paradossale. Una vicenda per certi aspetti simile è quella di Guglielma da Milano, la cui esperienza religiosa viene analizzata da Benedetti nel saggio Guglielma. La studiosa delinea con grande chiarezza l’avvincente storia della conservazione e trasmissione del dossier giudiziario-inquisitoriale (manoscritto oggi conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano) grazie al quale è stato possibile ricostruire, seppur parzialmente, la vicenda religiosa di Guglielma, d’altra parte Benedetti ritiene che “conoscere la storia della documentazione è l’inizio di un’avventura scientifica” (p. 97). La studiosa sottolinea la necessità di allontanare i luoghi comuni proiettati su Guglielma, come la sua presunta origine boema, per poterne cogliere l’identità propria. Come per i precedenti tre saggi, viene ripreso il tema dell’identità molteplice, che costituisce il file rouge di questa prima parte di Eretiche ed eretici medievali, intitolata Un’identità molteplice. Sono molto interessanti le premesse sociali della fede dei devoti e delle devote di Guglielma, in quanto alcuni di loro, inquisiti nei processi del 1300, appartenevano all’aristocrazia milanese e vantavano stretti legami familiari con esponenti della Chiesa romana e ambrosiana (come soror Maifreda da Pirovano o ser Danisio Cotta) e rapporti privilegiati con le autorità politiche cittadine. Il culto di Guglielma era pubblico, riconosciuto e sostenuto dalla Chiesa milanese. Un culto locale spontaneo a favore di una laica poteva trovare il sostegno delle gerarchie e degli enti ecclesiastici locali, delle autorità politiche cittadine e poteva trovare devoti tra uomini e donne appartenenti a diversi strati della società. Una situazione intollerabile per il papato impegnato nella costruzione del proprio potere ierocratico a reprimere ogni forma di non conformismo.
Nella seconda parte di Eretiche ed eretici medievali, intitolata Silenzio delle donne, silenzio sulle donne, viene affrontato il problema del ruolo delle donne nella storia del Cristianesimo e degli stereotipi squalificanti attribuiti a figure di donne considerate eretiche a causa della loro scelta non conformista, donne le cui voci sono state soffocate dalle modalità di trasmissione dei documenti (a scrivere sono sempre uomini!). Leggendo i quattro saggi di questa parte del libro, emerge chiaramente la capacità d’azione e pensiero, la dinamicità fisica e intellettuale di donne che abbracciarono forme di vita religiosa densa di conseguenze scomode e rischiose che a volte potevano condurre al rogo.
Benedetti nel saggio Predicazione itinerante e scelta apostolica illustra con un approccio innovativo il tema della predicazione itinerante femminile. La studiosa ricorda che la predicazione apostolica è un fenomeno anche femminile, una realtà spesso dimenticata a causa della pochezza documentaria e della poca sensibilità da parte della storiografia per il tema. Viene preso in esame il processo di estromissione della parola femminile, un’estromissione codificata giuridicamente nel Decretum Gratiani del XII secolo, insieme agli stereotipi delegittimanti e denigratori attribuiti alle predicatrici itineranti. È centrale la figura di Maria di Magdala (o la Maddalena) la quale, secondo alcuni vangeli apocrifi, sarebbe stata la discepola preferita di Gesù, a suo fianco nei momenti più importanti: dalla Predicazione alla Crocefissione, dalla Morte alla Sepoltura fino alla Resurrezione, a lei spetterebbe il primato della testimonianza apostolica. Se Paolo apostolo non ne cita la presenza durante la Resurrezione, la tradizione patristica dipinse Maria di Magdala come la peccatrice redenta. Da discepola preferita e da compagna di vita religiosa a prostituta o addirittura amante di Cristo: è questo il processo squalificante a cui va incontro Maria di Magdala, sulla cui immagine è stato costruito l’apostolato femminile. Non è un caso se stereotipi simili vennero attribuiti nel medioevo ad altre predicatrici itineranti, come soror Margherita da Trento.  Da predicatrice itinerante e da compagna di vita religiosa di frate Dolcino da Novara ad amante o sposa di costui. L’analisi del processo di delegittimazione ai danni di Maria di Magdala risulta fondamentale per poter comprendere meglio quei meccanismi mentali che generarono stereotipi squalificanti ai danni delle predicatrici itineranti medievali. Questo fenomeno di delegittimazione pone il tema del ruolo delle donne nel Cristianesimo e il tema del carattere selettivo e trasformativo della memoria. In questo saggio innovativo e denso di riflessioni metodologiche, Benedetti affronta il problema della traduzione, un procedimento sempre molto delicato poiché come chiaramente scrive la studiosa le parole modellano la realtà: “l’uso delle parole fa la differenza: crea la realtà” (p. 153). Benedetti si sofferma sull’ ordo apostolorum di frate Gherardo Segarelli e del suo movimento, esperienza religiosa considerata eretica solo per ragioni disciplinari e non dottrinali, e sull’erede di Segarelli, frate Dolcino da Novara, arso al rogo insieme a soror Margherita a seguito della crociata del 1307. Il papato, in una prospettiva ierocratica, usò lo strumento della crociata interna alla Cristianità occidentale, tema ancora poco studiato, pur di esercitare un controllo capillare sulla società cristiana e ristabilire l’ordine costituito.
Adriana Valerio, nel saggio Una donna e un libro: Margherita detta Porète, si addentra nella figura di una delle beghine più famose, Margherita detta Porète, e la sua opera Lo Specchio delle anime semplici, considerato un capolavoro della trattatistica spirituale medievale. La studiosa ricorda che furono numerose le scritture femminili medievali considerate ortodosse (lettere, visioni, poesie, trattati mistici), ma poche sono state tramandate fino ai nostri giorni. Sono andate perdute quasi del tutto le scritture femminili ritenute eterodosse, di cui spesso abbiamo notizia solo nei processi inquisitoriali oppure nelle testimonianze chiericali. Costituisce un’eccezione Lo Specchio delle anime semplici, giunto fino a noi nonostante la sua condanna al rogo. L’ortodossia del suo contenuto era stata dichiarata da una commissione di teologi, a cui il trattato era stato sottoposto in esame da Margherita, ma ciò non servì a evitare l’azione inquisitoriale. L’opera ebbe fortuna anche in ambiente clericale, infatti numerose copie manoscritte circolarono e vennero custodite in numerose biblioteche ecclesiastiche. Margherita e la sua opera furono considerate pericolose in quanto in quegli anni il papato era impegnato ad affermare il proprio potere di fronte alle pressioni esercitate da Filippo IV il Bello. Pertanto il processo e la condanna di Margherita e del suo trattato ebbero un forte carattere politico e devono essere lette in un quadro più ampio caratterizzato dalle forti tensioni prodotte dallo scontro politico tra il papato e la corona di Francia, nell’ambito del quale vennero perseguitati pure i templari. Margherita rimase schiacciata da un gioco più grande di lei e la sua vicenda evidenzia il carattere marcatamente politico di molti processi per eresia.
Una figura di grande fascino, avvolta da un alone di mistero, è Giovanna d’Arco, la cui incredibile vicenda viene ricostruita da Marina Montesano nel saggio Giovanna d’Arco: guerra e processi. Il contributo della studiosa si apre con un’interessante analisi del lungo processo di rivalutazione della pulzella d’Orléans, iniziato nell’Ottocento con l’opera Jeanne d’Arc (1841) di Jules Michelet, per proseguire nei decenni successivi fino alla canonizzazione nel 1920 e alla proclamazione a patrona di Francia nel 1922. Un esito certamente inaspettato, come sottolinea Montesano, quando il 30 maggio 1431 Giovanni venne arsa al rogo. Il processo nei confronti della pulzella ebbe una forte connotazione politica, infatti gli inglesi intendevano condannarla per eresia allo scopo di screditare Carlo VII, il quale iniziò a ridimensionare il ruolo avuto da Giovanni nel conseguimento delle vittorie militari della corona di Francia. Ancora una volta il potere politico, questa volta secolare, si serviva strumentalmente dell’accusa di eresia per perseguire i propri obiettivi. Montesano ricorda che nel processo del 1431 i giudici si soffermarono su due grandi questioni: le voci (e le apparizioni) e gli abiti maschili. La questione degli indumenti da uomo è stata a lungo liquidata dalla storiografia come un modo da parte di Giovanna per difendersi da eventuali stupri, ma potrebbero esserci implicazioni sessuali più complesse, legate all’identità di genere della pulzella. La questione rimane ampiamente aperta, così come la vicenda di Giovanna rimane per certi aspetti enigmatica e avvolta da un alone di affascinante mistero. Gli interrogatori inquisitoriali di Margherita da Trento sono andati perduti e Margherita detta Poréte si trincerò nel silenzio dinanzi alla corte, dunque entrambe sono condannate al silenzio, invece Giovanna dimostrò una certa loquacità dinanzi ai giudici, ma le sue deposizioni furono trascritte e mediate da uomini di Chiesa, per cui la sua identità rimane sfuggente.
Nella terza parte di Eretiche ed eretici medievali, intitolata Eresia come “moto di cultura, viene affrontato un altro macro tema del volume, cioè la capacità di alcuni movimenti ereticali di generare cultura. In tal senso una delle realtà più significative fu il “catarismo” in Linguadoca, analizzato da Anne Brenon nel contributo I catari di Linguadoca. È sorprendente il tema della cultura biblica-scritturale dei boni homines di Linguadoca, i quali erano in grado di affrontare con successo i monaci cistercensi nelle dispute verbali dottrinali pubbliche. Un documento di eccezionale importanza è il Trattato cataro anonimo della Linguadoca, un testo “cataro” ricostruito parzialmente e indirettamente dal trattato antiereticale Liber contra Manicheos di Durando d’Osca, che ci permette di entrare nell’universo culturale dei buoni cristiani. Un ulteriore peculiarità di questo documento affascinante è il suo concepimento come testo ad uso dei “catari” colti, utile per le dispute verbali contro i chierici romani, infatti Brenon con efficacia scrive: “si tratta di un autentico insegnamento “dottrinale” e si presenta in versione “da combattimento”, indirizzato cioè contro avversari intellettuali” (p. 227). Nelle pagine successive viene affrontato il tema della crociata albigese (1209-29) condotta contro i principi e i boni homines della Linguadoca, una spedizione dalle forti connotazioni politiche, dove politica papale e politica della corona di Francia trovarono convergenza in un obiettivo comune: sottomettere la Linguadoca e riportarla all’obbedienza politica e religiosa. Brenon si sofferma sulla trasversalità sociale del “catarismo”, capace di attirare individui appartenenti a tutti gli strati della società, dal conte al contadino. Proprio a causa della sua duplice natura, colta e popolare, e della sua trasversalità sociale, il “catarismo” venne estirpato dalla Linguadoca solo attraverso l’intervento delle due principali potenze della Cristianità occidentale del tempo: il papato e la corona francese.
I valdesi alpini costituiscono un altro importante esempio di movimento ereticale in grado di generare un “moto di cultura”. Benedetti affronta il tema nel saggio Valdesi alpini e si sofferma sulle implicazioni sensoriali scaturite dal contatto diretto tra i libri dei barba, i predicatori itineranti valdesi, e i loro fedeli: i barba permettevano a uomini e donne, nel tepore delle loro abitazioni, di osservare da vicino, di toccare e sfogliare i propri piccoli libelli scritti in lingua volgare. Con il supporto delle neuroscienze, Benedetti ricorda che toccare per conoscere è un’azione istintiva, stimola lo sviluppo del cervello e dell’ippocampo, favorisce la conoscenza e innesca il coinvolgimento di alcuni sensi. Toccare faceva la differenza e permetteva a uomini e donne di vivere un’esperienza emotivamente intensa. Dunque il contatto diretto e personale tra uomini e manoscritti, il cui contenuto era spiegato dai barba in lingua volgare in una dimensione domestica, fu una delle peculiarità più rivoluzionarie dei valdesi medievali: Benedetti lo definisce “un vero e proprio rovesciamento antropologico” (p. 294). È illuminante l’analisi condotta dalla studiosa sugli aghi dei barba, donati ai fedeli come segno d’affetto o per ricordo del loro passaggio, oggetti usati per diversi scopi: per giocare, cucire, per adornare i capelli femminili e i cappelli maschili. Gli aghi erano anche un segno di riconoscimento individuale e identificavano una tradizione religioso-culturale, quella valdese, ma soprattutto avevano un duplice valore simbolico in quanto rimandavano all’ideale di povertà e alla salvezza. Le acute riflessioni di Benedetti sugli aghi valdesi ci dimostrano che i movimenti ereticali medievali possono essere studiati anche attraverso l’analisi della cultura materiale degli “eretici”, da cui è possibile comprendere meglio la vita pratica, ma soprattutto la mentalità degli uomini del passato, i quali proiettavano (come oggi) significati simbolici sugli oggetti.
Eretiche ed eretici medievali ci consegna una suggestiva panoramica dei principali movimenti ereticali e di alcune delle più significative figure di eretiche ed eretici del basso medioevo. Il tema principale che ripercorre tutte le pagine del libro è l’atteggiamento intransigente delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti del non conformismo. Il papato dopo aver assorbito i precetti della riforma gregoriana dell’XI secolo divenne un potere verticistico e monarchico, e impegnato a costruire la propria ierocrazia, cercò di controllare ogni aspetto della vita quotidiana della societas christiana. Per cui ogni forma di dissenso e disobbedienza poteva costare l’accusa di eresia, un’accusa spesso connotata da motivazioni politico-religiose piuttosto che da ragioni strettamente dottrinali e spirituali. Il grande problema che ripercorre le pagine del volume riguarda l’identità di individui e gruppi di individui accusati di eresia, un’identità molte volte difficile da cogliere in quanto il ritratto di eretiche ed eretici spesso ci è pervenuto dalla mediazione di chierici e dalle loro narrazioni ricche di stereotipi delegittimanti e squalificanti. Dunque diventa di vitale importanza la distinzione tra identità propria e identità attribuita. La rivoluzione culturale che investì uomini e donne, nobili e contadini, è un altro tema di fondo del volume, infatti la “scelta” del non conformismo religioso fu produttore di nuove idee, di nuovi stimoli intellettuali, si sperimentarono nuove forme di vita religiosa. La scelta del non conformismo spinse uomini e donne a riflettere, a sviluppare un certo senso critico e soprattutto a porsi delle domande. Il grande merito di Eretiche ed eretici medievali è conferire profondità metodologica e concettuale a buona parte del dibattito sulle eresie medievali, un volume in grado di affrontare alcune delle principali problematiche sul tema con una spiccata sensibilità per le fonti e di suggerire piste di ricerca ancora poco esplorate. Eretiche ed eretici medievali è un volume per specialisti, ma è anche una lettura raccomandata per tutti gli appassionati di storia e per coloro che desiderano vivere un’avventura intellettuale.
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