I frammenti in Beneventana della Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo

I frammenti in Beneventana della Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo di Riccardo Renzi

Il presente articolo serve a mostrare al pubblico le modalità di lavoro di un filologo, partendo da un frammento in Beneventana e giungendo sino alla trascrizione e alla ricostruzione del testo.
Le prime notizie relative a coperte di riuso in scrittura Beneventana[1] presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo[2] risalgono al volume di Serafino Preste, I codici della Biblioteca Comunale di Fermo. Catalogo, pubblicato a Firenze nel 1960[3]. I frammenti furono studiati negli anni successivi da Giuseppe Avarucci e Virgina Brown. Alcuni di questi frammenti risultano essere particolarmente interessanti come quelli contenuti nella Cartella 4-D-2/516. Il primo frammento misura 190×255 mm; il secondo è un bifoglio rifilato irregolarmente, per cui il f. 2[4] misura 293×258 mm e il f. 3 288×223 mm; il terzo si presenta come un foglio singolo[5]. L’altro frammento di interesse, conservato sempre nella medesima cartella, è costituito da un bifoglio[6], esso misura di altezza 360 mm, mentre la larghezza è differente per i due bifogli: il f. 5 misura 270 mm., mentre il f. 6 215 mm. I cinque frammenti sono tanto importanti poiché accolgono il testo di un martirologio, dall’ultima parte del giorno Il nonas aprilis  al III kalendas augusti. Ma che cos’è un martirologio? Per martirologio in origine si intendeva la narrazione di notizie relative ai martiri cristiani dei primi secoli dell’era corrente. Più tardi le Chiese avvertirono la necessità di registrare, sinteticamente, date ed eventi significativi relativi ai martiri in un calendario, che avrebbero assunto il rango di vero e proprio libro liturgico. Nella Chiesa occidentale, fin dai primi secoli, le comunità locali celebravano la memoria annuale dei loro martiri. A partire dal III secolo, le varie comunità si scambiarono queste feste commemorative, arricchendo così il calendario cristiano. I più antichi esempi di questo genere di calendario risalgono al 354, per un martirologio romano, e al 505 circa, con un martirologio cartaginese. L’aumento dei contatti tra le comunità cristiane favorì la redazione di collezioni più ricche, pur mantenendo una struttura schematica, che prevedeva l’elenco cronologico dei santi, corredato dai luoghi in cui era avvenuto il loro martirio; in alcuni casi erano inseriti anche i riferimenti temporali della traslazione delle reliquie e/o della dedicazione delle chiese. L’esemplare più significativo di questo genere è rappresentato dal Martirologio geronimiano, composto a Nicomedia nel IV secolo. In seguito a una traduzione in latino, fu integrato da informazioni delle Chiese dell’occidente e attribuito pseudoepigraficamente, come suggerisce il nome tradizionale, a san Girolamo, che in realtà offrì un minimo contributo a questo adattamento. Nel corso dei tre successivi secoli vennero aggiunti martiri della Gallia, finché intorno al 600 non si arrivò a un’edizione relativamente definitiva. Esso rappresenta un documento fondamentale per l’agiografia, nonché la base per il successivo martirologio di Beda del 730 circa, che viene considerato il primo dei «martirologi storici». La peculiarità di questi ultimi consistette nel diminuire il numero dei nomi citati a favore di maggiori informazioni sui martiri citati. Il periodo di maggiore produzione di martirologi si ebbe nel IX secolo; tra questi, annoveriamo i lavori di Floro di Lione, Adone, Rabano Mauro e Usuardo, tutti in debito con il lavoro di Beda. L’evoluzione del genere subì una cristallizzazione nel 1574, quando il papa Gregorio XIII promulgò il Martirologio Romano, calendario universale valido per tutta la Chiesa latina, che si è configurato come vero libro liturgico e che ha subito numerose revisioni nel corso dei secoli, l’ultima delle quali è del 2004.
Tornando ai frammenti fermani, sui singoli fogli il testo è distribuito in tale maniera: il f. 1 r (A)[7] contiene l’ultima parte di Il nonas aprilis, nonas aprilis e la prima parte di VIII idus aprilis. Nella colonna b sopravvive l’ultima parte di VII idus aprilis, VI idus aprilis e l’incipit di V idus aprilis. Nel f. 1 v (A) appare l’ultima parte di V idus aprilis e gran parte di IIII udus aprilis. Il f. 1 v (B) inizia con la parola septem del IIII idus aprilis e prosegue con gli elogi del III idus aprilis sino all’inizio del II idus aprilis. Il f. 2 r (A) inizia con l’elogio di Sant’Atanasio vescovo di Alessandria[8] di VI nonas maii, prosegue poi con V nonas maii sino a iubente. Per quanto concerne la colonna denominata da noi per comodità “b”, contiene il resto degli elogi del medesimo giorno e la prima parte di IIII nonas maii, il cui testo continua nella colonna “a”. Sulla medesima colonna “a” iniziano anche gli elogi di III nonas maii, che proseguono in “b”. A metà di questa colonna iniziano quelli di II nonas maii. Questa occupa quasi per intero anche il f. 3 r (A) sino alla sestultima riga, ove è segnato il giorno nonas maii. Gli elogi di tale giorno vanno ad occupare anche la colonna b. Dalla quartultima riga della colonna b ha inizio l’VIII idus maii. Il f. 4 (A) incomincia con il giorno IIII idus iulii e contiene anche la maggior parte degli elogi di III idus iulii. Il testo poi frammentario si conclude con il III Kalendas augusti, preceduto da IIII Kalendas augusti. Il testo complessivamente contiene 36 giorni. Le pergamene contenente il testo in Beneventana erano utilizzate come coperte di riuso del manoscritto n. 106, un volume cartaceo della metà del XVII secolo contenente pensieri di autori classici. Le altre parti di pergamena provengono dalle coperte di riuso dei codici manoscritti n. 26 e 85. Tali frammenti sono stati staccati durante i restauri eseguiti dalla Legatoria Stabilimento Tipografico Sociale di Fermo.

Note

[1] La scrittura beneventana è una grafia minuscola medievale, così chiamata in quanto originaria del ducato di Benevento nell’Italia meridionale. È stata anche chiamata scrittura langobarda (o longobarda o longobardisca) in quanto trae origine da territori abitati dai Longobardi (Langobardia Minor), e talvolta anche gotica; è stata denominata Beneventana per la prima volta dal paleografo Elias Avery Lowe. La Beneventana si distingue nelle tipizzazioni barese e cassinese. È associata con l’Italia a sud di Roma, ma è stata anche usata nell’area dalmata (nel monastero di San Crisogono a Zara) sotto l’influenza barese. Questa scrittura, sviluppatasi a partire da Benevento, è stata usata approssimativamente dalla metà dell’VIII secolo fino al XIII secolo, anche se ne esistono esempi fino al tardo XVI secolo. I centri più importanti della beneventana furono due: il Monastero di Montecassino e Benevento. La grafia del tipo barese (Bari type, secondo la definizione di Lowe), dove venne creata una variante della beneventana, si sviluppò nel X secolo dalla scrittura di Monte Cassino e per influsso di una minuscola di tipo greco. Le scritture dei due centri erano basate sulla minuscola romana usata dai Longobardi. In generale, la beneventana appare molto spigolosa. In accordo con Lowe, la forma perfetta fu raggiunta nell’XI secolo, quando Desiderio era abate di Montecassino, dopodiché inizio il suo declino. Nel corso del XIII secolo la grafia fu sostituita, per impulso delle dominazioni di Normanni e Svevi e dell’arrivo dell’ordine cistercense, dalla scrittura gotica, per sopravvivere soltanto in alcuni centri come Montecassino, Cava de’ Tirreni e per breve tempo Salerno.
[2] Sulla Biblioteca di Fermo si vedano le pubblicazioni di M. C. Leonori, direttore dell’Istituto e massima esperta della sua storia.
[3] S. Prete, I codici della Biblioteca Comunale di Fermo. Catalogo, Firenze, Olschki, 1960.
[4] F. è abbreviazione di foglio.
[5] In origine era legato ad f. 7 e costituiva un bifoglio.
[6] FF. 5-6.
[7] Per 1r si intende prima pagina recto e (A) sta ad indicare il primo frammento.
[8] Atanasio (in greco antico: Ἀθανάσιος?, Athanásios, in latino: Athanasius; Alessandria d’Egitto, tra il 293 e il 295 – Alessandria d’Egitto, 2 maggio 373) è stato un vescovo e teologo greco antico, ottavo Papa della Chiesa copta dal 328 con varie interruzioni fino al 373. È uno dei quattro Padri della Chiesa d’Oriente che portano il titolo di “Grande” insieme ad Antonio Abate, Basilio e Fozio di Costantinopoli. Le chiese copta, cattolica e ortodossa lo venerano come santo. La Chiesa cattolica lo annovera tra i 37 dottori della Chiesa. È ricordato inoltre nel calendario anglicano e luterano dei santi. La sua festa è celebrata concordemente da tutte le Chiese il 2 maggio (data della morte), con esclusione della chiesa Greco-ortodossa che lo ricorda il 18 gennaio (giorno della nascita).
Si veda: G. Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari, Laterza, 2011; E. Gibbon, Decadenza e caduta dell’Impero romano, Roma, Avanzini e Torraca Ed., 1968.

Riccardo RENZI (1994). Dopo la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino, discutendo una tesi recante titolo “La nobiltà in Francia nei primi due secoli dell’età moderna” (febbraio 2017), ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Macerata discutendo una tesi dal titolo “Latin historian’s manuscripts and incunabola preserved at Fermo Public Library Romolo Spezioli” (ottobre 2020). Ha inoltre conseguito una Summer school in metrica e ritmica greca presso la Scuola di metrica dell’Università di Urbino (2016), il percorso psico-pedagogico per l’insegnamento (24 CFU) presso l’Università di Macerata (2019) e i diplomi in LIM e Tablet. Nell’ottobre 2022 consegue il Master di primo livello in “Operatore delle biblioteche”. Ha insegnato materie letterarie presso l’Istituto di Formazione Professionale Artigianelli di Fermo dall’ottobre 2021 al marzo 2023, attualmente, dopo la vittoria del concorso pubblico di categoria D1 presso il IV settore del Comune di Fermo, lavora come Istruttore Direttivo presso la Biblioteca civica Romolo Spezioli di Fermo. È membro dei comitati scientifici e di redazione delle riviste Scholia e Il Polo, è inoltre vicedirettore della rivista Scholia (Didattica) e membro del comitato scientifico del Centro Studi Sallustiani. È inoltre socio dell’Aib, della Società Dantesca Fermana, dell’Unipop di Fermo e dell’Associazione teste di Rapa di Rapagnano. Per contattare l’autore clicca qui !

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