Prende il nome dal borgo in cui è ubicata, appunto San Salvatore dei Fieschi, l’edificio intende ricordare l’antica presenza nobiliare di quella famiglia, originaria di Lavagna, nelle terre della val Fontanabuona e delle valli circostanti.
Le vicende del complesso si San Salvatore sono state approfondite da Marina Cavana, Colette Dufour Bozzo e Costanza Fusconi , poi Daniele Calcagno, Alfredo Remedi ma soprattutto ‘osservando le carte’, documenti e regesti di documenti, editi e non, riguardanti la basilica di San Salvatore ed il borgo antico, in particolare pergamene, copie autentiche conservate presso l’Archivio di Stato di Genova (in poi A.S.G) reperite durante precedenti campagne di ricerca, essendone andati dispersi gli originali.
La basilica fu costruita nel 1244 ad opera del pontefice Innocenzo IV, al secolo Sinibaldo Fieschi, della nobile famiglia Fieschi, che per lungo tempo dominò l’intera vallata della Fontanabuona e buona parte della val d’Aveto.
La chiesa di San Salvatore lega la sua storia alla lotta, verso la metà del Duecento, tra l’imperatore Federico II di Svevia e il papa Innocenzo IV. Nel 1245 Federico II, per vendicarsi della scomunica lanciata dal papa, fece saccheggiare i possedimenti dei Fieschi a San Salvatore, devastare il ponte della Maddalena sull’Entella e incendiare Lavagna.
I lavori di riedificazione ripresero solo nel 1252, il complesso fu eretto dai ‘magistrati antelami’ che da più di un secolo operavano a Genova nella costruzione degli edifici in muratura della città: fu nuovamente progettata l’intera area-piazza, erigendo nelle vicinanze della basilica un nuovo Palazzo Comitale – denominato in seguito Palazzo dei Fieschi – e l’oratorio barocco.
L’opera di costruzione durò per alcuni anni, tanto che l’edificio fu aperto e consacrato al culto religioso dal pontefice Adriano V, Ottobuono Fieschi, nipote dello zio e papa Sinibaldo Fieschi, salito al soglio pontificio nel 1276.
L’architrave del portale gotico reca un’iscrizione dell’ inizio del XVI secolo relativa alla fondazione del tempio.
L’epigrafe recitava cosi’:
‘D(ominus) Innocenti <us> p(a)p(a) IIII comitum La(va) nie ha<n>c basilica[m] fundavit D(ominus) aute [M]ottobon[us] I cardinalis S(an)cti Adria<n>i op(us) <c>o<n>su (m) avit XII K <alendas> mai[i] ind(ictione) XM° CC ° LII° a <n>nno p (ontificatus) sui nono dicavit’
‘Il papa Innocenzo IV dei Conti di Lavagna fondò questa Basilica che fu condotta a termine da suo nipote Ottobono, cardinale di S. Adriano, e la dedicò, da Perugia, il 20 aprile 1252, nel nono anno del suo pontificato’
E’ l’ iscrizione commemorativa della fondazione della basilica da parte di Innocenzo IV e del suo completamento operato dal nipote Ottobuono Fieschi, papa Adriano V.
Dal 1860 fu dichiarato monumento nazionale. Numerosi restauri furono fatti in tempi diversi per riportare la Basilica al suo antico splendore, tra gli altri vanno annoverati il restauro tra gli anni 1889-1910 ad opera del D’Andrade e quello degli anni 1968-70 ad opera dell’allora Soprintendente dei Monumenti della Liguria Edoardo Mazzino.
Gli studî che da decenni sono stati intrapresi sull’argomento hanno offerto indubbiamente nuovi spunti per una riconsiderazione della reale importanza della famiglia nella storia di Genova e della Liguria, soprattutto fra la seconda metà del secolo XII e la prima Età Moderna.
La dinastia dei Fieschi ebbe nella Chiesa il loro naturale riferimento oltre a costituirne il principale centro di potere, anche le altre famiglie, collegate e affini e trovo’ piena risposta nelle istituzioni ecclesiastiche.
Essenziale anche la presenza costante di questo gruppo di famiglie nei capitoli e nelle realtà ecclesiastiche di tutta la zona compresa fra la Liguria Orientale, l’Emilia e il Basso Piemonte: basti pensare alla Diocesi di Parma, a quella di Brugnato, a quella di Savona, o alla loro ingerenza a più titoli nella Diocesi di Tortona e in quella di Sarzana, per non considerare il loro interesse alle importanti abbazie di San Paolo del Mezzano in Val Trebbia, di Sant’Alberto di Butrio in Val Stàffora, di San Nazzaro Sesia, di Nostra Signora di Vezzolano, o nel sorgere stesso della Diocesi di Mondovì.
È proprio la montagna degli Appennini a costituire, accanto alle istituzioni ecclesiastiche, l’altro centro nevralgico del loro potere, la base alla quale attingere quelle risorse umane da cui trarre, più che aiuti economici, leali collaboratori attraverso i quali attuare il controllo dell’area, chiamare contingenti militari fidati per compiere rapide incursioni su Genova, città da sempre mira notevole del loro interesse. Da Genova essi avranno infatti spesso problemi: basti pensare alla vendita forzata dei feudi di Nicolò Fieschi nel 1276, alle lotte e guerre del Trecento e del Quattrocento,oppure il colpo di mano di Gian Luigi il Giovane, tutto sommato inutile ai fini della politica familiare.
La decisione sulla fondazione di un nuovo luogo di culto fu presa, secondo le fonti storiche locali, mentre il papa si trovava a Genova diretto al Concilio di Lione tenutosi nella città francese nel corso del 1245. Proprio mentre il pontefice si trovava a presiedere tale concilio, il borgo fiescano e l’intera contea furono duramente attaccati dall’imperatore Federico II di Svevia che distrusse buona parte del territorio. Il papa scomunicherà poco dopo l’imperatore direttamente dal concilio lionese.
Così, il 12 aprile 1252, in Perugia, avendo Opizzo, Alberto Giacomo, Nicolo’ e Tenisio Fieschi ‘nepotibus nostris, cominibus Lavaniae, apud Gavium in nostra presentia constitutis’,(‘ nostri nipoti, del clan di Lavagna, stabiliti in nostra presenza a Gavi’) eletto ‘magistro Pagano, cappellano nostro preposito ecclesie Santi Salvatoris de Lavania, Ianuensis Diocesis’ (‘Maestro Pagano, nostro cappellano responsabile della chiesa dei Santi Salvatore de Lavagna, Diocesi di Genova’) Innocenzo IV ‘exigentibus tue devotionis (…) exaudibus’ cioe’ ‘ascoltando le esigenze della tua devozione’, ‘ecclesiam ipsam eiusque preposituram cum omnibus iuribus et pertinentiis suis auctoritate apostolica comfirmamus’, confermava la Chiesa stessa e la sua autorità presiedente con tutti i suoi diritti e le sue pertinenze mediante l’autorità apostolica.
C’è inoltre un atto (una pergamena originale vista a Cogorno, nell’Archivio della basilica di San Salvatore, attualmente irreperibile, solo una copia, autentica, inserita in un documento dell’Archivio di Stato di Genova ) datato 20 aprile 1252, sempre a Perugia, in cui papa Innocenzo IV scrive a Pagano ‘capelano nostro, preposito et canonicis ecclesie nostre Sancti Salvatoris de Lavania’, cappellano pontificio, preposito (superiore delle congregazioni dei chierici regolari) ed ai canonici della nostra chiesa di San Salvatore di Lavagna, comunicando loro di aver posto alla diretta dipendenza della Santa Sede la loro chiesa, insieme a ‘Sancte Marie Magdalene cum Hospitio ac Ponte ipsius et Sancti Lazari cum domo Leprosorum’ cioe’ a quelle di Santa Maria Maddalena con il suo Ponte ed Ospedale e di San Lazzaro con il suo Lebbrosario, ‘ecclesias (…) Sancti Salvatoris subiectas’ gia’ unite a quella di San Salvatore, e di averle sciolte in perpetuo da qualsiasi vincolo di legge tanto dall’ arcivescovo di Genova che di qualsiasi prelato
La chiesa di Santa Maria Maddalena apparteneva all’antico Ponte della Maddalena noto nel Medioevo col nome di Ponte ‘de Mari’, congiungeva le due rive dell’Entella, lungo la via Aurelia. Originariamente era fatto di legno e, al centro, aveva un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, patrono dei marinai e dei pescatori. Ugo Fieschi lo fece ricostruire in pietra, con tredici arcate, terminandolo nel 1210. Fu costruita dai Fieschi, contemporaneamente a un ospedale e a un pozzo pubblico nella sponda occidentale dell’Entella.
Infatti per iniziativa di Innocenzo IV San Salvatore diventa il punto di riferimento di diversi altri istituti assistenziali, collegati alla nuova canonica di San Salvatore, il cui preposito esercita un ruolo di rilievo. Più tardi questa sorta di congregazione locale si amplia, con l’annessione del priorato di San Marziano di Carasco, che Innocenzo ottiene in dono dall’abate di S. Michele della Chiusa. Nel 1256 anche gli ospedali di S. Nicolao di Pietra Colice e di Cento Croci passano alle dipendenze di San Salvatore.
Attualmente molte arcate del ponte sono interrate, soprattutto verso Lavagna, a ponente alcune sono ancora visibili, tuttavia dà sempre una immagine maestosa di quello che doveva essere il poderoso ponte.
Ancora, in un atto del 26 aprile 1252, a Perugia, Innocenzo IV scrive un’altra volta a
Pagano, Cappellano pontificio, preposito ed ai canonici della chiesa di San Salvatore di Lavagna, comunicando loro di aver sollevato la stessa chiesa con tutte le sue dipendenze da qualsiasi colletta od esenzione imposta per qualsiasi titolo da qualsiasi autorità ecclesiastica e laica. Alla fine del documento, afferma ‘ Si vero per illos nimis in hiis fuerint aggravate, prepositus eiusdem ecclesie de Sancti Salvatoris faciat ipsis ab aliis de Lavania, de Siestro et de Rapallo ecclesiis restaurationem fieri congruentem’, ‘Se però ne saranno stati eccessivamente gravati, il preposito della stessa chiesa di San Salvatore farà una opportuna revisione [di denari]da parte delle altre chiese del Lavagna, di Sestri Levante [ ‘Siestro’ è la traduzione di ‘Sigestrum’, due città in liguria, l’una Sestri di Ponente, l’altra Sestri di Levante] e di Rapallo’: la Chiesa di San Salvatore cosi’ allevia in misura notevole le incombenze economiche.
Alessandro IV ratifica nel tempo atti importanti nella prima meta’ del XIII secolo nei confronti della chiesa di San Salvatore: rinuncia diritti e possessi sulla chiesa di Sant’ Agostino Montalto, nella diocesi di Castro, a favore di questa chiesa, della Casa dei Lebbrosi e della chiesa del Ponte di Lavagna , poi ‘statuit ut quaternarius personarum numerus in ecclesia Sancti Salvatoris de Lavania existat’, cioè stabilisce in quattro i canonici della chiesa di San Salvatore , addirittura, avendo sottoposto in perpetuo la chiesa di Sant’Agostino di Montalto, dell’Ordine Cistercense, al preposito ed ai canonici di San Salvatore concede loro l’utilizzo di tutta la legna, boschi e pascoli nel Bosco degli Angeli, ‘territorii castri Montis Alti’, cioè del territorio di Montalto di Castro, nella zona costiera della Maremma laziale.
Interessante il documento datato 21 dicembre 1253 ‘actum Ianue, in sacristia Sancti Laurenti’, nella sacrestia della chiesa di San Lorenzo, cioe’ la maestosa cattedrale metropolitana di Genova. ‘Presbiter Soperchum canonicum Ianue et presbiter Wilielmus custos, Pagano de Savignono, Wilielmus de Camilla de mandato Domini Pape (…) nomine Opiconis patris sui et magistri Iacono canonico Sancti Salvatoris de Lavania (…) res infrascriptas’, Sopercio e Guglielmo, canonico e prevosto della cattedrale di Genova, in esecuzione di mandato apostolico consegnano diversi oggetti per conto del padre Opizzo ed al canonico Giannone, da destinarsi forse alla chiesa di San Salvatore. Così si trovavano soprattutto numerosi manufatti ecclesiali ‘altare viaticum ornatum argento deauratum, calicem argenti deauratum, ampuletas duas argenteas ad vinum et aquam ad ministerium altaris ecclesiaristici, antifonarium nocturum, spalterium parvum, calcarea duo argentea deaurata, claves plures ferreas, paramentum sacerdotale integrum, toaiolas pro altare et purperetam parvam, quamdam capsiam argenteam in modum crucis, pedem crucis argenteum deauratum, buxolam eburneam pro osteis, vasculum eneum pro ture, litteras tres bullatas, inventarium magistri Andree de Veletto, texturas quasdam pro paleis faciendis, litteras tres imperiales bullatas ad aurum’ cioè ‘un altare da viaggio decorato d’argento dorato, un calice d’argento dorato, due ampolle d’argento per vino e acqua per il servizio dell’altare ecclesiastico, un antifonario notturno (quel libro ‘nocturnale’ per la liturgia, che contiene i canti per l”officium chori’, l’ufficio corale), un piccolo libretto che conteneva brani didascalici, tra cui alcuni salmi (in questo caso c’è un errore di stampa tra ‘salterium’ e ‘spalterium’) due crocifissi d’argento dorato, diversi chiavi, un paramento sacerdotale intatto, tovaglie per l’altare e un piccolo telo color porpora, una scatola d’argento a forma di croce, un piede della croce d’argento dorata, una custodia d’avorio per le ostie,un piccolo recipiente per incenso , tre lettere bollate, l’inventario del maestro Andrea de Veletto, alcune stoffe per fare pallii (strisce di stoffa bianca, paramento liturgico con un alto valore simbolico, rappresenta l’agnello che il pastore porta sulle spalle, quindi il compito pastorale di chi guida la chiesa nei confronti del gregge di anime), tre lettere imperiali bollate in oro.’
Un altro documento datato 23 gennaio 1258, a Viterbo, vede Innocenzo IV, ‘ad petitionem dilecti filii nostri O. [Ottobiani], Sancti Adriani diaconis cardinalis ‘, su istanza di Ottobono Fieschi, cardinale diacono del titolo di Sant’ Adriano ‘, concedere alla chiesa di San Salvatore di Lavagna il Priorato di Cogorno e quello di Carasco, ‘de voluntatis beneplacito ad Clusinum monasterium pertinentem quem quondam Willelmus abbas ipsius monasterii, de consensu eiusdem predecessori, clesie conferendum’, cioe’ ‘appartenente al monastero di Clusina, che Guglielmo, già una volta abate del monastero, con il consenso dello stesso predecessore, avrebbe dovuto contribuire alla chiesa ‘con tutti i diritti e pertinenze. Il ‘Clusinum monasterium’ e’ la famosa e storica Sacra di San Michele, o più propriamente abbazia di San Michele della Chiusa, complesso architettonico arroccato sulla vetta del monte Pirchiriano, all’imbocco della val di Susa, nella Città metropolitana di Torino, in Piemonte, nei territori dei comuni di Sant’Ambrogio di Torino e di Chiusa di San Michele, poco sopra la borgata San Pietro. Al confine fra le Alpi Cozie e la Pianura Padana, è il monumento simbolo del Piemonte e una delle più eminenti architetture religiose di questo territorio alpino, appartenente alla diocesi di Susa, prima tappa in territorio italiano della via Francigena; dal XII al XV secolo visse il periodo del suo massimo splendore storico, divenendo uno dei principali centri della spiritualità benedettina in Italia. E ‘quondam Willelmus abbas ipsius monasterii, de consensu eiusdem predecessori, ‘Guglielmo, già una volta abate del monastero, con il consenso dello stesso predecessore’ e’ forse l’abate Guglielmo della Chiusa, monaco di S. Michele della Chiusa nella seconda metà dell’XI secolo, autore delle ‘Vite’ di due abati clusini, Benedetto I e Benedetto II: sotto il governo del secondo entrò nel monastero, presumibilmente negli anni immediatamente successivi alla sua elezione, avvenuta nel 1066.
Interessante fu la presenza del francescano Boiolo, uno dei tanti religiosi di minor rango che gravitano nell’entourage dei Fieschi, estraneo all’ambito familiare, esecutore delle volontà di Innocenzo IV e dei suoi nipoti.
Il biografo di Innocenzo IV, Niccolo’ ‘de Carbio’ o Nicolò da Calvi ( vescovo cattolico italiano francescano, cappellano e confessore di papa Innocenzo IV e poi vescovo di Assisi dal 1250 al 1273) lo definisce ‘religiosum virum et nobilem, consanguineum sui’ ‘uomo religioso e nobile, suo consanguineo’ così che da taluni è definito tout court nipote del papa
Fa parte del seguito papale durante il viaggio di ritorno in Italia di Innocenzo: nel 1251 è ricordato da Salimbene, tra i frati minori che a Ferrara accompagnano il papa. E’ probabile che il francescano sia entrato a far parte del seguito di Tedisio (influente uomo d’affari genovese, fece parte del frazionatissimo consortile dei conti di Lavagna, che controllava una vasta area, fondamentale per le vie di comunicazione, posta a cavaliere tra il versante ligure orientale e quello padano dell’Appennino, ed estesa sino al mare) o comunque viva in familiarità con altri ecclesiastici di casa Fieschi, senza però allentare i vincoli con Innocenzo, che ricorre a lui per incarichi particolari.
In particolare, nel luglio 1253 Innocenzo IV scrive al prevosto e ai canonici di San Salvatore, dicendo di aver assegnato loro il priorato con tutti i diritti pertinenti che l’abate del monastero di San Michele aveva consegnato nelle mani di fra Boiolo .
Sinibaldo Fieschi, al secolo papa Alessandro IV mori’ nel 1261, pero’ prima di morire lascio’ imprese eccezionali riguardo la dottrina della Chiesa, alla volontà di raggruppamento di alcune congregazioni eremitiche presenti sul territorio italiano e spesso accomunate dall’adesione alla Regola di s. Agostino.
Difatti il 16 dicembre 1243 papa Innocenzo IV promulgò la bolla ‘Incumbit nobis’ con la quale invitava le numerose comunità di eremiti della Tuscia a riunirsi per costituire un unico ordine religioso con la regola e lo stile di vita di S. Agostino. Di piu’, con la bolla ‘Licet Ecclesiae Catholicae’ del 9 aprile 1256 papa Alessandro IV univa agli Eremiti della Tuscia gli Eremiti del mantovano Giovanni Bono (detti giamboniti) fondati intorno al 1217, gli Eremiti di S. Guglielmo (detti guglielmiti) fondati presso Siena nel 1156, gli Eremiti di Brettino (presso Fano), gli Eremiti di Monte Favale (presso Pesaro), e altre congregazioni minori sotto l’unica osservanza dell’ ‘Ordine degli Eremitani di S. Agostino’ Nella stessa bolla Alessandro IV raccomandò a vescovi e arcivescovi di non turbare la pace e la tranquillità degli eremiti che seguivano la Regola di sant’Agostino.
Come si sa, in questi anni fu nuovamente ampliata l’intera basilica, infatti in un atto datato 16 gennaio 1269, troviamo la ‘ ecclesia nova Sancti Salvatoris de Lavania’, la chiesa nuova di Lavagna.
Ancora, il 30 maggio 1291 a Orvieto, Niccolò IV (Niccolò IV, nato Girolamo Masci , Lisciano, una piccola cittadina vicino Rieti 1227 – Roma, 4 aprile 1292), primo pontefice appartenente all’Ordine francescano, appartenente alla famiglia ‘de Maxio’, o anche di Mascio, Massi, Massei, che avrebbe i suoi capostipiti nella stirpe ‘de Lixiano’, i cui ‘domini loci’, Berardo e Guglielmo (il ‘dominatus loci’ cioe’ l’area sulla quale i ‘domini’, cioè i signori esercitavano la loro influenza territoriale, ‘fideles’ sodali della casa di Svevia) accorda alla chiesa di San Salvatore un’indulgenza di un anno e 40 giorni a chi la visiti durante le feste di San Salvatore ed in occasione dell’ anniversario della dedicazione della stessa chiesa
Insieme al complesso abbaziale, il Palazzo Comitale si pone in stretto rapporto con la chiesa, anche se alterato da interventi successivi, si connota come residenza signorile di stampo cittadino, del tutto atipica rispetto alle costruzioni del territorio. Non esistono documenti che attestino l’esistenza del ‘palazzo’ alla fine del XIV secolo, tranne un atto del 1383 nel quale si dice ‘… actum in Potestaria Clavari, in villa Sancti Salvatoris, sub portichu palatii heredum quondam domini Egidii de Flischo…’ l’edificio risulta cosi’ di proprietà degli eredi di Egidio Fieschi.

La zona di ‘Lavania’, Lavagna, regione fiorente di boschi e bestiame, germogliò con tanta storia ma soprattutto di ricchezza territoriale : nel documento datato 20 marzo 1408, a Chiavari, Teodoro Fieschi del fu Percivalle, a suo ed a nome del fratello Simone, vescovo di Caffa (Simone Fieschi, vicario nel 1400, rettore di Rivarolo e rettore di S. Apollinare nel 1401, vescovo di Caffa in Crimea nel 1401) dichiara di aver ricevuto 143 lire di Genova ‘certarum terrarum et possessionum positarum in villa Santi Salvatoris emptarum per dictum Paulinum a dicto Theodoro suo et dicto nomine’. Oppure, nell’atto del 22 ottobre 1537, a San Salvatore ‘reverendus dominus Andreas de Flisco, archidiaconus ecclesie maioris Ianue locavit Johanni Baptiste de Neo filio Rinaldi quondam Andree quendam terram sitam in villa Sancti Salvatoris de Lavania, ubi dicitur ‘La Ghetia’ et ‘la Canonica’ arboribus, vitibus, olivis, ficubus et aliis arboribus..’, Andrea Fieschi, archidiacono del Duomo di Genova, affitta a Giovanni Battista ‘de Neo’ figlio di Rinaldo del fu Andrea, alcune terre in San Salvatore, luoghi detti ‘La Ghetia’ e ‘La Canonica’.
Per finire con curiosità ‘felina’, lo stemma araldico della famiglia Fieschi è sormontato da un gatto accanto al motto ‘Sedens Ago’, ovvero ‘agisco stando fermo’, che allusivamente richiama l’astuzia propria dei felini.
Di parte guelfa, come i Grimaldi, mentre i Doria e gli Spinola erano ghibellini, i Fieschi appartenevano alla più antica nobiltà feudale ligure.
‘Se le cose andavano bene per il gatto (cioè i Fieschi) significava che per Genova si metteva male’, così diceva Lorenzo de’ Medici. Ed i gatti, sul sagrato della basilica dei Fieschi, erano veramente numerosi!
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