
Il diavolo medievale di Stefano Mossolin
Anche se oggi il diavolo è associato, nell’immaginario collettivo al colore rosso, nonchè munito di corna ali e coda, così non è sempre stato. In realtà infatti questo modo di rappresentare la scimmia di Dio è maturato in un processo artistico a cui hanno preso parte sia l’arte occidentale che quella orientale. Interessante è fare ad esempio attenzione al modo in cui il maligno venne rappresentato nel mosaico del Giudizio Universale della Chiesa di Torcello (XI-XIII secolo). Qui il diavolo, che regge l’Anticristo, è rappresentato come un vecchio dalla barba bianca che siede su un trono di pelle di serpente ai cui lati sono poste due teste mostruose, il tutto a creare un’immagine terribile e angosciosa dei supplizi che attendono i dannati. La sua figura mostra un rovesciamento dei connotati umani, per assumere una fisicità esagerata e grottesca. Satana, in questo caso sprovvisto di corna, coda e ali possiede ancora le fattezze che ne avevano connotato l’aspetto fin dai tempi primi secoli dell’arte cristiana, in cui gli venivano conferiti tratti decisamente umanoidi. Fu dall’XI secolo che si iniziò progressivamente a rappresentarlo come animale o mostro, richiamando più spesso proprio quelli animali considerati “demoniaci” nell’immaginario medievale: il gatto, il serpente e il caprone. In questo periodo vennero infatti attribuiti al diavolo tratti “tipici” come la coda, le orecchie animalesche, la barba caprina, gli artigli e le zampe, con l’intento di suscitare nei fedeli spavento e repulsione. Per quanto riguardava le ali, nel Basso Medioevo al diavolo vennero date inizialmente delle ali piumate, retaggio della sua passata natura di angelo, mentre a partire indicativamente dal XII secolo si iniziarono ad attriburgli quelle da pipistrello. Le corna invece, divenute poi il suo principale attributo, cominciarono lentamente a diffondersi dall’XI secolo. L’attribuzione progressiva di tutti questi connotati, aveva anche lo scopo di creare un notevole contrasto visivo ed estetico tra Satana e le sue legioni da una parte (angeli caduti e resi mostruosi dal peccato) e lo splendore e la gloria di Dio e di chi lo serve dall’altra.

Per quanto concerneva invece il suo colore, per molto tempo il diavolo e i demoni nell’arte cristiana erano stati rappresentati neri, con alcune varianti caratterizzate dal blu e dal viola (più raramente marrone o grigio chiaro), al fine di esaltarne la natura oscura e corrotta. Un contributo nell’attribuzione di questa scelta nell’arte medievale, venne dato anche dagli scritti del medico greco Galeno (130-200 d.C.), attraverso il cui schema dei “Quattro Elementi”, in cui il diavolo risultava essere composto di essenza oscura, in totale contrasto a quella angelica, che essendo di fuoco etereo poteva essere rappresentata con il colore bianco o rosso. Il rosso venne quindi un colore attribuibile al diavolo solo a partire dal Basso Medioevo, quando cominciò pian piano ad essere associato nell’immaginario collettivo alla lussuria, al sangue e al fuoco dell’Inferno. Venendo per questi motivi progressivamente attribuito al demonio e alle sue legioni (che mantennero ancora nell’arte diversi colori). Per giungere così, in modo lento e progressivo, alla rappresentazione della figura demoniaca così come la conosciamo oggi.
Stefano Mossolin (Camposampiero PD, 29-11-1992) è storico e storico dell’arte. Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte “Giuseppe De Fabris” di Nove (VI) ha conseguito la Laurea Triennale in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali all’Università Ca’Foscari di Venezia. Successivamente ha ottenuto presso lo stesso ateneo la Laurea Magistrale con lode in Storia dal Medioevo all’età contemporanea. Attualmente è docente di Storia dell’Arte nella scuola secondaria di II grado. Ha collaborato con diverse riviste, occupandosi di divulgazione storica e storico-artistica. Per contattare l’autore clicca qui !
