L’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino di Riccardo Renzi
L’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino nel territorio di Amandola sorge lungo la Strada Statale n. 210 la quale si snoda lungo tutto il fiume Tenna. L’aspetto dell’edificio, anche ai non addetti ai lavori, risulta assai antico. Infatti, si tratta di un edificio la cui base è pienamente gotica. L’abazia iniziò ad essere edificata attorno alla metà dell’XI secolo sui resti di una cripta degli inizi del VI secolo, per volontà del Vescovo di Fermo, dei nobili di Smerillo e Monte Passillo. Il fine era quello di attuare in quei luoghi esperienze di riforma monastica sostenuta da San Romualdo, promotore della Congregazione camaldolese e San Pier Damiani, teologo e Vescovo italiano.
L’edificio relativo alla sezione conventuale del complesso si trova sul lato sud e si sviluppa su due piani. Al suo interno vi sono un chiostro e la torre campanaria quadrangolare edificata quasi due secoli dopo il monastero (XIII secolo), la quale mette in comunicazione il convento con la chiesa.
Da alcuni documenti conservati presso l’archivio dell’Abbazia di Farfa e trascritti dall’Abate Fatteschi, riguardanti il periodo dall’anno 736 fino a tutto il XII secolo, si evince che l’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino non fece parte dei possedimenti farfensi. Ciò è confermato anche dal fatto che a capo del monastero vi fosse un abate e non di un preposto come invece avveniva in quelle a cui esse dipendevano. Il primo documento a noi pervenuto riguardante l’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino è una Chartula Concanbiationis del luglio del 1023.
L’Abbazia benedettina raggiunse il suo massimo splendore nel XV secolo, sia per l’ampiezza del territorio che amministrava, sia per il prestigio di cui godeva, basti ricordare che nel 1423, qui si fermarono spesso i figli del Duca di Varano. Il suo declino iniziò nel XVI secolo, quando fu affidata in commenda ad un abate esterno all’Ordine benedettino.
Per quanto concerne l’architettura dell’edificio, la chiesa fu edificata in pieno stile gotico e nel corso dei secoli ha subito una serie di restauri che ne hanno parzialmente cancellato la struttura originaria. «La facciata semplice e lineare, presenta un portale che sfoggia un doppio archivolto con ai lati due finestre ed una sopra che è stata aperta nel XVIII sec. L’interno si presenta suddiviso in tre navate di cui la centrale, più ampia rispetto alle altre due, è dotata di una copertura a capriate mentre nelle due laterali è a crociera. Le pareti decorate da una serie di affreschi del XV sec che donano enorme pregio ma soprattutto un superbo impatto visivo. Il presbiterio risulta leggermente elevato rispetto al resto della chiesa a causa della cripta romanica sottostante, a cui si accede mediante due scalinate poste in fondo alle navate» (Amandola San Ruffino – Abbazia dei Santi Ruffino e Vitale (XI°sec.), in Sibillini Web).
La cripta è stata scavata interamente nell’arenaria e presenta volte a crociera. Risulta divisa in cinque navate. Per quanto concerne la decorazione, sulle pareti sono ancora ben visibili alcune pitture a secco ed un ciclo pittorico del periodo tardo imperiale con figure di santi. Sotto l’altare sono conservate le reliquie di San Ruffino e sotto di queste si trova un foro che la tradizione popolare vuole che i malati di ernia debbano attraversare a carponi per tre volte, invocandone la guarigione. Il luogo in cui sorge la cripta in origine doveva essere pagano, una grotta eremitica, un’area sepolcrale paleocristiana. Ricordiamo come nella zona del sud delle Marche molti luoghi di culto pagani, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’affermazione del Cristianesimo, sono appunto divenuti cristiani.
L’edificio relativo alla sezione conventuale del complesso si trova sul lato sud e si sviluppa su due piani. Al suo interno vi sono un chiostro e la torre campanaria quadrangolare edificata quasi due secoli dopo il monastero (XIII secolo), la quale mette in comunicazione il convento con la chiesa.
Da alcuni documenti conservati presso l’archivio dell’Abbazia di Farfa e trascritti dall’Abate Fatteschi, riguardanti il periodo dall’anno 736 fino a tutto il XII secolo, si evince che l’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino non fece parte dei possedimenti farfensi. Ciò è confermato anche dal fatto che a capo del monastero vi fosse un abate e non di un preposto come invece avveniva in quelle a cui esse dipendevano. Il primo documento a noi pervenuto riguardante l’Abbazia dei Santi Vitale e Ruffino è una Chartula Concanbiationis del luglio del 1023.

L’Abbazia benedettina raggiunse il suo massimo splendore nel XV secolo, sia per l’ampiezza del territorio che amministrava, sia per il prestigio di cui godeva, basti ricordare che nel 1423, qui si fermarono spesso i figli del Duca di Varano. Il suo declino iniziò nel XVI secolo, quando fu affidata in commenda ad un abate esterno all’Ordine benedettino.
Per quanto concerne l’architettura dell’edificio, la chiesa fu edificata in pieno stile gotico e nel corso dei secoli ha subito una serie di restauri che ne hanno parzialmente cancellato la struttura originaria. «La facciata semplice e lineare, presenta un portale che sfoggia un doppio archivolto con ai lati due finestre ed una sopra che è stata aperta nel XVIII sec. L’interno si presenta suddiviso in tre navate di cui la centrale, più ampia rispetto alle altre due, è dotata di una copertura a capriate mentre nelle due laterali è a crociera. Le pareti decorate da una serie di affreschi del XV sec che donano enorme pregio ma soprattutto un superbo impatto visivo. Il presbiterio risulta leggermente elevato rispetto al resto della chiesa a causa della cripta romanica sottostante, a cui si accede mediante due scalinate poste in fondo alle navate» (Amandola San Ruffino – Abbazia dei Santi Ruffino e Vitale (XI°sec.), in Sibillini Web).
La cripta è stata scavata interamente nell’arenaria e presenta volte a crociera. Risulta divisa in cinque navate. Per quanto concerne la decorazione, sulle pareti sono ancora ben visibili alcune pitture a secco ed un ciclo pittorico del periodo tardo imperiale con figure di santi. Sotto l’altare sono conservate le reliquie di San Ruffino e sotto di queste si trova un foro che la tradizione popolare vuole che i malati di ernia debbano attraversare a carponi per tre volte, invocandone la guarigione. Il luogo in cui sorge la cripta in origine doveva essere pagano, una grotta eremitica, un’area sepolcrale paleocristiana. Ricordiamo come nella zona del sud delle Marche molti luoghi di culto pagani, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’affermazione del Cristianesimo, sono appunto divenuti cristiani.
Riccardo RENZI (1994). Dopo la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino, discutendo una tesi recante titolo “La nobiltà in Francia nei primi due secoli dell’età moderna” (febbraio 2017), ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Macerata discutendo una tesi dal titolo “Latin historian’s manuscripts and incunabola preserved at Fermo Public Library Romolo Spezioli” (ottobre 2020). Ha inoltre conseguito una Summer school in metrica e ritmica greca presso la Scuola di metrica dell’Università di Urbino (2016), il percorso psico-pedagogico per l’insegnamento (24 CFU) presso l’Università di Macerata (2019) e i diplomi in LIM e Tablet. Nell’ottobre 2022 consegue il Master di primo livello in “Operatore delle biblioteche”. Ha insegnato materie letterarie presso l’Istituto di Formazione Professionale Artigianelli di Fermo dall’ottobre 2021 al marzo 2023, attualmente, dopo la vittoria del concorso pubblico di categoria D1 presso il IV settore del Comune di Fermo, lavora come Istruttore Direttivo presso la Biblioteca civica Romolo Spezioli di Fermo. È membro dei comitati scientifici e di redazione delle riviste Scholia e Il Polo, è inoltre vicedirettore della rivista Scholia (Didattica) e membro del comitato scientifico del Centro Studi Sallustiani. È inoltre socio dell’Aib, della Società Dantesca Fermana, dell’Unipop di Fermo e dell’Associazione teste di Rapa di Rapagnano. Per contattare l’autore clicca qui !
