L’ironia della banalità, morte di personaggi illustri

L’ironia della banalità, morte di personaggi illustri di Simone De Fraja

Non pare che la modesta enquête che passa in rassegna alcune morti bizzarre possa apparire ne morbosa ne macabra o talvolta oscena; nel corso dell’indagine attraverso le fonti, ove è stato possibile, si è lasciato spazio alla cronache che, anche crudamente, riferiscono particolari, esprimono commenti, in molti casi, riportano l’evento in modo asciutto avvenuto ad una certa data precisa.
In tali ultimi casi, in mancanza di sinergia di fonti, nasce il germe dell’inverosimile che alimenta l’aneddoto, una narrazione il cui fondamento è inesistente o privo di verifica e come tale legato al filo dell’immaginario, carico di particolari curiosi, sì, ma spesso narrato con fine moralistico o ricreativo più che storiografico; questo sì, incarna un divertissement in margine a un personaggio o ad un evento famoso.
Similarmente a quanto detto, le vicende degli illustri exitus, spesso in carenza o in contrasto di fonti, come del resto avviene per molti casi, alimentano anche la leggenda, il racconto eroico, in cui fatti e personaggi vengono amplificati e alterati dalla fantasia e dalla tradizione, in una duplice esigenza di esaltazione e di esemplarità.
Più che un cabinet de curiosité, dove scienza e meraviglia vengono raccolte in un tentativo di classificazione abbacinando l’osservatore, le vicende riesumate, ed è il caso di dirlo, offrono un quadro delle vicende umane, più svariate, che conducono comunque al fine ultimo comune a tutti gli esseri viventi in cui grandi esistenze, alla fine, subiscono le sorti dello stesso mondo in cui vivono le esistenze di uomini misconosciuti, ricchi o potenti e poveri e meschini.
La sottile ironia della scomposta “danza della morte”, beffarda e grottesca, si ritrova nell’ exitus dei personaggi individuati soprattutto in relazione alle informazioni storiche al riguardo.
Paradossali, inspiegabili e tali da suscitare reazioni contrastanti, dal riso all’indignazione, sono il grottesco e l’ironia amara che sono sottesi dalle morti analizzate, morti talvolta addirittura comiche ma naturalmente imperniate, per insondabili giochi della sorte, su nefaste congiunture degli eventi, così come tramandati dalle fonti, relativi al momento drammatico. Talvolta nasce il sospetto che la morte non sia stata così accidentale o che i fatti si siano svolti in maniera diversa e che le fonti offrano solo un fondo di verità, una caricatura dell’originale o una versione deformata da uno specchio interessato e distorto ad arte.
L’ironia, beffarda, si ritrova nelle morti descritte, le quali rispecchiano i casi della vita a prescindere dal censo e dalle gesta dei malcapitati; ironia ancor più beffarda quando si tratta di personaggi illustri ed idealmente lontani dall’uomo comune, uomini spesso idealizzati dagli eventi o dalla storia che ne hanno scritto gli uomini.
Attraverso l’analisi delle cronache medievali si esaminano personaggi illustri che muoiono al pari di tutti gli altri, nella malasorte, nella distrazione e nella malattia.
Le vicende riesumate, ed è il caso di dirlo, offrono un quadro delle vicende umane, più svariate, che conducono comunque al fine ultimo comune a tutti gli esseri viventi in cui grandi esistenze, alla fine, subiscono le sorti dello stesso mondo in cui vivono le esistenze di uomini misconosciuti, ricchi o potenti e poveri e meschini. Ricerca delle fonti, investigazione ed analisi del giallo storico conducono il lettore tra le sfortunate sorti, talvolta banali, di personaggi storici di alto calibro.
Ricorda il criminologo Marco Strano, nella sua introduzione al libro, che le vicende narrate, vere od esagerate dai cronisti medievali nel riportare i fatti, sono “morti impreviste e casuali, che provocano ilarità più che commiserazione, sorpresa più che orrore. E la sensazione che si prova a leggere l’ arguto testo è piacevole e sedativa. Riuscire a ridere della morte ha decisamente un effetto ansiolitico”.
Uno studio serio e scientifico in cui storia, scienza ed investigazione si combinano in una varietà di situazioni grottesche, bizzarre, al limite della sfortuna ma che ci ricordano che, imperatori o papi, signori o re, “non si esce vivi dalla vita”.
L’indagine del giallo storico si svolge tra le pieghe delle cronache medievali, studi medico legali di “cold cases” ed investigazione criminologica analizzando gli exitus di personaggi come Giovanni II Comneno, nel 1143, morto durante una battuta di caccia in cui si ferì con la punta di una delle proprie frecce verosimilmente avvelenate; fu sfortuna o congiura? Enguerrand de Coucy III, antenato di quel de Coucy che nel 1384 prese la città di Arezzo, intendendo attraversare un fiume a cavallo, venne sbalzato dall’animale finendo trafitto dalla propria spada e trascinato via dalle acque. Se Enrico II di Champagne, re di Gerusalemme dei Crociati, morì cadendo dal terrazzo la cui balaustra si dimostrò instabile, se il figlio di Luigi il Grosso morì sotto il peso del proprio cavallo impazzito a causa di un cinghiale che gli passò tra le zampe, papa XXI rimase schiacciato dal crollo del soffitto del proprio palazzo a Viterbo. Goffredo il Gobbo, è noto, rimase vittima di una imboscata di un armato che attese, sotto lo scarico del “necessario”, che Goffredo si sedesse.
Nel romanzo “Lo straniero”, Camus scrive la fatalistica frase divenuta celebre: “Considerato che tutti dobbiamo morire, ovviamente non ha alcuna importanza il quando e il come”. Frase certamente ad effetto, esorcizzante dei timori ed ancorata a una cinica quanto diffusa realtà filosofica.
Ma la realtà è ben più complessa.
Le cronache ed i racconti del tempo si muovono tra astrazione dei fatti ed ingigantimento degli stessi sino a diventare aneddoti al limite del verosimile. Anche se spesso non si può giungere ad una soluzione, l’indagine e la rilettura delle varie morti prese in considerazione dal volume, in bilico tra la preordinazione e la pura sfortuna, suonano bizzarre e grottesche e meritevoli di approfondimento.

Il caso della morte di Enrico II di Champagne, re di Gerusalemme (†1197)

Nel 1190, Enrico II di Champagne era partito per la Terza Crociata, lasciando la reggenza della contea alla madre, Maria, sorella del re di Francia, Filippo Augusto; gli venne affidato il comando delle operazioni per l’Assedio di San Giovanni d’Acri.
In quel momento il Regno di Gerusalemme era nelle mani di Corrado del Monferrato ma era destinato a brevissima vita tanto che il 28 aprile, infatti, pochi giorni dopo l’elezione, Corrado fu accoltellato da alcuni membri della setta degli Assassini che, avvolti in lunghi abiti con cappuccio, confusi tra la folla, gli si fecero incontro e lo colpirono ripetutamente.
Quando la notizia della morte di Corrado giunse a San Giovanni d’Acri, Enrico, al seguito dello zio, Riccardo Cuor di Leone, si recò a Tiro, dove due giorni dopo la morte di Corrado, fu fatto sposare con Isabella già moglie di Corrado e Regina di Gerusalemme, divenendo re di Gerusalemme.
Secondo un cronista arabo delle Crociate, Imad ad-Din al-Isfahani, “Enrico di Champagne sposò la moglie del Marchese la notte stessa, sostenendo di avere il maggior diritto alla mano della moglie del morto. Lei era incinta, ma questo non gli impedì di unirsi a lei, il che è ancora più disgustoso del congiungimento della carne. Chiesi ad uno dei loro cortigiani a chi sarebbe stata attribuita la paternità ed egli disse: “Sarà il figlio della regina”. Voi vedete la licenziosità di questi orribili Infedeli!”.
Nel 1197 avvenne il fatto, l’imprevedibile con buona dose di sfortuna.
Sono tra loro simili, ma con sfumature e circostanze diverse, le cronache riportate nella Recueil des historiens des croisades. Historiens occidentaux, relative alla morte di Enrico II, avvenuta il 10 settembre 1197.
La lezione portante, quella de L’estoire de Eracles empereur, precisa che quando Enrico ebbe terminato di parlare ad una moltitudine di persone, per predisporre i movimenti militari della giornata seguente, sotto la propria finestra “alcuni Pisani si presentarono al suo cospetto; Enrico stava appoggiato ad una finestra dotata di inferriate; si discostò dunque dalla stessa per farsi incontro ai Pisani [per accoglierli]. Tornò pertanto sui suoi passi, indietreggiando, per raggiungere la finestra da cui si era allontanato; tuttavia, non accorgendosi, tornò ad una finestra diversa dalla precedente dove non vi erano inferriate. Indietreggiò a tal punto da cercare le sbarre di ferro per appoggiarvisi ma i talloni cedettero nel vuoto di talchè cadde, di sotto, all’indietro, rompendosi il collo. Uno dei nani che gli era stato da sempre vicino, quando si avvide che Ernico si stava rovesciando di sotto, si lanciò per trattenerlo ma Enrico cadde prima che potesse essere trattenuto ed anche il nano si gettò di sotto ove fu rinvenuto il conte morto”[i].
Roger de Hoveden lascia una descrizione molto più succinta del fatto quando “il conte Ernico di Champagne […] nel mentre si trovava appoggiato ad una colonna di una certa finestra della camera posta al piano superiore [al primo piano], dopo aver parlato alla moltitudine sottostante, si ruppe quella colonna cosicchè egli, dopo essere rotolato al suolo, morì dopo essersi rotto la cervicale”[ii].
Una ulteriore cronaca, secondo la versione de la Cronique d’Ernoul et de Bernard le Trèsorier, riferisce del medesimo episodio fornendo una variante dell’evento dopo che Enrico ebbe terminato il colloquio con gli altri uomini d’arme. Comandò infatti “che fossero portate le tavole per la cena e chiese dell’acqua per lavarsi le mani, acqua che gli venne portata. Si avvicinò verso una grande finestra che si trovava in alto nella camera da pranzo ed iniziò a lavarsi. Nel mentre procedeva, si dimenticò ed arretrò cosicchè cadde di sotto dalla finestra e così morì. Il valletto che teneva la tovaglia si lasciò cadere dopo di lui poiché non voleva abbandonarlo. Tuttavia il valletto non morì ma si fratturò il femore. Alcuni ritengono che se non si fosse lasciato cadere [sopra] il conte [questi] non sarebbe rimasto ucciso”. Tale conclusione è similare alla citata cronaca che, tuttavia, non riportava il fatto del lavaggio delle mani: “Dont l’on dit que si le chaure dou nain ne fust, qui li vint cers esperir, il ne fust mie sitost mort”.

Il caso di Edmondo detto Ironside, re di Inghilterra (†1016)

Una morte simile a quella che occorse successivamente a Goffredo II (†1076), detto il Gobbo, colpì, secondo alcune cronache, Edmondo Ironside circa sessanta anni prima.
Edmondo era il secondo figlio del re Etelredo II d’Inghilterra soprannominato Ironside, “Fianco di ferro”, per tutti i suoi sforzi militari posti in atto contro l’invasione danese condotta dal re Canuto il Grande.
Il 30 novembre 1016, Edmondo morì.
Il luogo della sua morte è incerto anche se è generalmente accettato che sia avvenuta a Londra, piuttosto che a Oxford, dove, secondo la sua cronaca, Henry di Huntingdon ha affermato che si dovesse trattare di morte derivata da molteplici coltellate mentre il re era seduto sulla latrina.
Secondo Henry of Huntingdon “re Edmund fu ucciso a tradimento pochi giorni dopo [una serie di battaglie ed assedi contro i danesi]. Così accadde: una notte, questo grande e potente re avendo occasione di ritirarsi a casa per soddisfare i richiami della natura, il figlio dell’ ealdorman [scil: aldermanno, magistrato supremo delle contee britanniche] Edric, per escamotage di suo padre, si nascose nella fossa [di raccolta del liquame] e infilzò il re due volte, da sotto, con un pugnale [daga] affilato, e, lasciando l’arma infissa nelle viscere, riuscì a scappare. Edric allora si presentò a Canuto e lo salutò, dicendo: “Salve! Tu che sei l’unico re d’Inghilterra!” Dopo aver spiegato ciò che era accaduto, Canuto rispose: “Per questo atto ti esalterò, come merita, più in alto di tutti i nobili d’Inghilterra”. Comandò quindi che Edric venisse decapitato e la sua testa fosse posta su un palo sul più alto bastione della torre di Londra.
Così morì, dunque, re Edmundo Ironside, dopo un breve regno di un anno, e fu sepolto a Glastonbury, vicino a suo nonno Edgar”.
Geoffrey Gaimar (Geffrei Gaimar) ne “L’Estoire des Engleis” narra simili modalità di uccisione ma a mezzo di una balestra o di un arco a molla che sarebbe scattato mediante la pressione del sedile della latrina senza fallire il colpo; tuttavia altre fonti come la “Cronaca Sassone” e “Encomium Emmae Reginae”, non fanno menzione dell’evento. Essendo Edmondo reduce da un periodo di lunghi combattimenti ed assedi si può pensare che la morte del re possa essere stata causata dalle ferite ricevute nei giorni precedenti e dagli irrimediabili postumi delle stesse. Viene spontaneo porsi il problema non solo relativamente al fatto che l’assassino, dal fondo della fossa, avrebbe forse più comodamente utilizzare una lunga lancia piuttosto che un ben più corto pugnale ma anche il fatto della certezza che sulla latrina vi fosse appoggiato proprio Edmondo e non altri.
Sembra si decise di correre il rischio.

Note

[i] L’estoire de Eracles empereur ad annum 1197, Lib. 27 cap. III (p.219-220), in Recueil des historiens des croisades. Historiens occidentaux.
[ii] Ibidem; una ulteriore cronaca, riportata nel commento dell’Estoire de Eracles, riferisce il medesimo episodio: “Il estoit apuies au treillis d’une fenestre, il regardeit contre val. Le treillois li failli si que il chai au fossè et un sien nain, de la paor et de la doulor qu’il ot, si chau apres lui. Dont l’on dit que si le chaure dou nain ne fust, qui li vint cers esperir, il ne fust mie sitost mort”.

Simone De Fraja, avvocato, saggista e studioso del periodo medioevale. Il suo interesse si è concentrato in particolare sulla storia del territorio della città di Arezzo, ove vive; esperto di castellologia con speciale riferimento alle fortificazioni locali nonché del Vicino Oriente in ordine alle quali ha tenuto alcuni interventi e conferenze, si è occupato altresì del pensiero neoclassico ed esoterico del secolo XVI ed ha condotto ricerche sull’argomento. È membro di associazioni culturali cittadine e nazionali, per la Società Storica Aretina è membro del Comitato Scientifico di redazione, Consigliere, Vicepresidente nonché socio fondatore. È Consigliere Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli, collabora con il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. È autore del saggio “Morti grottesche di personaggi illustri nel medioevo” Letizia Editore, Arezzo, 2022. Per contattare l’autore clicca qui !

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