Monachesimo bizantino e ricerca spirituale

Monachesimo bizantino e ricerca spirituale di Riccardo Renzi
La parola monachesimo deriva da “monaco” che a sua volta deriva dal termine greco “monachòs” (μοναχός)[1] derivante dall’aggettivo “monos” cioè solo. Il monaco è colui che vive solo, cioè senza famiglia, l’asceta che fa vita ritirata o l’eremita. L’asceta è colui che vive nella solitudine, mentre il cenobita è sempre un monaco che però vive in comunità con precise regole comuni. Nel mondo bizantino l’eremitismo e il cenobitismo si affermano come movimenti rilevanti già a partire dalla fine del III secolo[2]. Stando alle fonti, la prima area bizantina in cui apparve per la prima volta il fenomeno fu quella egiziana[3]. Le zone di insediamento più rilevanti divennero la Tebaide nell’Alto Egitto, la Nitria sempre nella medesima zona, la Chellia e Sceti nel Basso Egitto. I monaci più importanti di questo primo monachesimo furono: Sant’Antonio Abate (254 – 359)[4] e San Paolo l’Eremita (230-335)[5]. Della seconda generazione fanno invece parte: Macario l’Egiziano (300 – 390), San Pacomio il Vecchio (292 – 346), Apa Scenute (334 – 452). Il movimento monastico dilagò rapidamente all’interno dell’impero bizantino, prima attecchì in Palestina, poi in Siria e Persia. In Palestina il monachesimo si sviluppò con sant’Eutimio il Grande (377 – 473), san Teodosio Cenobiarca (424 – 529) e san Saba (439 – 532), quest’ultimo insediatosi nel deserto di Giuda[6]. Con la diffusione del movimento a tutta l’Asia Minore, i monaci di grande spessore iniziarono a pullulare, tra questi vi sono: Afraate detto il Saggio Persiano (260 – 350), Giuliano Saba (367), sant’Efrem Siro (306-373), san Simeone Stilita (390 – 459), san Simeone di Emesa detto il Pazzo (559), Abramo di Kashkar (543 – 588), Dadisho (529 – 604), sant’Eustazio di Sebaste (300 – 377) e san Basilio di Cesarea (330 – 379).
Il monachesimo però rimase distante dalla capitale dell’impero finché vi imperversarono le lotte ariane[7]. A Costantinopoli la situazione mutò rapidamente sotto al governo di Teodosio I[8] e dei suoi eredi. Nel 382 fu fondato dal monaco siro Isacco[9] presso la capitale il monastero di Dalmato. Anche il ministro di palazzo Flavio Rufino[10] aveva fondato nel 395 un monastero presso Calcedonia, popolandolo con monaci di provenienza egiziana. La scelta dei monaci egiziani non fu campata per aria, ma fu ben studiata e strutturata, infatti si volevano monaci ben preparati e quelli egiziani lo erano, essendo in Egitto attecchito prima il movimento monastico. Morto Rufino però il sito si andò spopolando rapidamente, ma nel 397 vi si insediò il monaco frigio Ipazio[11] che riportò in auge il sito. Tra il 410/420[12] sant’Alessandro, dopo essersi fatto monaco in Siria, tornò presso la capitale e vi fondò il monastero di Acemeti[13]. Col passare degli anni, il monachesimo fiorì sempre di più presso capitale e dintorni. Nel 448 vi erano bel 23 monasteri maschili, nel 518 si aggiravano intorno ai 53, nel 536, sotto Giustiniano I, ben 76[14].
[15]Tutti i monasteri situati nelle varie zone dell’impero, sia quelli eremitici che i cenobitici, avranno una chiara caratteristica comune: sorgono, ad eccezione di quelli della capitale, in zone desertiche o desolate. Questo isolamento dal mondo, dal benessere e dalla civilizzazione, ha un valore simbolico profondo, infatti il monaco attraverso l’isolamento e la penitenza cerca di riprodurre in sé il Cristo crocifisso. Solo attraverso tale penitenza si può giungere all’unione morale ed esistenziale con Dio. Nel mondo bizantino e successivamente in tutto l’universo della cristianità, la vita monastica venne identificata come l’unica vera filosofia cristiana. Col passare del tempo alle forme rigorosamente ascetiche si andarono a sostituire forme più razionali, con organizzazione ben strutturata e definita. Ciò portò a una prevaricazione del cenobitismo rispetto all’eremitismo[16]. Il prevalere della forma cenobitica sul lungo periodo determinò un percorso di testimonianza apostolica, non solo caratterizzato dal distacco ascetico, ma anche dalla preghiera e dalla diffusione della parola del Signore[17]. Un ulteriore mezzo di testimonianza evangelica, per questi primi monaci, fu la carità nei confronti dei poveri, dei bisognosi, dei pellegrini e dei bambini bisognosi, che venivano accuditi e cresciuti dei brefotrofi. Proprio questa ultima forma di carità fu fondamentale per lo sviluppo delle scuole nei monasteri[18]. Tali scuole con il loro scriptorium e le loro biblioteche divennero centri culturali di primissimo livello che nel corso degli anni andarono a sostituire quelli pagani. Proprio a queste debbono la loro formazione intellettuali come: san Giovanni Crisostomo[19], Severo di Antiochia[20], sant’Anastasio Sinaita[21], san Massimo il Confessore[22] e san Giovanni Damasceno[23]. Tali scuole di formazione non si esaurirono con il primo monachesimo ma continuarono sino al XV secolo e formarono altri intellettuali illustri come: Giovanni Zonara[24], Gregorio Palamas[25], Bessarione[26] e Isidoro di Kiev[27].  I grandi centri monastici si andarono sviluppando su tutta l’estensione dell’impero, basti pensare ai monasteri dell’Armenia e della Cappadocia, o a quelli dell’Italia meridionale e della Sicilia.Il monachesimo orientale, o bizantino, fu un fenomeno totale e totalizzante che investì completamente l’impero con capitale a Costantinopoli e che non si fermò ai confini dell’impero, ma arrivò sino ai confini della futura Russia e influenzò profondamente anche il monachesimo occidentale.

Note

[1] Il monachesimo (in greco antico: μοναχός, monachós, «persona solitaria») è un fenomeno caratterizzato da alcune rinunce agli interessi mondani per dedicarsi nel modo più completo alla propria spiritualità. Fonda le sue radici in oriente e in seguito in occidente. Molte religioni hanno creato elementi monastici: cristianesimo, induismo, buddhismo, giainismo, taoismo.

[2] R. M. Parinello, Il monachesimo bizantino, Roma, Carocci, 2012, p. 12.

[3] C. Capizzi, La civiltà Bizantina, Milano, Jaca Book, 2001, p. 74.

[4] S. Athanasius. Vita di Antonio. Introduzione di Christine Mohrmann, testo critico e commento a cura di G. J. M. Bartelink, traduzione di Pietro Citati e Salvatore Lillao. Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori editore, 1998; A. Foscati, I tre corpi del santo. Le leggende di traslazione delle spoglie di sant’Antonio Abate in Occidente, Hagiographica, XX (2013), pp. 143-181. La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357 circa, opera agiografica scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l’arianesimo. L’opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all’affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii, la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sancti Pauli primi eremitae scritta da san Girolamo negli anni 375-377. Vi si narra l’incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l’episodio del corvo che porta loro un pane, affinché si sfamino, sino alla sepoltura del vecchissimo Paolo per opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Antonio nacque a Coma in Egitto (l’odierna Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

[5] R. D’Antiga, Venezia il porto dei santi, Padova, Casa dei Libri Editore, 2008. La fonte per la vita di Paolo è la Vita Sancti Pauli primi eremitae risalente alla seconda metà del IV secolo e scritta da san Girolamo durante il suo soggiorno nel deserto di Calcide (Siria), negli anni 375-377. La prima edizione critica della Vita Sancti Pauli è stata pubblicata da Bazyli Degórski. Durante la persecuzione degli imperatori romani Decio e Valeriano (una persecuzione molto capillare e particolarmente cruenta anche se breve), Paolo, giovane cristiano egiziano di ricca famiglia e molto colto, fu costretto a lasciare la città per il deserto, in quanto era stato denunciato come cristiano da familiari desiderosi di entrare in possesso del suo patrimonio. Paolo si rifugiò nelle montagne del deserto della Tebaide dove trovò rifugio in una grotta nelle cui vicinanze si trovava una sorgente d’acqua e un albero di palma. Dalla palma traeva le foglie che intrecciava per farne stuoie oltre al suo abito e i datteri con cui si nutrì fino all’età di circa 43 anni, quando un corvo cominciò a portargli ogni giorno un mezzo pane. All’avvicinarsi della sua morte, Paolo ricevette la visita di Antonio, altro grande eremita, detto “il grande” per essere stato il primo responsabile della diffusione del monachesimo. Gli espresse il desiderio di essere sepolto avvolto nel mantello che Antonio aveva ricevuto in dono dal vescovo Atanasio. La sua richiesta fu accolta e Antonio lo seppellì avvolto in questo mantello, in una fossa scavata, sempre secondo la Vita geronimiana, da due leoni.

[6] G. Pasini, Il monachesimo bizantino, Milano, ISU Università cattolica, 2004, pp. 23-27.

[7] L. Grazzi, Arianesimo: una tentazione antica e presente, Acireale, Roma, Bonanno, 2013, pp. 10-13. Definizione di arianesimo: Nei decenni in cui i teologi cristiani cominciavano ad elaborare la dottrina della Trinità divina, il presbitero alessandrino Ario (260 ca – 336) fu il massimo rappresentante di una delle interpretazioni della relazione tra le persone della Trinità, in particolar modo tra il Padre e il Figlio. Ario non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre (subordinazionismo), negandone la consustanzialità che sarà poi formulata nel concilio di Nicea (325) nel credo niceno-costantinopolitano. Alla base della sua tesi, permeata della cultura neoplatonica tanto in voga nell’ambiente ellenistico egiziano, vi era la convinzione che Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato, non potesse condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria essenza divina. Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato” e non eterno, non può partecipare della sua sostanza (negazione della consustanzialità), e quindi non può essere considerato Dio allo stesso modo del Padre (il quale è ingenerato, cioè aghènnetos archè), ma può al massimo esserne una creatura: certamente una creatura superiore, divina, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Padre e Figlio non possono dunque essere identici, e il Cristo può essere detto “Figlio di Dio” soltanto in considerazione della sua natura creata, e non di quella increata, posta allo stesso livello di quella del Padre. Così facendo, Ario non negava di per sé la Trinità, ma la considerava costituita da tre persone, caratterizzata ognuna da una propria sostanza (treis hypostaseis).

[8] H. Leppin, Teodosio il Grande, Salerno editrice, 2008, pp. 28-34; M. Amabile, Nefaria Secta. La normativa imperiale ‘de Iudaeis’ tra repressione, protezione, controllo, I, Jovene, Napoli, 2018, p. 102.

Flavio Teodosio Augusto (in latino: Flavius Theodosius Augustus; Hispania, 11 gennaio 347 – Milano, 17 gennaio 395) è stato un imperatore romano dal 379 fino alla sua morte. Fu l’ultimo imperatore dell’impero romano prima della separazione tra Pars Occidentalis e Pars Orientalis. Nel 380 con l’editto di Tessalonica fece del Cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell’Impero; per questo fu chiamato Teodosio I il Grande dagli scrittori cristiani e le Chiese orientali lo venerano come santo.

[9] Avendo abbracciato il modello di vita ascetico, le agiografie che lo riguardano riferiscono abbia passato alcuni anni in solitudine e meditazione nel deserto, per poi tornare a Costantinopoli dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Valente il quale, seguace dell’eresia ariana aveva confiscato e chiuso i luoghi di culto dei cristiani fedeli al credo di Nicea. Secondo la leggenda Isacco, fattosi incontro all’imperatore, lo ammonì per ben tre volte di permettere ai sacerdoti “ortodossi” di officiare nelle proprie chiese e, a causa della sua insistenza, fu imprigionato per ordine dei Valente. Poco prima di essere arrestato profetizzò a quest’ultimo che avrebbe trovato la morte arso vivo nella campagna che si stava accingendo a porre in essere contro i Goti, che in quel periodo avevano oltrepassato il Danubio. L’imperatore morì effettivamente bruciato vivo nella sua tenda (o in altre versioni in un granaio), dove era stato trasportato ferito. Dopo la sua dipartita salì al trono Teodosio I il quale liberò Isacco, dichiarò fuorilegge l’arianesimo e riaprì le chiese al culto niceano. Isacco tornò allora alla vita monastica ma, invece che proseguire la propria ascesi nel deserto, fu convinto da un proprio discepolo a fondare un monastero all’interno delle mura di Bisanzio, che fu intitolato a Dalmato, egumeno successore del santo nella guida dello stesso. Morì il 30 maggio 383.

[10] Rufino nacque ad Elusa (odierna Eauze, nell’Occitania francese), una città della Gallia Aquitania, nel 335 circa da una famiglia gallo-romana. Alto, sempre in movimento e con lo sguardo penetrante, era acuto, ambizioso, avaro e senza principi, ma un cristiano zelante, è ricordato come poco pratico della lingua greca. Nel 388 fu nominato magister officiorum, nel 392 console, poi Prefetto del pretorio d’Oriente, entrando in conflitto con Promoto e Timasio, rispettivamente magister equitum e magister peditum di Teodosio I. Durante una discussione in un consiglio, Rufino insultò Promoto, il quale lo schiaffeggiò; Rufino si lamentò presso Teodosio, il quale affermò che se le cose non fossero mutate avrebbe nominato Rufino co-imperatore. Approfittando del favore dell’imperatore, Rufino consigliò a Teodosio di inviare Promoto in Tracia, ad occuparsi dell’addestramento delle truppe. Ad accompagnare Promoto al suo nuovo comando erano alcuni barbari, che segretamente si erano accordati con Rufino: all’improvviso questi assalirono Promoto e lo uccisero. Era il settembre 392. Subito dopo la morte di Teodosio nel gennaio del 395 Rufino tenne virtualmente il potere in Oriente esercitando la sua influenza sul giovane e debole Arcadio, a cui voleva far sposare la figlia. Le sue ambizioni furono però frustrate da un altro ministro imperiale, il praepositus sacri cubiculi Eutropio. Il 27 novembre del 395 fu ucciso dalle truppe orientali che l’imperatore aveva richiamato dall’Occidente su consiglio proprio di Rufino, che aveva così cercato di danneggiare il rivale Stilicone, magister militum dell’Impero romano d’Occidente, che stava marciando contro i Goti di Alarico. E fu proprio l’accusa di aver tramato l’assassinio di Rufino una delle motivazioni per cui Stilicone fu condannato a morte nel 408. Si veda: Rufino, Flavio, in Dizionario di storia, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010.

[11] E’ noto soprattutto per la ‘Vita’ scritta dal suo discepolo Callinico. Nato forse in Frigia, egli era figlio di un letterato che voleva ispirargli la passione della retorica, mentre la sua vocazione era quella di farsi monaco. Fuggito, si rifugiò in Tracia occupandosi come pastore, poi andò a raggiungere un ex soldato divenuto un’asceta, chiamato Giona e con lui fondarono un monastero raccogliendo un buon numero di confratelli, il convento venne assalito durante un’incursione degli Unni. Si spostò, insieme a Giona a Costantinopoli per chiedere aiuto contro queste incursioni a favore anche delle popolazioni che le subivano, qui ritrovò suo padre col quale si riconciliò. Verso il 400, attraversò il Bosforo e si sistemò nel monastero dei Rufiniani, chiamato così perché fondato dal pretorio Rufino qualche anno prima, presso la chiesa dei ss. Apostoli. Ipazio ebbe molte difficoltà con questa nuova destinazione sia per la condizioni dell’edificio andato in rovina, sia per le cattive disposizioni di alcuni suoi discepoli. Ospitò nel 403 i tre monaci egiziani perseguitati dal patriarca Teofilo detti “Fratelli lunghi”. Fu visitato varie volte dalle tre sorelle dell’imperatore Teodosio II, le quali venivano a chiedere la sua benedizione, lo stesso imperatore lo visitò due volte. Molto venerato dai contadini del circondario che gli attribuivano svariati miracoli. Combatté il nestorianesimo e si oppose alla restaurazione dei giochi olimpici da lui ritenuti una sopravvivenza del paganesimo. Morì a 80 anni nel 446, i Menologi dicono il 17 giugno. Abbiamo sei santi con il nome Ipazio di cui ben cinque sono martiri, ma tutti sono dell’Oriente Cristiano. Fonte: Sant’Ipazio egumeno, in Santi, beati e testimoni, < https://www.santiebeati.it/dettaglio/90622 >, (18/02/2023).

[12] La data di fondazione è ad oggi incerta.

[13] G. Dagron, Les moines et la ville. Le monachisme à Costantinople jusqu’au concile de Chaledione, in Travaux et Memors, 4 (1970), pp. 229-270.

[14] G. Colombas, Il monachesimo delle origini, Milano, Mondadori, 1984, pp. 76-79.

[15] Monastero di Akhtala nel nord dell’Armenia.

[16] M. B. Graziosi, Il monachesimo primitivo: sulle orme dei Padri del deserto, Roma, Monasterium, 2019, p. 23.

[17] C. Capizzi, La civiltà, cit., p. 76.

[18] G. Filoramo, Monachesimo orientale: un’introduzione, Brescia, Morcelliana, 2010, pp. 152-174.

[19] Giovanni Crisostomo (Antiochia di Siria, 344/354 – Comana Pontica, 14 settembre 407) è stato un vescovo e teologo greco antico. Fu arcivescovo di Costantinopoli. È commemorato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e dalle Chiese ortodosse orientali; è uno dei 36 Dottori della Chiesa Cattolica. La sua eloquenza, le sue doti retoriche nell’omiletica gli valsero successivamente l’epiteto Crisostomo (in greco antico: χρυσόστομος, chrysóstomos), letteralmente «bocca d’oro». Il suo zelo e il suo rigore furono causa di forti opposizioni alla sua persona. Dovette subire un doppio esilio e durante un trasferimento morì. Come filosofo e teologo, Giovanni è poco originale ma riecheggia – e trasferisce efficacemente nell’omiletica – temi della tradizione patristica greca e soprattutto della scuola antiochena. La sua personalità è quella di un uomo innamorato della morale, vissuta come “amore in atto”, desideroso di riformare la vita cristiana, secondo l’ideale delle primitive comunità cristiane concepite nello schema del cenobitismo.

[20] Severo di Antiochia, o Severo Antiocheno (Sozopoli, 465 circa – Egitto, 8 febbraio 538), è stato un arcivescovo e teologo bizantino, patriarca di Antiochia dal 512 alla morte. Severo può essere considerato il maggiore autore in materia di teologia cristiana vissuto nell’epoca giustinianea. La letteratura che fiorì in questo periodo fu principalmente dogmatica, nel senso che nel campo teologico, considerata conclusa la fase nota come Patristica con le decisioni del Concilio di Calcedonia del 451, l’interesse maggiore fu volto a definire il dogma nella sua essenza, in base a quanto raggiunto dalla teologia dei Padri della Chiesa. Severo aderì al monofisismo e per questo fu deposto dalla carica di vescovo. Data l’avversione dell’imperatore Giustiniano I al monofisismo, dovette abbandonare più di una volta la capitale. Tuttavia le sue furono posizioni conciliatorie tra il credo calcedoniano (cui aderì la chiesa di Costantinopoli) e la teologia monofisita, maggioritaria nel Vicino Oriente. Fu in rapporto con i più eminenti teologi della parte monofisita.

[21] Le notizie sulla vita di Anastasio sono scarse: è documentato ad Alessandria prima del 640 e poi ancora tra il 678 e il 689, durante il patriarcato del monofisita Giovanni III. Era ancora vivo trent’anni dopo il III concilio di Costantinopoli. Nel 599 venne eletto patriarca di Antiochia. Si ritirò prima a Gerusalemme, poi nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, dove visse fino alla morte guidando una comunità di anacoreti.

[22] Massimo il Confessore, o anche Confessore, (in greco antico: Μάξιμος ὁ ῾Ομολογητής, Máximos ho Homologētḗs; Costantinopoli, 580 circa – Lazica, 13 agosto 662) è stato un monaco cristiano e teologo bizantino, venerato come santo dalle Chiese cattolica e ortodossa. È chiamato il Confessore perché i fautori del monotelismo, senza martirizzarlo, gli tagliarono la lingua e la mano destra con le quali egli aveva per parola e per iscritto difeso l’ortodossia della fede cattolica.

[23] In giovane età, per le sue doti intellettuali e grazie alla posizione della sua famiglia, divenne consigliere del Califfo della sua città che, in un’epoca caratterizzata da convivenza e tolleranza religiosa in Palestina, lo nominò responsabile dell’amministrazione (ḥāǧib) a Damasco dove era ritenuto amico dell’Islam. Caduto in disgrazia presso il suo protettore, venne processato per tradimento e gli viene amputata la mano destra; miracolato, rinsediato, decise poi di allontanarsi da Damasco. L’amicizia con Cosma, un monaco siciliano rimpatriato come schiavo a Damasco, determinò in lui la decisione di ritirarsi come eremita assieme al fratello Cosma di Maiuma, futuro vescovo di Ma’lula. Si fece monaco al monastero Mar Saba, tra Betlemme e Gerusalemme, dove fu fatto presbitero e assunse l’incarico di predicatore titolare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Predicò e scrisse moltissimo, guadagnandosi la fama di “san Tommaso d’Oriente” e morì secondo la tradizione nel 749. Secondo altre fonti, ecclesiastiche e non, sarebbe nato nel 650 ed avrebbe vissuto quasi cento anni. La sua opera principale è il De Fide Orthodoxa, ma è ricordato anche il De haeresibus sulle eresie del Cristianesimo. Impegnato contro l’iconoclastia decretata dall’imperatore di Costantinopoli Leone III nel 726, le sue tesi prevalgono, insieme a quelle di san Germano di Costantinopoli, nel Secondo concilio di Nicea (787, dopo la sua morte).

[24] La sua vita è nota solamente attraverso le sue opere. Nel suo Commentario al Canone 7 del Sinodo di Neocesarea (314–25), Zonara menziona il secondo matrimonio dell’imperatore Manuele I Comneno con Maria d’Antiochia, che fu celebrato il 25 dicembre 1161. Ciò fa supporre che le cariche di cui parla in altri momenti siano state ricoperte sotto Giovanni II Comneno (1118–1143) o sotto Manuele I (1143–1180) e non sotto Alessio I Comneno, come si riteneva in precedenza. Zonara fu Πρωτοασηκρήτις (Protoasecrétis) o primo segretario privato dell’Imperatore, cioè capo della cancelleria imperiale. Fu anche δρουγγάριος τῆς βίγλης (drungarios tes bigles), titolo che nel XII secolo non indicava il capo della guardia del corpo imperiale, ma uno dei massimi cavalieri dell’Impero. In seguito si ritirò e passò il resto della sua vita scrivendo libri. Non è sicuro dove si sia ritirato: alcune fonti indicano Hagia Glykeria (Santa Glicerìa), un’isola della Propontide, nota anche con il nome di Niandro, altre un monastero sul Monte Athos.

[25] Gregorio Palamàs (in greco bizantino: Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; Costantinopoli, maggio 1296 – Tessalonica, 14 novembre 1359) è stato un monaco cristiano e arcivescovo ortodosso bizantino. Monaco del Monte Athos, teologo e mistico, divenne Arcivescovo di Tessalonica. È conosciuto come un eminente esponente della teologia esicasta e alcune delle sue opere sono raccolte nella Filocalia. Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamas), è commemorato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

[26] Bessarione, al secolo forse Basilio (in greco moderno: Βησσαρίων, traslitterato: Bessaríōn; Trebisonda, 2 gennaio 1403 – Ravenna, 18 novembre 1472), è stato un cardinale, umanista e filosofo bizantino.

[27] Isidoro di Kiev (in russo: Исидор, in ucraino: Ісидор; Malvasia, 1380/1390 – Roma, 27 aprile 1463) è stato un cardinale bizantino. Divenuto Metropolita di Kiev e di Mosca (cioè di tutta la Russia) fu promotore della riunione fra Chiesa ortodossa e Chiesa cattolica, nella permanenza del rito orientale, come concordato nel concilio di Firenze. Ma, tornato a Mosca, venne respinto come ”apostata” dal Gran Principe di Mosca e dal Sinodo del clero ortodosso russo, rimasti antiromani, per aver promosso la riunione delle due Chiese sia pur in vista dell’aiuto militare occidentale a Costantinopoli, allora minacciata dai Turchi, benchè non voluta da gran parte del clero russo.

Riccardo RENZI (1994). Dopo la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino, discutendo una tesi recante titolo “La nobiltà in Francia nei primi due secoli dell’età moderna” (febbraio 2017), ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Macerata discutendo una tesi dal titolo “Latin historian’s manuscripts and incunabola preserved at Fermo Public Library Romolo Spezioli” (ottobre 2020). Ha inoltre conseguito una Summer school in metrica e ritmica greca presso la Scuola di metrica dell’Università di Urbino (2016), il percorso psico-pedagogico per l’insegnamento (24 CFU) presso l’Università di Macerata (2019) e i diplomi in LIM e Tablet. Nell’ottobre 2022 consegue il Master di primo livello in “Operatore delle biblioteche”. Ha insegnato materie letterarie presso l’Istituto di Formazione Professionale Artigianelli di Fermo dall’ottobre 2021 al marzo 2023, attualmente, dopo la vittoria del concorso pubblico di categoria D1 presso il IV settore del Comune di Fermo, lavora come Istruttore Direttivo presso la Biblioteca civica Romolo Spezioli di Fermo. È membro dei comitati scientifici e di redazione delle riviste Scholia e Il Polo, è inoltre vicedirettore della rivista Scholia (Didattica) e membro del comitato scientifico del Centro Studi Sallustiani. È inoltre socio dell’Aib, della Società Dantesca Fermana, dell’Unipop di Fermo e dell’Associazione teste di Rapa di Rapagnano. Per contattare l’autore clicca qui !

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