I francescani passarono dalla predicazione alla pratica quando si resero conto che una delle principali cause di povertà erano i tassi di interesse nei prestiti. Uno dei motivi che infatti li spinse a fondare i Monti di Pietà fu quello di frenare, o almeno cercare di rallentare l’attività chirografaria degli ebrei, che stava “appestando” le maggiori città della Penisola[10], riducendo molta gente in uno stato di miseria assoluta[11]. È qui allora che si apre quella pagina della storia della Chiesa e dell’Ordine francescano, che vede questi ultimi contrapporsi duramente all’usura ebraica nelle varie città italiane. La documentazione sulla questione risulta essere avara per quasi tutto il Quattrocento, ma con lo scavallare del secolo si fa improvvisamente abbondante e attenta alle minuzie. L’invenzione dei Monti di Pietà fu tutta francescana com’è ben esplicitato da Bernardinus de Bustis nel suo Defensorium: «inventato e raccomandato dai francescani»[12]. Con tutta probabilità i portatori di tale idea così rivoluzionaria furono i grandi nomi dell’Osservanza socialmente impegnata, quali Giacomo della Marca, Michele da Milano, Marco da Montegallo, Barnaba da Terni e Fortunato da Perugia. Dall’idea astratta alla concreta fondazione dell’istituto, il passaggio fondamentale si ebbe attraverso un’azione collegiale e corale che portò alla fondazione del Monte di Pietà di Perugia[13]. Sono proprio questi predicatori, la parte attiva dell’Osservanza, che passando nelle varie città della Penisola, spingono i loro governatori a fondare tale istituzione. Questo lo si evince chiaramente da una lettura attenta delle fonti storiche, quasi sempre, qualche mese dopo il passaggio del predicatore, nella città andrà a sorgere il Monte di Pietà. Questo è un dato ricorrente e di un’evidenza folgorante. L’Holzapfel elenca un’ottantina di nomi[14], oggi se ne conoscono quasi il doppio. L’importante non è conoscere i nomi dei predicatori più importanti, ma sapere che intorno a questi ne ruotavano centinaia di minori. Tale esercito, sembra questa l’immagine più appropriata da dare a tale orda di predicatori, dal punto di vista storico cronologico, ci si presenta distribuito in una triplice ondata d’assalto: un primo periodo che va dalle origini sino all’inizio dell’opera montuaria di Bernardino da Feltre, il periodo successivo a questo sino al 1515 e quello sino alla metà del Cinquecento[15].
La comunità ebraica di Fermo registrò un costante sviluppo sino al XV secolo. L’attività finanziaria ebraica iniziò a calare tra il 1465 e il 1500. Proprio in questo periodo ci fu il tentativo di istituire a Fermo un Monte di Pietà. Nei registri degli “istrumenta” e in quelli degli “acta diversa” non compaiono più capitolati tra Fermo e gli ebrei, questo dato indica che le transazioni di denaro si erano interrotte. La causa dello dell’arresto dell’attività finanziaria è da attribuire alle predicazioni degli Osservanti e di San Giacomo della Marca. San Giacomo deve la sua vicinanza alla Città del girfalco principalmente per due motivi:
- per un motivo geografico, poiché il Santo era originario di Monteprandone;
- poiché ebbe strettissimi rapporti con i vescovi di Fermo della famiglia Capranica[16].
Di Fermo era l’ostetrica, se così la possiamo chiamare, che assistette la madre di San Giacomo durante il parto, questa notizia è riportata da Fra Venanzio, biografo del Santo, «Et questo l’o saputo io già parechi anni che io era con sua paternità, a la cità di Fermo, da una gentile donna antiqua chiamata madona Masina e lei lo aveva saputo da la mammana che se trovò quando el beato Jacopo nacque»[17]. A questi elementi si aggiunga che la comunità francescana di Fermo era molto numerosa e la Città risentiva della loro presenza[18]. Inoltre nel XIV secolo molti dei francescani fermani avevano aderito al movimento dei Fraticelli, erano infatti presenti sia Clareni che Apostoli, e ciò aveva comportato che anche il vescovo della Città fosse inquisito[19]. Stando alla documentazione a noi pervenuta, il Santo sicuramente non ha visitato la Città prima del 1442, anche perché egli stette fuori dall’Italia, quasi ininterrottamente, dal 1439 fino al 1440[20]. La prima presenza documentata del Santo in Fermo è quella del primo febbraio 1442, quando venne in Città per la Quaresima[21]. Nell’aprile del medesimo anno San Giacomo fondò in Fermo il convento situato vicino alla chiesetta di San Martino in Varano, concessagli dai canonici della cattedrale e da papa Eugenio IV[22]. Di seguito la Breve papale: «Bulla Eugenii pape directa communi et prioribus civitatis Firmi qua eis facultatem concedit fabricandi domum et ecclesiam pro fratibus et religiosis ordinis minorum sancti Francisci de Observantia. Datum anno Domini 1442, pontificatus anno duodecimo»[23]. Il convento fu restaurato e riadattato in circa un anno grazie al lavoro dei Fermani[24]. Costituito il convento giovani molti Fermani vi entrarono per vevere in povertà, tra questi uno dei più noti fu certamente Bonaventura Paccaroni[25].
San Giacomo tornò a Fermo nel 1446 per pacificare i Fermani e gli Ascolani[26]. Il fatto che San Giacomo intervenisse direttamente ai fini della risoluzione di diatribe tra comunità, non ci è nuovo. A tal proposito ricordiamo le tante pubblicazioni sul tema di Giacinto Pagnani, tra le quali S. Giacomo della Marca paciere tra le comunità di Monteprandone e Acquaviva Picena e S. Giacomo della Marca pacificatore della Marca maceratese[27]. Va immediatamente sottolineato come l’intervento del Santo spesso fu risolutore. Un episodio particolare, oltre a quello Fermano di cui si è parlato sopra, è quello che lega San Giacomo alla pacificazione tra Monteprandone e San Benedetto del Tronto.
Tornando a Fermo, la Città del girfalco oltre che aderire all’accordo discusso e approvato in consiglio il 29 maggio del 1446 aveva anche concesso al Santo l’utilizzo dello stemma della Città[28]. Questo è sicuramente un segno di profonda fiducia e rispetto nei confronti del Santo da parte della Città. San Giacomo spinse il Comune a fare interventi a favore di vedove, ammalati e orfani[29]. Il Santo ricorda la sua predicazione nel territorio fermano anche nei suoi codi autografi, a tal proposito emblematico risulta l’ms. 60, dal quale emerge il fatto che in quegli anni ricopriva la carica di guardiano del convento di Massa Fermana: «In custodia firmana: in loco Massese de quo fuit guardianus frater Jacobus»[30]. San Giacomo, in compagnia di San Bernardino da Siena, visitò il territorio fermano in lungo e in largo: «Riccordo quando ti portai nella Marca e noi due andammo in giro per elemosina»[31]. I miracoli compiuti da San Bernardino sono tutti riportati dettagliatamente nei manoscritti autografi 60 e 46 bis conservati entrambi presso la Biblioteca di Monteprandone.
San Giacomo tornò a Fermo, secondo il Wadding[32], nel 1454 per pacificare i Fermani e gli abitanti del castello di Sant’Elpidio a Mare, ove per riconoscenza gli venne concesso un convento[33].
La presenza di San Giacomo nel territorio fermano è ben radicata e ricca di testimonianze, per tale ragione torneremo sull’argomento con ulteriori approfondimenti.
Per quanto riguarda l’Italia tale aspetto è sottolineato dai lavori di: W. Capezzali, San Giovanni da Capestrano e l’Osservanza francescana: spiritualità, ospedali, monti di pietà e pacieri nel 15. Secolo, in Centenario dell’istituzione dell’ordine provinciale dei medici chirurghi e degli odontoiatri L’Aquila, L’Aquila, Tipolito, 2012, pp. 5-11; P. Monacchia, I Monti di Pietà di Perugia (1462) e Assisi (1468), in Franciscana, Bollettino della Società internazionale di studi francescani, 14(2012), pp. 305-310. Per lo sviluppo dell’Istituzione in Spagna è fondamentale il lavoro di Martin Carbajo Nunez, Monti di Pietà ed etica economica: il contributo francescano.
Note
[2] M. G. Muzzarelli, I Monti di pietà ovvero scommettere sui poveri meno poveri, in (a cura di A. Chili) Quaderni della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, XI (2006), pp. 17-27.
[3] A. Giddens, La terza via, Milano, Malden, 2001.
[4] M. G. Muzzarelli, I Monti di pietà, cit., p. 18.
[5] Si consiglia la lettura di: P. Bargellini, S. Bernardino da Siena, Padova, Banca Antoniana, 1988.
[6] G. Sartorelli, San Giovanni da Capestrano atleta di Cristo, L’Aquila, L. U. Iapadre, 1986.
[7] G. Fiori, San Giacomo della Marca, Roma, Ed. di Fiamma nova, 1964.
[8] G. Garrani, Il carattere bancario e l’evoluzione strutturale dei primigenii Monti di pietà: riflessi della tecnica bancaria antica su quella moderna, Milano, Giuffrè, 1957, pp. 27-34.
[9] A. Ghinato, Vita religiosa nel Quattrocento italiano: apostolato religioso e sociale di S. Giacomo della Marca in Terni, Roma, Edizioni francescane, 1956, pp. 62-63.
[10] D. D’Ingecco, Monti di pietà e monti frumentari tra Umbria e Marche, Foligno 2006, pp. 105-109.
[11] R. Scuro, Il credito gestito dai non-cittadini: i banchieri ebrei a Vicenza e Bassano nel Quattrocento, in Identità cittadina e comportamenti socio-economici tra Medioevo ed età moderna, Bologna 2007, pp. 54-72.
[12] G. Caselli, Studi su S. Giacomo della Marca: pubblicati in occasione del 2. centenario della sua canonizzazione, Offida, N. P. De Sanctis, 1926, p. 133.
[13] G. Caselli, Studi su S. Giacomo, cit., p. 110.
[14] H. Holzapfel, Le origini dei Monti di Pietà (1462-1515), in La Verna, rivista illustrata sanfrancescana storico-sociale, anno 1904-5, n. 20.
[15] Ivi, p. 11.
[16] M. Catalani, De vita et scriptis Dominici Capranicae cardinalis antistitis Firmani commentarius accedit Appendix monumentorum, et Corollarium de cardinalibus creatis nec promulgatis, Firmi, Jos. Augustinus Paccaronius excudit in officina Firmana Palladis, 1793, pp. 110-112.
[17] D. G. Caselli, Studi su S. Giacomo della Marca: pubblicati in occasione del 2. centenario della sua canonizzazione, Offida, Tip. De Sanctis, 1926, p. 119.
[18] Basta ricordare quante volte i luoghi fermani sono menzionati nei Fioretti di S. Francesco.
[19] M. Catalani, De Ecclesia Firmana ejusque episcopis et archiepiscopis commentarius, Firmi, ex typographia Josephi Augustini Paccaroni, 1783, p. 212; Fermo, Biblioteca civica “Romolo Spezioli”, Fondo manoscritti, D. Brancadoro, Notizie istoriche della città di Fermo, c. 242; per la presenza dei Clareni a Fermo si veda Archivio Arcivescovile della diocesi di Fermo, Archivio metropolitano del Capitolo di Fermo, Index, Visita alla chiesa di Santa Maria dei frati Clareni, 27 ottobre 1565.
[20] A. Talamonti, Cronistoria dei frati minori della provincia lauretana delle Marche, Sassoferrato, Scuola tipografica francescana del collegio dei piccoli missionari di S. Antonio, 1941, pp. 192-195; S. Bracci, San Giacomo della Marca : l’avventurosa vita di un predicatore taumaturgo del Quattrocento, Gorle, Bg. : Velar, 2022, pp. 234-256.
[21] G. De Minicis, Cronache della città di Fermo. pubblicate per la prima volta ed illustrate [da] Gaetano De Minicis vice presidente della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie della Toscana, dell’Umbria e delle Marche ; colla giunta di un sommario cronologico di carte fermane anteriori al secolo 14. con molti documenti intercalati a cura di Marco Tabarrini segretario della detta R. Deputazione, Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1870, p. 75; A. Di Nicolò, Cronaca della città di Fermo, edizione critica e annotazioni di Gaetano De Minicis; introduzione e traduzione Paolo Petruzzi, Fermo, Andrea Livi editore, 2008, pp. 87-90.
[22] G. De Minicis, Cronache, cit., p. 76.
[23] Archivio di Stato di Fermo, Bulla pape Eugenii, 4 aprile 1442.
[24] A. Di Nicolò, Cronaca, cit., p. 89.
[25] Ibidem.
[26] G. Pagnani, Federazione tra Ascoli e Fermo promossa da San Giacomo della Marca, in Picenum Seraphicum, anno VII, 1970, pp. 209-221.
[27] G. Pagnani, S. Giacomo della Marca paciere tra le comunità di Monteprandone e Acquaviva Picena, in Picenum Seraphicum, VIII, 1971, pp. 178-187; G. Pagnani, S. Giacomo della Marca pacificatore della Marca maceratese, in Annali della Accademia dei Catenati, (1967-68), pp. 121-130.
[28] Archivio di Satato di Fermo, Registro Litterarum, I, cc. 73r-73v, anno 1446.
[29] Archivio di Satato di Fermo, Registro Litterarum, I, c. 27, 4 maggio 1446.
[30] Monteprandone, Biblioteca San Giacomo della Marca, ms. 60, c. 15r.
[31] Monteprandone, Biblioteca San Giacomo della Marca, ms. 60, c. 224r.
[32] Luca Wadding è considerato uno dei massimi storici del francescanesimo.
[33] L. Wadding, Annales, anno 1454, p. 29.
Riccardo RENZI (1994). Dopo la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino, discutendo una tesi recante titolo “La nobiltà in Francia nei primi due secoli dell’età moderna” (febbraio 2017), ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Macerata discutendo una tesi dal titolo “Latin historian’s manuscripts and incunabola preserved at Fermo Public Library Romolo Spezioli” (ottobre 2020). Ha inoltre conseguito una Summer school in metrica e ritmica greca presso la Scuola di metrica dell’Università di Urbino (2016), il percorso psico-pedagogico per l’insegnamento (24 CFU) presso l’Università di Macerata (2019) e i diplomi in LIM e Tablet. Nell’ottobre 2022 consegue il Master di primo livello in “Operatore delle biblioteche”. Ha insegnato materie letterarie presso l’Istituto di Formazione Professionale Artigianelli di Fermo dall’ottobre 2021 al marzo 2023, attualmente, dopo la vittoria del concorso pubblico di categoria D1 presso il IV settore del Comune di Fermo, lavora come Istruttore Direttivo presso la Biblioteca civica Romolo Spezioli di Fermo. È membro dei comitati scientifici e di redazione delle riviste Scholia e Il Polo, è inoltre vicedirettore della rivista Scholia (Didattica) e membro del comitato scientifico del Centro Studi Sallustiani. È inoltre socio dell’Aib, della Società Dantesca Fermana, dell’Unipop di Fermo e dell’Associazione teste di Rapa di Rapagnano. Per contattare l’autore clicca qui !
