Riflessioni psico-giuridiche sul processo contro i Templari

Riflessioni psico-giuridiche sul processo contro i Templari. Viaggio in soggettiva tra storia e psicologia di Simone De Fraja, Marco Strano, Diego Volpe

Molti di coloro che studiano la storia dei Templari si appassionano delle loro gesta militari in Terrasanta, della loro organizzazione in Europa, delle loro ricchezze e del loro rigore spirituale ma difficilmente si interrogano su ciò che deve ragionevolmente essere passato per la testa di quei Cavalieri nel periodo in cui l’Ordine del Tempio è caduto e sono iniziati gli arresti, le torture e, alla fine, sono giunte le esecuzioni. Ed è quello che invece si sono chiesti gli autori di questo articolo. Tre autori molto diversi tra loro: uno studioso del medioevo, di fortificazioni, avvocato penalista e criminologo (Simone De Fraja), uno psicologo e criminologo (Marco Strano), uno studente universitario di storia da sempre appassionato di Templari (Diego Volpe).
Accumunati però da un’idea ambiziosa: comprendere ed analizzare una serie di accadimenti drammatici, vissuti “in soggettiva” da coloro che li hanno subiti. Una sorta di esperimento per ipotizzare i pensieri le emozioni ed i traumi psicologici di uomini, vissuti più di settecento anni fa, immersi in una cultura e in una organizzazione sociale completamente diverse da quelle attuali.
In un libro in corso di pubblicazione dal titolo “Il Trauma dei Templari” i tre autori di questo articolo tentano questo viaggio lungo la storia e le vicende giuridiche e psicologiche del “Processo ai Templari”. Cerchiamo, qui di seguito, di delineare i contenuti salienti dell’opera che sarà disponibile nelle librerie a decorrere dal mese di marzo prossimo.
Riuscire a mettere in ginocchio un sodalizio potente e stimato quale era quello dei Templari non era cosa agevole, anche per un soggetto potente come il Re di Francia.
Serviva quindi, qualcosa che minasse la loro credibilità prima di procedere a una aggressione di tipo giudiziario e subito dopo politica ed economica. Per questo motivo il Re di Francia attivò una vera e propria “macchina del fango”.
In effetti all’inizio del secolo XIV, nel vecchio mondo, già circolavano voci e commenti su una presunta condotta “poco ortodossa” dei Cavalieri del Tempio.
Ciò derivava non soltanto dalla recente perdita di Acri e dalla costituzione del nuovo potentato di Cipro ma soprattutto dalla fortuna economica che i Templari erano riusciti a costruire con una capillare organizzazione tra outremer e vecchio continente, grazie alla minuziosa gestione di proprietà, capitali, fondi terrieri e fondi economici che venivano loro affidati o di cui venivano in possesso.
In quell’epoca storica una diceria che si trasformava in sospetto, seppur infondata o non provata oppure una delazione anonima circa comportamenti riprovevoli, era sufficiente ad innescare la macchina dell’Inquisizione.
Si trattava quindi di attivare ed accendere l’ostilità popolare nei confronti dell’Ordine prima di aggredirlo sul piano giudiziario.
Sta di fatto che il “trauma dei Templari” comincia quasi certamente ben prima del loro arresto, già ragionevolmente si manifesta in loro quando iniziano a diffondersi le dicerie sapientemente pilotate al fine di minare la loro onorabilità.
Persone abituate da sempre a ricevere consensi e rispetto iniziano a percepire intorno a se il sospetto e l’ostilità del tessuto sociale ma anche le incertezze della struttura ecclesiastica del tempo.
Secondo gli storici, già a partire dal 1305 la credibilità e la stima dell’Ordine stavano infatti vacillando e le dicerie venivano metodicamente raccolte dai funzionari più vicini al Re in modo che potessero poi divenire il seme per la costruzione di una solida attività inquisitoriale.
I gravissimi sospetti su condotte non ortodosse del Tempio, che si concretizzeranno in capi d’accusa nel giro di poco tempo, provengono verosimilmente anche da una congerie di affermazioni negative e da personaggi ormai al limite, o apostati, dell’Ordine.
Questo ci porta a condividere l’ipotesi che l’Ordine dei Templari fosse in apparenza un gruppo tendenzialmente coeso e solidale ma che al suo interno, come è normale, ci fossero comunque alcuni individui non integrati e in posizione conflittuale rispetto agli altri.
Per i Templari, scoprire che anche alcuni dei “fratelli” potessero aver tradito l’Ordine deve essere stato certamente un ulteriore trauma.
Ad esempio, dopo i primi arresti, Esquin de Florian, aveva inviato direttamente al Re di Aragona, il cui regno si affacciava oltre i Pirenei, una lettera delatoria in cui accusava i Templari non solo di peculato, superbia o illeciti finanziari derivanti dagli ingenti traffici economici e commerciali, ma anche di turpitudini di stampo religioso capaci di destabilizzare l’Ordine, reati ereticali commessi in un ordine religioso di fondamentale potenza militare ed economica.
Per quanto possa essere frutto di esagerazione o montatura di una diceria, di fatto vi erano tutti i presupposti per accusare i frati di eresia, reato per il quale era competente l’Inquisizione, organismo che, per lo svolgimento dei suoi compiti, si avvaleva del braccio secolare della legge, cioè delle strutture giudiziarie dello Stato di Filippo IV.
Inoltre alcune spie istruite dal Re, a fronte dell’incalzare delle malevoli dicerie, erano state inviate in anonimato all’interno dell’Ordine riportando e confermando che colà si compivano “rituali immondi” e che coinvolgevano la sodomia ed il rinnegamento di Cristo.
Tra gli scontenti, che la potenza dell’Ordine aveva risvegliato nel corso del tempo, o comunque tra gli adepti insoddisfatti, vi fu anche Jean de Folliaco; egli fu uno dei primi Templari ad essere sentito ed interrogato e dichiarò, il 19 ottobre 1307, che non gradiva far parte dell’Ordine e di volerne uscire:  “Ma [Johannes de Foulleyo] stesso poi ritornando in cuor suo ebbe deliberazione e consiglio col defunto maestro Bonifacio Lombardo, già difensore della giurisprudenza parigina, su questo argomento e se potesse discostarsi dal suddetto ordine; e sebbene non sapesse come consultarlo pienamente, tuttavia riguardo al suo consiglio lo stesso fratello Giovanni protestò davanti al tribunale ufficiale di Parigi, essendo allora il seggio vacante, che non gli piaceva il detto ordine, e che ne uscirebbe volentieri se osasse o potesse; sigillare col sigillo del suddetto funzionario, come ha detto”.
La frase che secondo gli inquisitori sarebbe stata pronunciata dal Templare Johannes de Foulleyo vale a dire “che non gli piaceva il detto ordine, e che ne uscirebbe volentieri” è uno dei tanti esempi di circostanze che lasciano immaginare una reazione “non univoca” dei Cavalieri all’aggressione subita dal proprio Ordine e dei complessi meccanismi psicologici che è necessario sondare per tentare di comprendere questo importante accadimento della storia.
Perdita di status e trauma psicologico
Possiamo definire lo status sociale come la posizione (più o meno elevata) che un individuo occupa nella scala di potere e di prestigio di una società.
Il concetto di status è inoltre strettamente legato alla stratificazione sociale in quanto i membri con uno status simile interagiscono principalmente fra di loro.
È opportuno ricordare che nell’ambito dell’Ordine dei Templari, i Cavalieri, quasi sempre, provenivano dalla nobiltà e quindi già da uno status abbastanza elevato mentre i Sergenti provenivano da ambienti più popolari e con l’ingresso nell’Ordine acquisivano un notevole incremento del loro prestigio personale.
Ad ogni modo per tutti i Templari lo status sociale era comunque fortemente correlato all’appartenenza all’Ordine e al prestigio ed al potere goduti da esso.
Quindi nello sconcerto generale che la notizia dell’arresto dei Templari aveva causato, forse ci fu iniziale incredulità anche da parte dei Templari stessi i quali ben sapevano di essere un Ordine “esente” e che nulla poteva toccarli se non una volontà contraria del Papa: era stato fino a quel momento un Ordine privilegiato ed inattaccabile e di questo i cavalieri del Tempio nutrivano una ragionevole certezza.
Si pensi che per il cubiculario di Clemente V il fatto che i Templari fossero un Ordine esente era garanzia di inattaccabilità e sicurezza; ciò può anche apparire forse come un eccesso di zelo e di ingenuità nella valutazione delle cose e degli interessi economici in gioco: forse la valutazione di un puro, un idealista contro la realtà fattuale.
Quello che è facilmente intuibile è che i Templari, infangati, arrestati e poi rinchiusi nelle carceri francesi, abbiano certamente percepito una repentina perdita del loro (elevato) status sociale ma, soprattutto, abbiano cominciato a rendersi conto che il loro “gruppo di status” non poteva più assicurargli quella tutela e quella immagine pubblica di cui fino a poco tempo prima avevano goduto.
È stato Max Weber che per primo ha proposto il costrutto teorico dei “gruppi di status”, delle comunità che “si basano su idee di stili di vita e sull’onore che il gruppo di status afferma e viene dato da altri”.
Alcuni gruppi di status hanno forti tradizioni e una ricca simbologia e si ammantano di prestigio, privilegio e onore. Ed i Cavalieri del Tempio sembrano incarnare perfettamente queste caratteristiche.
Secondo il sociologo tedesco coloro che appartengono a un gruppo di status tendono solitamente ad impegnarsi con persone di status simile e sono molto attente alla tutela e conservazione della loro comunità.
Utile poi ribadire che lo status sociale dei Templari era inoltre, rispetto alle categorizzazioni weberiane, in parte di tipo “acquisito” e non solo basato sulla discendenza da casati nobiliari e prestigiosi.
Questa “acquisizione di status” rappresentava certamente un forte collante interno all’organizzazione, permeata di una certa cultura meritocratica e di reciproco rispetto tra soggetti posti su diversi livelli della scala gerarchica interna.
La repentina perdita di uno status sociale prestigioso e conquistato in base ai propri meriti, che prima del processus era certamente molto legato all’appartenenza all’Ordine dei Templari, ha condotto rapidamente i Cavalieri del Tempio a ritrovarsi in una condizione dove l’appartenenza al loro “gruppo” era invece segnata pubblicamente come cosa ignominiosa.
Questo veloce quanto inaspettato cambio di prospettiva deve aver ragionevolmente influenzato la loro autostima e la loro identità, generando nei Templari imprigionati sentimenti di angoscia e frustrazione.
L’arresto, l’inizio del dramma
La “Cronica” di Guillaume de Nangis, precisa che “il giorno venerdì 13 ottobre 1307 tutti i Templari che si trovavano in Francia, quasi alla stessa ora ed allo stesso momento, sul fare del giorno se non all’alba, in forza di un ordine del Re, vennero catturati e condotti in diversi luoghi di detenzione”. Tra questi viene fermato e catturato anche il Gran Maestro Jacques de Molay.
L’operazione di cattura dei Templari scattò alle prime luci del giorno 13 ottobre 1307 quando gli uomini del Re, secondo le istruzioni ricevute un mese prima, si diffusero capillarmente sul territorio per raggiungere le grange e le precettorie oltre che la casa del Tempio di Parigi.
Deve essere sottolineato che secondo alcuni storici la sorpresa da cui i Templari parvero essere còlti non fu assoluta: molti infatti riuscirono a fuggire ed evitare la cattura. D’altronde l’ordine regale, per quanto segreto, dovette passare di mano in mano ai vari funzionari e messaggeri per coordinare il piano ben premeditato; una fuga di notizie appare quindi davvero possibile nel giro di un mese (da settembre a ottobre 1317) anche se prove certe in tal senso non ne sono emerse.
Ciò nonostante non ci sembra difficile immaginare quale condizione di frastornamento possano aver vissuto i Cavalieri del Tempio quando le prime notizie dell’operazione in atto si stavano diffondendo ed erano giunte nelle sedi centrali, nelle varie precettorie e negli altri distaccamenti periferici.
Molti di loro certamente increduli rispetto a degli accadimenti che non avevano messo in conto con l’ingresso nel prestigioso Ordine, molti, ragionevolmente, assaliti da un turbine di emozioni.
Comunque, anche se eventualmente raggiunti dalla notizia dell’imminente arresto, molti Templari contarono molto probabilmente sull’indifferenza da parte della giustizia non ecclesiastica ovvero contarono sull’abnormità delle accuse loro rivolte sapendo che l’Ordine era sottoposto di fatto solo al Papa e per questo motivo si lasciarono catturare abbastanza docilmente dagli emissari del Re.
Questo, d’altro canto, fu la causa della vera incredulità dei Cavalieri del Tempio dinanzi “all’operazione di polizia” di Filippo il Bello.
Ad esaltare i funzionari incaricati della missione ed a fomentare l’odio verso i Templari oltreché il senso di potenza verso gli stessi, furono proprio le parole con cui il Re di Francia, un mese prima dell’arresto, aveva corredato l’ordine di cattura del 14 settembre 1307.
L’ordine per l’arresto dei Templari diramato nel 1307 inviato in tutto il Regno è un modello d’uso disumanizzante del linguaggio. Ogni parola è scelta con l’obiettivo di colpire emotivamente sia gli esecutori che i destinatari dell’ordine al fine di creare un artificioso sensazionalismo per esporre i Templari oltre i confini dell’umanità.
È un messaggio potente e deflagrante quello che compone e lancia Filippo IV, con l’aiuto del proprio consigliere Nogaret; un messaggio capace di scuotere le coscienze di tutti, operativo e strumentale per far precipitare la reputazione dell’Ordine del Tempio, sino ad ora immacolata ed avvolta da “prestigiosa onestà”, nel fango più profondo.
Le accuse contenute nell’ordine di arresto facevano presa sia perché provenienti da una fonte autoritaria, come il sovrano che si ergeva a difensore della Chiesa, sia perché i Templari erano, comunque, un ordine segreto e ritualistico di cui comunque tutti si fidavano per le capacità economiche, per le operazioni valorose in campo militare svolte oltremare e per i nobili compiti di assistenza e difesa della Cristianità da sempre attuati.
Come noto l’arresto effettivo dei Templari, dai maggiori dignitari ai semplici custodi delle grancie od anche semplici laboratores, spesso braccianti analfabeti, che erano entrati nell’Ordine attraverso il rituale d’ingresso, avvenne circa un mese dopo, il 13 ottobre 1307.
Tenuta Parigi e gli stessi Templari in tensione per alcuni giorni, solo la domenica successiva all’arresto, quando le persone erano libere dalle occupazioni, fu indetta un’assemblea, aperta anche alla folla, ove furono rese pubbliche le accuse al Tempio; anche il luogo del raduno giocava un ruolo scenografico, d’impatto emotivo della folla: gli Stati Generali furono convocati, alla presenza della folla, nello sconfinato e sontuoso recinto dei giardini reali.
L’enfasi giuridica del tempo, con cui si apre «l’ordre de arrestation», stilisticamente elaborata in modo da infiammare e motivare gli uomini di legge nelle cui mani dovette capitare il detto atto, si corredava di una seconda parte meno roboante ma pratica, scritta in volgare, per coloro che, di fatto, avrebbero dovuto operare sul campo: una sorta di vademecum su come eseguire le operazioni di cattura.
Con questa chiamata all’odio e sobillazione degli animi Filippo di Francia preparava, nel settembre 1307, il terreno per la costruzione dell’impalcatura del processo per eresia.
Da qui, la parte trainante de «l’ordre de arrestation» prosegue comandando di catturare tutti i Fratelli dell’Ordine senza eccezione alcuna, di trattenerli come prigionieri per riservarli al giudizio della Chiesa, di requisire i loro beni, mobili ed immobili che, nelle more, sarebbero stati amministrati dallo Stato.
Per i Cavalieri del Tempio, essere etichettati come “gente immonda” e “lupi travestiti da agnelli” deve aver sortito un effetto altamente traumatizzante.
Un forte attacco alla loro immagine pubblica ma soprattutto un elemento in grado di incrinare quell’immagine di “guerriero puro al servizio di Dio” su cui ognuno di loro aveva costruito e organizzato il proprio Sé.
Una operazione di arresto ben pianificata
Ad ogni modo a partire dal 14 settembre 1307 tutti i servitori di Filippo il Bello erano al corrente di dover agire contro il Tempio.
Nulla quindi apparentemente destava sospetti nel Maestro dei Cavalieri del Tempio riguardo l’imminente aggressione. E se questa ipotesi dovesse essere la situazione realmente concretizzata, l’arresto deve aver significato per i Templari un trauma psicologico ancor più grave.
Se questa teoria è giusta la mattina di quel fatidico venerdì nero venne messa in atto una inaspettata, violenta e repentina azione contro i Cavalieri Templari che in gran numero vennero presi alla sprovvista.
I Templari vennero presumibilmente svegliati dal forte rimbombo delle porte infrante, cardini e serrature forzate e gli uomini del Re di Francia fecero irruzione nella maniera più violenta e diretta possibile.
Sta di fatto che poco dopo si trovarono incatenati e portati via dalla loro casa, dalla loro famiglia, verso un destino ignoto e di certo da loro subito percepito come ingiusto. Molti di loro non erano neanche al corrente del motivo del loro arresto. Qualcuno forse tentò di reagire ma con scarsi risultati.
L’operazione avvenne contemporaneamente in tutta la Francia: i cavalieri vennero arrestati, resi inoffensivi ed incarcerati per volere del Re, che di fatto violava il diritto canonico ed ignorava le prerogative del Papa.
Per capire quanto efficace e traumatico deve essere stato questo arresto, bisogna pensare che la maggior parte dei possedimenti templari in Francia (ed in Europa) non erano organizzati o adeguati a resistere ad un’offesa bellica.
In Francia i Templari avevano possedimenti, spesso aziende agricole, ogni venti/trenta chilometri e molti di questi erano indifesi e sguarniti e di certo mai si sarebbero aspettati un’operazione del genere.
Le possibilità di opporsi militarmente al loro arresto erano quindi assai modeste. Insomma una operazione progettata nei minimi particolari e certamente frastornante e traumatizzante per la maggior parte dei Templari arrestati. L’effetto voluto, lo ”stordimento” dei Cavalieri, così era stato raggiunto.
E sul fatto che i Templari, pur se temprati da mille battaglie e dalla vita monastica, possano aver avuto conseguenze anche psicologiche gravi dalla loro persecuzione, crediamo di poter dichiarare il nostro convincimento.

Simone De Fraja, avvocato, saggista e studioso del periodo medioevale. Il suo interesse si è concentrato in particolare sulla storia del territorio della città di Arezzo, ove vive; esperto di castellologia con speciale riferimento alle fortificazioni locali nonché del Vicino Oriente in ordine alle quali ha tenuto alcuni interventi e conferenze, si è occupato altresì del pensiero neoclassico ed esoterico del secolo XVI ed ha condotto ricerche sull’argomento. È membro di associazioni culturali cittadine e nazionali, per la Società Storica Aretina è membro del Comitato Scientifico di redazione, Consigliere, Vicepresidente nonché socio fondatore. È Consigliere Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli, collabora con il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze. È autore del saggio “Morti grottesche di personaggi illustri nel medioevo” Letizia Editore, Arezzo, 2022. Per contattare l’autore clicca qui !

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