Totila, l’esordio di un giovane re

Totila, l’esordio di un giovane re di Federico E. Perozziello

La vittoria di Belisario nella prima campagna d’Italia contro gli Ostrogoti, ottenuta nell’anno 540, aveva comportato la riaffermazione del dominio di Costantinopoli sull’intera Penisola Italiana, tuttavia non tutti gli Ostrogoti si erano arresi alle armi dei Romani. Nonostante le truppe di Bisanzio presenti in Italia fossero ormai superiori di almeno cinque o addirittura dieci volte alle poche migliaia di uomini in armi ancora presenti tra i Goti, non tutti questi si erano arresi. Ildibaldo, il dux di Verona, imparentato con il re dei Visigoti di Spagna Teudi, dopo un tentativo fallito di ottenere da Belisario l’accettazione della corona d’Italia che gli veniva offerta da chi il generale aveva sconfitto, si diresse alla volta di Ticinum (Pavia) con qualche centinaio di guerrieri al seguito. Lo aspettava nella città pavese il comandante della guarnigione locale, il principe Uraia, nipote dell’ex re Vitige, il quale aveva rifiutato la corona del suo congiunto per il timore di fare parte di una stirpe condannata alla sconfitta dalla sfortuna. Fu pertanto a Pavia che Ildibaldo venne incoronato rex attraverso la consueta elevazione ad arma e la situazione che dovette affrontare era, da un punto di vista strategico, semplicemente disastrosa.
Gli uomini tuttavia non vivono di rapporti matematici tra le loro aspirazioni e le possibilità materiali per realizzarli e spinto da chissà quale orgoglio e ambizione, appena eletto, Ildibaldo partì alla volta di Treviso alla testa di una piccola armata di circa un migliaio di uomini. La città di Tarbesium (Treviso) era munita di una guarnigione di Eruli al soldo di Bisanzio e disponeva di un horreum, vale a dire di un magazzino di granaglie che la rendeva, in quel periodo di fame e di carestia devastanti, una preda importante e un luogo vantaggioso da conquistare per chi se ne fosse impadronito.(1)
La guarnigione di Tarbesium si arrese rapidamente alle armi di quel piccolo esercito di Ostrogoti. Gli Eruli erano stanchi di prestare servizio come mercenari e desideravano soltanto tornarsene a casa loro, nelle pianure sconfinate della Pannonia. Il generale Vitalio che li comandava non riuscì minimamente a contrastare l’attacco imprevisto degli Ostrogoti e si diede alla fuga verso Ravenna. Tra coloro che riuscirono a scampare alla disfatta vi era anche Teodimundo, un pronipote di Attila per parte di padre, in quanto suo nonno Mundo era stato il generale bizantino che aveva stroncato la Rivolta della Nika con Belisario ed era a sua volta un nipote del re degli Unni. Grazie a questa vittoria inaspettata e probabilmente alla disponibilità di grano che ne era derivata e con cui potè sfamare i suoi uomini e le popolazioni di Verona e di Pavia, Ildibaldo divenne un re apprezzato da tutti coloro che tra gli Ostrogoti desideravano riacquistare la loro indipendenza. Molti guerrieri che sfiduciati avevano abbandonato le fila dell’esercito ed erano tornati al lavoro nei campi, ripresero le armi e si presentarono nelle due maggiori città italiane ancora nella disponibilità dei Goti, Verona e Pavia.
Il successo rese imprudente Ildibaldo. Come molti autocrati prima e dopo di lui ritenne che ogni licenza gli fosse permessa, in quanto re e per giunta vittorioso sugli odiati Bizantini. Accecato dall’istinto e dalla mancanza di moderazione, Ildibaldo commise un grave errore, dando ascolto alla rivalità che era presente da tempo tra sua moglie e quella del principe Uraia e ascoltò le lamentele della sua compagna, la quale aveva accusato la moglie di Uraia di averle mancato di rispetto nei pressi delle Terme di Pavia, ignorando l’omaggio dovuto al suo rango regale. Se un monarca si giudica dal senso dello stato e dalla possibile moderazione in ogni sua decisione, Ildibaldo venne meno a entrambe queste premesse e si macchiò di un delitto inutile e deleterio per la sua causa e quella del popolo degli Ostrogoti. Il re iniziò a diffamare in segreto Uraia, accusandolo di tramare alle sue spalle con i Bizantini e infine, quando l’eroico principe fu ormai screditato, lo fece uccidere a tradimento. Quell’inutile e infame delitto non fece altro che danneggiare chi l’aveva ordinato. Passarono poche settimane e nella tarda primavera dell’anno 541 la testa di Ildibaldo rotolò per terra durante un banchetto, mentre il re stava assaporando una pietanza e si era disteso con tutto il corpo per servirsi di quella prelibatezza da un vassoio che gli stava davanti sulla tavola imbandita. Lo uccise il goto Velia, una sua guardia del corpo di origine gepida, che si riteneva offeso dall’avere Ildibaldo concessa in sposa la sua amata a un altro guerriero e per giunta approfittando dell’assenza dello stesso Velia, legata agli impegni militari.(2)
Se al peggio non vi è mai un limite, questo detto popolare venne confermato dal personaggio che riuscì a impadronirsi del trono degli Ostrogoti subito dopo la morte di Ildibaldo. Approfittando dello sconcerto e dello scoramento dei nobili e degli anziani del regno, un principe dei Rugi di nome Erarico riuscì a ottenere la carica regale. I Rugi erano una piccola popolazione di etnia gota che era arrivata in Italia al seguito di Teodorico nel 493. Pur facendo parte della grande famiglia dei Goti, i Rugi erano sempre rimasti indipendenti e avevano un loro sovrano, mentre non si erano mescolati agli altri Goti, rivendicando sempre la loro originalità etnica. Grazie alla sua carica di capo dei Rugi, Erarico riuscì a ottenere anche quella di re degli Ostrogoti, ma i cinque mesi del suo regno furono segnati da ogni tipo di infamia e di intrigo. Erarico prese a tramare con la corte di Costantinopoli, dichiarando in pubblico che avrebbe mandato degli ambasciatori a Bisanzio per accettare la proposta di pace che Giustiniano aveva fatto a Vitige l’anno prima, vale a dire quella di lasciare agli Ostrogoti il possesso dell’Italia a Settentrione del fiume Po purchè si fossero ritirati dal resto della Penisola e ne avessero lasciato il controllo ai Romani. In realtà, gli ambasciatori ebbero l’ordine di chiedere all’Imperatore il conferimento della carica di Patrizio per Erarico, insieme a una ricca donazione e un palazzo a Costantinopoli, come era stato fatto a suo tempo per Vitige. Tuttavia e mentre gli ambasciatori del re dei Goti erano a Bisanzio, le cose in Italia mutarono improvvisamente. Una fazione di guerrieri Ostrogoti si recò da Pavia a Treviso, da un dux di nome Baduila e nipote di Ildibaldo, un guerriero coraggioso e abile nonostante la giovane età, dal momento che doveva avere allora circa venticinque anni. Anche Baduila era imparentato alla lontana con il re dei Visigoti di Spagna, il saggio Teudi, in quanto nipote di Ildibaldo. Gli Ostrogoti ribelli offrirono il regno al giovane guerriero, che venne scelto per le qualità che aveva dimostrato sul campo di battaglia insieme allo zio, anche se Procopio di Cesarea rivela che quando arrivò la delegazione dei Goti a Tarvesium per offrire la corona a Baduila questi stesse invece trattando segretamente la resa della città con il comes sacri stabuli Costanziano, vale a dire un generale di cavalleria che comandava le truppe bizantine di stanza a Ravenna insieme a un funzionario amministrativo, il logotheta Alessandro.(3)
Costanziano era un guerriero di sicura esperienza e abilità che era stato impiegato da Giustiniano in molteplici scenari bellici, ma in quel momento doveva dividere la propria autorità con il logotheta Alessandro, un burocrate che era stato inviato da Bisanzio per mettere ordine nelle finanze della Penisola e attrezzarla a divenire una provincia bene amministrata e con i conti in ordine. La carica di Alessandro oggi la potremmo interpretare come quella di un Ragioniere capo, un funzionario civile di rango elevato il cui lavoro poteva essere utile nella capitale sul Bosforo, ma aveva poco senso in un contesto ancora incerto e instabile politicamente come quello dell’Italia e nel periodo immediatamente successivo alla riconquista di Belisario. Alessandro aveva fatto carriera a Costantinopoli esercitando un ruolo di moralizzatore della spesa pubblica e scovando sempre nuove risorse tra i meandri del bilancio statale attraverso l’impiego disinvolto e spregiudicato di riduzioni delle spese, soprattutto di quelle militari. Era, questo ragioniere, l’esempio più tipico di quello che sarebbe diventato a Bisanzio un contrasto a durata secolare tra i militari che dovevano difendere le lunghe frontiere dai continui attacchi esterni e la casta dei funzionari amministrativi pubblici di alto livello, i quali ritenevano che il loro mondo di scartoffie e di imposte da riscuotere fosse un feudo sicuro da difendere e la cui solidità istituzionale fosse una garanzia anche contro le armi e la forza di ogni tipo di nemico:
Questo Alessandro fu inviato in Italia da Giustiniano contestualmente al richiamo a Costantinopoli di Belisario. Appena giunto a Ravenna, Alessandro il logotheta fece in modo di organizzare un controllo severo e perfino di tipo insensato delle finanze locali. Ritenne di sottoporre tutti gli Italiani, i quali per decenni e sotto il potere degli Ostrogoti non avevano mai beneficiato del denaro dell’Impero, né avevano mai sperperato il grande tesoro dei Goti, a un controllo fiscale spietato. Alessandro arrivò ad accusare gli abitanti della Penisola di avere derubato Teodorico e gli altri sovrani goti che si erano succeduti dopo di lui e li costrinse a versare all’erario tutto ciò che, secondo il suo giudizio, i sudditi avevano sottratto in modo fraudolento ai Goti. Riuscì anche sia a deludere che ad umiliare i soldati romani per la meschinità e l’avarizia con cui elargì alle truppe le diverse ricompense loro dovute a causa delle ferite e dei danni materiali subiti durante la lunga guerra [con i Goti] appena conclusa. (4)
A Bisanzio, Alessandro era stato soprannominato la Forbice, perché si diceva fosse abilissimo nel ritagliare il bordo delle monete d’oro, eliminando le irregolarità del conio e ottenendo in questo modo dei rimasugli di metallo prezioso, i quali poi fusi diventavano dei sostanziosi e piccoli lingotti aurei.
Baduila pose come condizione per accettare l’investitura regale che l’inetto e infingardo Erarico fosse eliminato preventivamente, in modo da non dovere affrontare una guerra civile. Questo desiderio venne accolto con soddisfazione dai militari goti di stanza a Pavia che provvidero a sopprimere il loro temporaneo sovrano e Baduila potè così recarsi con tutta tranquillità a Ticinum per essere investito della corona e del manto regale nell’autunno del 541. Il nuovo re provvide a riorganizzare l’esercito ostrogoto e molti guerrieri rientrarono nei loro ranghi, spinti da una nuova speranza e dall’entusiasmo. Ildibado aveva fatto in tempo, prima di essere assassinato, ad aprire una zecca a Pavia e da questo opificio uscì una grande quantità di monete d’oro con cui vennero assoldati i disertori dell’esercito imperiale che intendevano lasciare l’armata di Bisanzio stanchi delle angherie che avevano subito e delle tasse che avevano versato a opera del famigerato logotheta Alessandro. Baduila era stato scelto per il suo valore guerriero e per la parentela con il re Teudi, il quale invece non intervenne mai direttamente sul territorio italiano. Il nuovo re degli Ostrogoti poteva disporre di un agguerrito esercito di soli 5000 uomini, un quarto delle forze imperiali che in quel momento erano di stanza in Italia. I generali che Belisario aveva lasciato a presidiare le nuove conquiste dovettero subire le ire di Giustiniano che pretendeva di liquidare completamente la resistenza degli Ostrogoti ed era rimasto contrariato dalla presenza di un nuovo sovrano dei Goti. Venne così organizzato un consiglio di guerra a Ravenna in cui si decise per prima cosa di assaltare la piazzaforte gota di Verona e quindi, eliminata ogni forma di possibile resistenza, marciare alla volta di Pavia per sconfiggere il nuovo, inesperto e giovane re. L’esercito romano venne allertato, i reparti riuniti e l’armata marciò da Ravenna alla volta di Verona. Era composta da alcune migliaia di soldati, forse oltre diecimila uomini, ma ahimè, comandati da ben undici generali che iniziarono a litigare tra di loro per la spartizione del bottino che avrebbero razziato a Verona e questo prima ancora di combattere.
Grazie a un cittadino filoimperiale che viveva nella città sull’Adige fu possibile corrompere il guardiano di una delle porte. L’armeno Artabaze, un ufficiale romano valoroso e dotato di iniziativa, si assunse la responsabilità di intraprendere la cattura di quella torre di guardia alla porta della città. Un drappello di un centinaio di romani prese notte tempo facilmente possesso della postazione, uccidendone le guardie, mentre buona parte della guarnigione gotica fuggiva da Verona per rifugiarsi su di un’altura nelle vicinanze. Tuttavia il resto dell’esercito bizantino non arrivò mai in soccorso dei coraggiosi che avevano espugnato la torre. I generali continuarono a litigare tra di loro e, alle prime luci dell’alba, i Goti si accorsero della pochezza dei loro nemici e tornarono sui loro passi riconquistando facilmente la torre che avevano perso e il controllo della porta cittadina. I Romani si salvarono in pochi e tra questi lo stesso Artabaze, che tornò all’accampamento da cui era partito e si scagliò con forza contro i suoi colleghi, accusandoli delle nefandezze di cui si erano resi partecipi. Scornati da una sconfitta che era divenuta tale dopo essere stata sul punto di diventare una vittoria strategicamente importante, l’intero esercito romano arretrò verso il fiume Reno e la città di Faenza, in una località che parve loro favorevole e in cui le truppe bizantine si attestarono per la battaglia. Avevano infatti appreso che Baduila, il nuovo re degli Ostrogoti, era partito da Pavia con tutto l’esercito di cinquemila uomini che era nelle sue disponibilità e si stava dirigendo a marce forzate contro di loro per affrontarli in una battaglia campale.(5)
L’esercito romano era superiore di numero di oltre il doppio dei soldati e la superbia e l’arroganza spinsero i generali romani ad accettare uno scontro in campo aperto, una modalità di combattimento che il generale Belisario non avrebbe mai voluto inutilmente sostenere. Belisario preferiva ingaggiare battaglia quando fosse sicuro di avere delle alte probabilità di vittoria ed essersi preparato un terreno di scontro il più favorevole possibile. I generali che invece comandavano l’esercito romano erano sicuri di vincere, non conoscevano bene il nemico che avevano di fronte e confidavano troppo nel numero dei loro uomini piuttosto che nell’accortezza della tattica. Per Baduila e i suoi quella battaglia era invece l’ultima spiaggia. Se avessero vinto si sarebbe potuto continuare la guerra contro i romani con ragionevoli possibilità di vittoria finale, ma se avessero perso non vi sarebbe stato più scampo per il popolo degli Ostrogoti. Le risorse di cui i germani potevano disporre erano limitate e il numero dei soldati che era possibile reclutare legato alle ristrettezze demografiche della loro etnia. I Romani avevano invece la disponibilità di tutto l’Oriente e dell’Africa per assoldare sempre nuovi armati e inviarli a combattere in Italia. Teodorico, sul letto di morte, aveva ammonito il suo popolo a non inimicarsi l’imperatore, perché si sarebbe scatenato un conflitto impari che non avrebbero mai potuto vincere. Tuttavia i Goti non ascoltarono i voleri del loro grande re morente. La terra che avevano conquistato era sentita ormai come la loro patria, un bene sacro per cui valeva la pena di combattere e di morire, se necessario. L’avevano conquistata da soli e con la forza, strappandola al patrizio Odoacre, il quale era solo un mercenario ribelle dell’imperatore di Bisanzio, mentre loro, gli Ostrogoti, si erano liberati dalla servitù agli Unni prima di arrivare in Italia e non intendevano perdere la loro libertà e indipendenza così duramente ottenute.
Prima della battaglia di Faenza un goto di statura gigantesca, di nome Valaris, sfidò un soldato romano a duello. Si fece avanti il prode armeno Artabaze che abbiamo visto impegnato nello sfortunato tentativo di prendere Verona. Lo scontro fu molto cruento e Vataris fu battuto dal suo avversario, non prima però di aver ferito a morte il coraggioso ufficiale bizantino. L’esito del duello prefigurava quello che sarebbe stato l’esito dell’intera Seconda Guerra Gotica. Un conflitto all’ultimo sangue in cui entrambi gli avversari si sarebbero spesi fino allo spasimo, devastando il territorio dell’Italia come mai prima di allora era successo. Il re dei Goti ebbe allora un’intuizione strategica che sfiorò la genialità. Immaginò che l’esercito imperiale fosse preoccupato dall’esito dello scontro, perché sapeva poco del modo di combattere del nuovo comandante degli Ostrogoti. Baduila decise pertanto di inviare un gruppo di trecento cavalieri alle spalle dei Romani e di impiegarlo in una carica irruente insieme all’assalto frontale delle sue truppe. La manovra riuscì perfettamente e un esercito di oltre diecimila uomini fuggì senza ritegno davanti a un’armata numericamente tanto inferiore.
Non sappiamo se fu in occasione di questa vittoria eclatante che Baduila ricevette il soprannome di Totila, vale a dire l’Immortale, con cui sarebbe stato destinato a passare alla storia ed essere ricordato dalle future generazioni. La cosa è probabile, perché un generale che sconfigge un esercito due volte più grande del suo e lo fa in modo tanto netto e travolgente, era destinato a diventare una specie di leggenda. Totila, come d’ora in avanti chiameremo il re degli Ostrogoti, sapeva di giocarsi il tutto per tutto e lo aveva detto chiaramente ai suoi uomini, riuniti per un discorso di esortazione prima della battaglia davanti alle rive del fiume Po. La vittoria di Faenza intimorì l’esercito romano che arretrò verso la Toscana e la città di Firenze. Il clamore suscitato dalla sconfitta che aveva inferto ai Romani provocò un accorrere di uomini di stirpe gotica che erano tornati alle loro case dopo la resa del re Vitige. La città di Firenze era ben fortificata e i Goti non riuscirono a conquistarla. Si diressero pertanto verso il Mugello, la zona montagnosa e collinare a settentrione della pianura fiorentina. Il comandante della piazzaforte sull’Arno, di nome Giustino, aveva invocato l’aiuto delle truppe di stanza a Ravenna e queste arrivarono nei pressi di Firenze in pochi giorni di marcia. A loro capo vi era un generale di una certa esperienza, Giovanni, il nipote di Vitaliano, il magister militum goto che aveva comandato buona parte della sua vita nell’esercito orientale per poi ribellarsi all’imperatore monofisita Anastasio I. Vitaliano aveva sconfitto più volte gli eserciti che Anastasio gli aveva inviato incontro e alla morte di questo imperatore, nell’anno 518, si era riconciliato con la corte di Costantinopoli e il nuovo imperatore Giustino, il quale era stato un rude militare come Vitaliano. Solo due anni dopo, nel 520, dopo aver ricoperto le cariche prestigiose di magister militum praesentalis e quella di patricius, Vitaliano era stato fatto uccidere dal giovane e ambizioso nipote di Giustino, quello che sarebbe diventato pochi anni dopo l’imperatore Giustiniano. Anche Giovanni era di origini gotiche, sia perché nipote di Vitaliano, che perché il mosaico presente nell’antico pavimento del VI secolo del duomo di Pesaro lo celebra in una sua iscrizione come nativo della Moesia, la provincia a meridione del corso del Danubio che aveva visto nel IV secolo l’inizio delle migrazioni dei Visigoti.
Le origini etniche di Giovanni di Vitaliano erano proprio legate al popolo dei Goti, assai simile a quello che aveva conquistato l’Italia con Teodorico e diffusamente pervaso dall’influsso della civiltà latina. In ogni caso, far parte delle truppe imperiali non era mai state vietato a dei soldati coraggiosi e capaci, al di là della loro origine etnica, purché avessero prestato un giuramento di fedeltà al sovrano e alle istituzioni romane. A rendere più forte questa fedeltà sarebbero poi corse in aiuto le ricchezze della tesoreria imperiale e il soldo che l’impero doveva versare regolarmente a una moltitudine di mercenari che presidiavano ogni angolo di un immenso territorio, il quale era tornato ad estendersi dallo Stretto di Gibilterra fino al Caucaso e ai deserti della Siria. Giovanni di Vitaliano era un generale con una visione strategica aggressiva, molto diverso dalla prudenza e dall’accortezza che caratterizzavano Belisario. Con questo compagno d’armi aveva avuto infatti più di uno scontro durante la prima campagna italiana contro Vitige, per la difficoltà di conciliare le opposte valutazioni su come condurre una campagna bellica. Arrivato a Firenze, Giovanni guidò i suoi uomini in una decisa offensiva contro i Goti di Totila e l’attacco ebbe inizialmente successo, anche se le perdite furono elevate da entrambe le parti. Improvvisamente, si sparse la voce che Giovanni fosse stato ucciso nello scontro. La notizia era falsa, ma tanto bastò a rendere incerte sul da farsi le fila dell’esercito imperiale e queste arretrarono verso Firenze. Giovanni non era morto e guidò allora i suoi uomini in una lunga ritirata verso il Meridione e la città di Roma. Le due successive sconfitte di Faenza e del Mugello minarono alla base le sicurezze delle truppe imperiali, che soltanto due anni prima avevano pensato che la guerra contro gli Ostrogoti fosse ormai stata vinta e che a loro sarebbe bastato soltanto amministrare la vittoria ottenuta dopo la resa di Ravenna e del re Vitige. Il presidio del territorio italiano appariva incrinato in modo troppo deciso perché fosse possibile una qualsiasi di ricostruzione della rete dei capisaldi bizantini e di controllo capillare delle regioni da poco riconquistate.
Totila si mostrò generoso con i prigionieri. Come era avvenuto a seguito della battaglia di Faenza, non fece uccidere i soldati catturati ma li rimandò indietro, permettendo a chi lo volesse di arruolarsi sotto le sue bandiere. Molti accettarono questa proposta, magari perché non avevano alternative e il mestiere delle armi fosse il solo che sapessero praticare. Si trattava in fondo di mercenari delle più diverse etnie, tenuti insieme solo dalla disciplina e dalle elargizioni della tesoreria imperiale. Ora però a Ravenna comandava il logotheta Alessandro e le paghe si erano ridotte e divenute meno regolari nella loro elargizione. Tanto valeva cambiare fazione, visto che oltretutto il comandante degli Ostrogoti si era dimostrato più valido e capace dei suoi rivali imperiali. Tuttavia un esercito non è formato solo da un determinato numero di soldati. Questi devono condividere ideali e finalità d’azione, altrimenti finiscono per essere soltanto un insieme caratterizzato dalla forza, ma destinato a sfaldarsi davanti agli imprevisti, oppure a una sconfitta inaspettata. Questo particolare può rendere ragione di molte ingenuità tattiche commesse dai Goti durante la loro lunga guerra contro Bisanzio. L’esercito di Totila non era nella sua gran parte un esercito professionale. Il nucleo di Ostrogoti che combattevano nelle sue fila era costituito da molti piccoli proprietari terrieri che avevano lasciato le loro case e le loro famiglie per combattere i Romani. Nei campi erano rimasti a lavorare la terra i latini di più modesta condizione sociale, oppure degli schiavi e costoro costituivano un serbatoio umano importante cui farà ricorso Totila quando la guerra e il suo andamento protratto e incerto avrebbero richiesto di mobilizzare delle riserve di armati di cui gli Ostrogoti non potevano disporre.
Se si pensa che una legge del re Teodorico di alcuni decenni prima aveva proibito ai Latini di portare le armi e che questa disposizione era rimasta in vigore per un periodo di tempo superiore a una generazione, ci si renderà conto di quanto esigue fossero le capacità di reazione dei Goti e come solo un’élite guerriera della cerchia più vicina al sovrano fosse in grado di dirigere i soldati sul campo di battaglia e di combattere con efficienza l’esercito imperiale. Questa armata composita che si andò formando sotto il comando del giovane re era caratterizzata da diversi livelli di addestramento e di dimestichezza nell’uso delle armi. La componente migliore dell’esercito di Totila era la cavalleria ostrogota, formata da un insieme di guerrieri coraggiosi e armati di lancia. Le loro cariche irruenti e temerarie avevano messo più volte in difficoltà gli eserciti dei Bizantini e prima di loro le schiere dei mercenari di Odoacre. Purtroppo per gli Ostrogoti, si trattava di cavalieri non dotati di corazza e quindi esposti al tiro degli archi. I cavalieri bizantini invece erano in grado di usare l’arco corto mongolico e le frecce mentre erano in sella e avevano appreso questa tecnica dai loro eterni avversari persiani. Alla luce di queste considerazioni si può affermare come Totila fosse uno stratega di primo livello, perché riuscì a contrastare per oltre un decennio un esercito professionale e addestrato in modo omogeneo come quello di Giustiniano utilizzando un numero complessivamente inferiore di uomini e questi dalla preparazione militare disomogenea.
La grande epidemia di Peste che iniziò in Egitto alla fine dell’anno 541 e proseguì per i quattro anni successivi, devastando per prima cosa Costantinopoli e mettendo fuori gioco per alcuni mesi lo stesso imperatore Giustiniano, che cadde ammalato nel 542 e rimase a lungo in fin di vita, interruppe la catena di comando con l’Italia e facilitò il compito di Totila nei suoi primi anni di regno. Il re ne approfittò per dirigersi   verso il Meridione, dopo aver conquistato numerose città della Romagna e delle Marche. La prima città del Meridione a essere conquistata dai Goti fu Benevento, di cui Totila fece abbattere il più possibile le mura per rendere difficile il difenderla in caso di riconquista da parte dei Romani. Il ricordo del fallimento dell’assedio di Roma da parte di Vitige nel 537-38 era ancora forte, come bruciante era la memoria delle ingenuità commesse dai Goti che aveva provocato la perdita delle torri d’assedio approntate per assaltare le Mura Aureliane. Dopo Benevento, la città successiva di cui Totila intraprese la conquista fu Napoli. La città partenopea, oltre a essere di fondazione greca e quindi legata in modo forte a Bisanzio, era stata una delle poche fortezze a resistere all’avanzata vittoriosa di Belisario nel 536, tanto che l’esercito imperiale aveva potuto entrare in città soltanto percorrendo il canale di un grande acquedotto disattivato e che era stato tagliato e poi ostruito in modo maldestro con dei massi. La cittadinanza napoletana aveva manifestato in quell’occasione, attraverso la sua ostilità ai Romani, una relativa fedeltà agli Ostrogoti, anche se dopo la vittoria di Belisario i due capi della fazione filo gotica, i maestri di retorica Pastore e Asclepiodoto, due intellettuali e insegnanti delle scuole cittadine, erano stati oltraggiati anche dopo morti. Totila doveva impadronirsi di Napoli per potere tagliare ogni tipo di rifornimento alimentare allo snodo strategico di tutta la sua campagna contro l’esercito imperiale, la successiva conquista di Roma. Verrebbe magari da chiedersi perché il re degli Ostrogoti, disponendo di un esercito tutto sommato di modesta entità numerica, avesse deciso di tornare a impadronirsi dell’intera Penisola Italiana. Dai discorsi di Totila, riferiti dallo storico Procopio, emerge chiaramente il fatto che il re dei Goti fosse consapevole della relativa scarsità delle sue risorse umane, un difetto che tenterà di compensare ricorrendo all’arruolamento dei soldati imperiali disertori e alla liberazione degli schiavi che coltivavano i latifondi dei ricchi senatori, cui venne promessa la libertà in cambio del servizio nell’armata dei Goti. Occorre ritenere che l’orgoglio e il senso di superiorità etnica stessero giocando un ruolo importante nella visione del mondo del giovane re. Teodorico aveva vissuto alcuni anni a Costantinopoli da ragazzo come ostaggio e aveva potuto apprezzare da vicino le enormi risorse umane e materiali di cui il grande impero disponeva. Teodorico aveva visto di persona la testa del capo unno ribelle Dengizico, uno dei figli di Attila, essere portata in processione per le strade di Bisanzio tra gli scherni del popolino, dopo la sconfitta subita nell’anno 469 da questo principe barbaro che aveva osato sfidare i Romani. (6)
Totila non era mai stato a Bisanzio, ignorava la complessità e la grandezza del nemico che aveva di fronte. Era nato in un’Italia conquistata dal suo popolo, un regno in cui gli Ostrogoti costituivano una casta di guerrieri e di proprietari terrieri, mentre ai Latini era riservato il compito di amministrare lo stato e di servire gli intenti dei capi del regno, oltre a essere loro rigidamente proibito il portare le armi. Questa separazione etnica imposta dall’alto era stata il grande errore di Teodorico, una divisione che il culto ariano cui aderiva la quasi totalità della popolazione ostrogota aveva reso impermeabile a ogni tipo di osmosi culturale. I successori della sfortunata regina Amalasunta avevano ignorato le raccomandazioni di Teodorico e avevano intrapreso una guerra aperta all’Impero, inaugurando un conflitto che non avrebbero mai potuto vincere. Tuttavia il re Totila era, considerati i tempi in cui visse, un personaggio dotato di una forte componente di eroismo e di sacrificio, un uomo pervaso da un forte senso del dovere e di servizio, come ogni dux ostrogoto doveva dimostrare di possedere. Anche per questi motivi Totila andò incontro al suo destino a viso aperto e la sua abilità strategica e le sue qualità umane riuscirono a prolungare la vita del Regno degli Ostrogoti di oltre un decennio. Agendo come un sovrano che rientri in possesso del suo territorio momentaneamente sottrattogli da un usurpatore, il re fece liberare le mogli dei senatori che erano state trovate dai suoi soldati mentre risiedevano ignare nelle loro lussuose ville della città di Cuma, un luogo secolare di riposo e delizie per i Romani fin dall’Antichità e che risultava ancora attivo alla metà del VI secolo. Infine, dopo che l’esercito ebbe completato l’accerchiamento, fu la volta di Napoli, che venne assediata per alcuni mesi.
La città disponeva di una guarnigione di circa mille uomini e fu difesa a oltranza, mentre venivano chiesti i rinforzi alle riserve dell’esercito Bizantino acquartierate in Sicilia. La spedizione di soccorso fallì, anche per l’intervento di una novità strategica, la presenza di un’agile flotta ostrogota la quale, pur non disponendo dell’abilità nautica dei marinai imperiali, fu comunque in grado di intercettare e distruggere molte navi della spedizione di soccorso. Il prefetto Massimino, che comandava le truppe siciliane, era un uomo codardo e non si espose direttamente al pericolo ma inviò al suo posto verso Napoli il generale greco Demetrio. Il governatore della città, che si chiamava con lo stesso nome, commise l’imprudenza di insultare il re dei Goti e i suoi soldati dall’alto delle mura. Quando Totila riuscì a catturarlo lo fece mutilare orrendamente e lo lasciò poi libero, perché testimoniasse la forza e la determinazione degli Ostrogoti. L’altro Demetrio, il generale che era partito dalla Sicilia alla testa di una sfortunata spedizione militare, fu costretto a compiere, dopo la perdita della sua flotta, un giro delle mura di Napoli, arringando i cittadini assediati ad arrendersi. La città resistette ancora fino alla primavera dell’anno 543, quando sia per la fame che per la mancanza di soccorsi capitolò. Totila trattò la città con riguardo e non vi furono vendette oppure devastazioni, mentre i superstiti della guarnigione bizantina furono lasciati liberi di cercare rifugio nei pochi territori che rimanevano ancora in mano imperiale. La maggior parte di loro, con alla testa il comandante militare Conone, si diresse verso Roma, allora sotto il comando di Giovanni di Vitaliano. Durante l’assedio di Napoli dei reparti goti avevano rioccupato la Puglia, la Lucania e la Calabria, rendendo così il controllo imperiale sulla penisola ridotto a Ravenna, la Toscana e le grandi Isole della Sicilia e della Sardegna, oltre alcune fortezze costiere.
Occorre sottolineare come Costantinopoli fosse, in quei mesi tra il 542 e il 543, colpita in modo grave dall’epidemia di Peste e per questo motivo l’invio di aiuti in Occidente risultava di fatto impossibile. Molti dei funzionari di più alto grado dell’Impero si erano rifugiati nelle loro ville fortificate in Anatolia per sfuggire all’epidemia e lo stesso Giustiniano, debilitato dalla malattia che aveva superato a malapena, non fu in quel periodo di sicuro in grado di prendere delle decisioni strategiche di un certo impegno e lungimiranza. Si dovette attendere fino alla primavera dell’anno 544 perché a Bisanzio fosse presa una decisione strategica rilevante. Belisario era stato richiamato dalla guerra contro i Persiani ed era caduto in disgrazia sebbene fosse innocente. Teodora lo aveva relegato nella sua residenza di Costantinopoli e solo l’intercessione della moglie Antonina lo aveva salvato dal fare la stessa fine del povero generale Buze, tenuto a lungo in prigionia e poi liberato dopo gravi conseguenze fisiche e morali. Anche se la vicenda è narrata in dettaglio nelle discusse Storie segrete del solito Procopio di Cesarea, non abbiamo motivo per dubitare dell’attendibilità del racconto di questo storico. (7)
Lo scenario degli eventi era completamente cambiato dalla vittoria di Belisario del 540 e dal suo ingresso vittorioso a Ravenna. In soli quattro anni Belisario era passato dall’essere un eroe fatto oggetto della più forte ammirazione a diventare un reietto caduto in disgrazia. La possibilità di finire in una segreta del palazzo imperiale, oppure di essere addirittura ucciso per strada in un agguato, come si fosse trattato di uno scontro tra malfattori e di una rapina, devono avere destabilizzato la psicologia e l’equilibrio interiore di colui che era stato un brillante condottiero. Lo storico John B. Bury ha saputo cogliere perfettamente questo diverso segno dei tempi che stavano sopraggiungendo:
La presa dell’Impero sull’Italia era quindi diventata estremamente precaria. La stella di Totila era in ascesa e non vi era più capacità, né energia, né unità di intenti da parte degli Imperiali. Costantino, il comandante di Ravenna, scrisse all’imperatore Giustiniano una lettera che rappresentava bene la gravità della situazione e si decise di permettere a Belisario di tornare sulla scena dei suoi antichi successi. Tuttavia Belisario era cambiato, così come lo era la situazione in Italia. Sembrava che il generale fosse caduto in disgrazia a corte e che si fosse salvato dalla punizione soltanto grazie all’influenza della moglie Antonina presso l’imperatrice e sua amica Teodora, ma intorno ai particolari di questa vicenda abbiamo solo la versione alquanto dubbia che ci forniscono le Storie segrete di Procopio.  In ogni caso, molte nubi gravavano sul capo di Belisario e non gli fu affidato il comando in capo [delle truppe di stanza in Italia] come era avvenuto nella guerra contro i Persiani che aveva diretto fino a pochi mesi prima, né gli fu permesso di dirigere l’azione dell’armata al suo comando come avrebbe voluto e come aveva fatto nella guerra contro la Persia. Questa esperienza personale di umiliazione ebbe probabilmente un effetto deleterio sul suo spirito e il suo morale. In particolare dobbiamo far notare come Giustiniano non lo sostenne quando il generale partì per l’Italia. L’esercito, comprese le truppe speciali di fiducia di Belisario, i suoi Bucellarii, erano state allocate stabilmente in Asia e non gli fu permesso di accompagnare il loro condottiero in Occidente. Il generale fu costretto a setacciare l’intera provincia della Tracia per arruolare altri soldati a sue spese, ottenendo soltanto quella che lui stesso definì come un’accozzaglia di miserabili. (8)
Con un esercito di circa quattromila uomini, con la carica di Comes stabuli, vale a dire comandante in capo della cavalleria, accompagnato dal magister militum dell’Illiria Vitaliano, Belisario entrò in Italia provenendo dalla città di Salona e dalla costa della Dalmazia. Raggiunse la quasi inespugnabile città di Ravenna che era rimasta in mano agli imperiali e con questa mossa tattica, che dimostrava purtroppo la sua relativa debolezza, iniziò la Seconda campagna d’Italia. Era ormai la fine dell’anno 544 e l’arrivo dell’ex generalissimo non possedeva questa volta alcuna caratteristica di quello che era stato lo sbarco in Sicilia del 535 e la successiva risalita vittoriosa della Penisola. La nuova campagna iniziava dal Settentrione e gli scarsi mezzi a disposizione, insieme ai timori che attraversavano l’animo di Belisario, rendevano questa guerra una vera e propria guerra di tipo medievale. Come affermato dal Bury, il re Totila impersonava le caratteristiche di un vero e proprio cavaliere in anticipo sui tempi, un eroe animato dal tentativo di riscattare le sorti del proprio popolo lottando per una giusta causa contro un avversario molto più forte e dalle risorse illimitate come i Romani. In questa disfida tra condottieri Belisario ricopriva il ruolo di un generale disincantato, il quale conosceva fin troppo bene i difetti e i limiti degli uomini al proprio comando e le caratteristiche degli avversari. Pur non possedendo più l’energia degli anni precedenti, l’esperienza e la saggezza facevano prevedere a Belisario con largo anticipo come sarebbe finita quella guerra. Si trattava di una disfida che poteva terminare solo con l’annientamento di una delle due parti in causa, un’ipotesi che era a quel momento impossibile per l’esiguità delle forze di cui Belisario disponeva. Totila aveva da parte sua la forza della giovinezza e l’orgoglio di appartenere a un popolo che non era mai stato vinto del tutto sul campo. Forte di queste due sicurezze, il giovane re trascinò tutta la sua gente in una guerra all’ultimo sangue, confidando che l’onore e le virtù guerriere di pochi potessero sopravanzare la forza e la ricchezza di un impero millenario. Era una modalità di comportarsi romantica e tipicamente medievale che inaugurò una nuova e diversa epoca, nonostante l’esito finale fosse diverso da quello che Totila aveva sognato di vivere.
Le traduzioni dei brani riportati nel presente articolo sono state condotte dall’Autore dello stesso.
Bibliografia

  1. Azzara C., L’Italia dei Barbari, Il Mulino, Bologna 2022.
  2. Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, III, 1.
  3. Ravegnani G., I Bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna 2018.
  4. Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, III, 1.
  5. Wolfram H., Storia dei Goti, Res Gestae, Milano 2021.
  6. Herrin J., Capitale dell’Impero, crogiolo d’Europa, Rizzoli – BUR, Milano 2023.
  7. Procopio di Cesarea, Storia segrete, IV, 1-13.
  8. Bury J. B., A history of the Later Roman Empire from Arcadius to Irene, Vol. II, cap. VII, Mac Millan and Co., London-New York 1958.
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