I primi signori di Milano

I primi signori di Milano di Giancarlo Mele
L’età comunale in Italia si presenta come un meraviglioso laboratorio politico cui contribuiscono le forze che hanno rappresentato l’autorità nell’Alto Medioevo ed i nuovi ceti emergenti.
A differenza di quanto avvenne ad Oriente, il crollo dell’Impero Romano d’Occidente portò le comunità religiose locali, strette intorno al proprio vescovo, ad assumere sin da subito una forte valenza anche temporale. Il vescovo, in tale logica, non era solo il tramite tra Dio e la comunità ma anche e soprattutto il suo garante e protettore.
Normale diventasse presto anche un centro di potere locale cui far riferimento per la concessione di feudi e amministrazione di territori. Milano con Ambrogio fu forse l’esempio più evidente di questa situazione che ebbe come ricaduta una crescente autonomia del vescovo anche in termini religiosi rispetto al papa di Roma, visto sin dall’origine come un “primus inter pares” senza alcuna sudditanza.
L’affermarsi del comune a Milano avvenne in un sostanziale vuoto di potere civile e si realizzò nel contraddittorio tra l’aristocrazia terriera, di nomina arcivescovile, e le nuove classi popolari emergenti, costituite da mercanti, borghesi e banchieri, ma anche dal magmatico volgo che recepì in maniera forte il richiamo ad una religiosità più autentica e genuina.
Così il fenomeno comunale, soprattutto in Italia settentrionale, divenne per la Chiesa una pericolosa fonte di sovversione perché da una parte non riconosceva l’autorità centrale del papa che, a partire dal X secolo, tendeva ad accentuare la propria supremazia sulle chiese locali, dall’altra rifiutava anche l’ingerenza dell’Imperatore, espressione di un potere straniero poco disposto a favorire il fiorire degli interessi locali.
Risulta quindi riduttivo semplificare il conflitto a Milano tra Visconti e della Torre al confronto tra ghibellini e guelfi. Ottone Visconti fu innanzi tutto l’arcivescovo dei nobili lombardi di cui impersonò la volontà di rivalsa dopo una lunga fase di declino politico susseguente l’ascesa del comune. I della Torre legarono invece i loro destini al sostegno di una borghesia ancora in fase di formazione e quindi poco consapevole del proprio senso di classe.
Già Pagano, il capostipite della famiglia, seppe conquistarsi il favore dei milanesi soccorrendo a Cortenuova le truppe sconfitte e disperse che ospitò nel suo feudo in Valsassina. Ottenuta a Milano la carica di Anziano della Credenza di Sant’Ambrogio riformò il catasto andando a ricomprendere i beni di tutti i proprietari fondiari, laici ed ecclesiastici, e ridistribuendo in tal modo il carico fiscale.
Ma è soprattutto il suo successore Martino a rappresentare un “unicum”. La sua visione del ceto popolare fu sicuramente diversa da quella che ebbero i suoi stessi familiari, “in primis” Napoleone della Torre che gli subentrò. Martino fu per parecchi versi un rivoluzionario, come dimostrano molte disposizioni da lui approvate, specie nei primi anni della reggenza.
Emblematico il primo provvedimento emesso nel maggio 1247, da dittatore di fatto della città, con il quale smantellò l’arbitrario e sistematico esproprio delle terre a mezzadri e contadini da parte dei latifondisti e conferendo alla Credenza il compito di restituire ai piccoli coltivatori quanto sottratto dai capitanei.
Sono propenso a credere che la politica dei primi Della Torre non fosse demagogica o populista ma raccogliesse e rappresentasse istanze già molto presenti nella società del tempo con la convinzione di poterle portare ad essere vincenti. Non a caso ciò che contraddistinse questa fase della vita comunale milanese fu una forte partecipazione alla vita pubblica da parte del volgo e persino la sua reazione in armi quando il comune fu aggredito dalle truppe dei nobili.
Queste caratteristiche fanno della reggenza di Pagano e Martino della Torre, impropriamente definiti i primi signori di Milano, un periodo molto interessante della storia milanese che merita probabilmente un maggior approfondimento da parte degli studiosi.
Nota : L’immagine rappresenta l’affresco (custodito nella rocca di Angera) della resa dei Torriani all’arcivescovo Ottone Visconti al termine della battaglia di Desio
Bibliografia
Gli atti del Comune di Milano nel secolo XIII, II, 1 Baroni-Perelli Cippo, Alessandria (1982) pp 238, 244, 253, 289, 293
La Credenza di S. Ambrogio o la lotta dei nobili e del popolo in Milano (1198-1292) in Arch. Stor. Lomb. IV (1877) pp 70 n. 92
La riscossa dei guelfi in Lombardia dopo il 1260 e la politica di Filippo della Torre in Arch. Stor. Lomb. XXXIII (1906) 2 pp. 8-50 I
La vita sociale e politica del Duecento, in Storia di Milano IV Milano 1954 pp 266, 289-301
Giancarlo MELE (1954). Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Milano, discutendo una tesi recante titolo “Efficacia normativa dei Decreta principis nel diritto romano”, ha lavorato a lungo nella finanza presso il Credito Italiano e la Banca Popolare Commercio e Industria, continuando a coltivare la sua passione per la Storia ed il diritto antico. Nel 2006 ha iniziato la sua carriera come giornalista e saggista presso il quotidiano “Il Giorno” di cui ha seguito per due anni la rubrica culturale “I Grandi della Martesana”. Dal 2015 è iniziata la sua attività di divulgatore del territorio con una serie di testi sul Milanese (Martesana e il suo naviglio, Martesana tra storia e leggenda, Martesana in mano) e, da ultimo, quella di romanziere storico con una serie di testi dedicati alla Milano celtica e medioevale nonché al periodo sforzesco (Il Rapace, Il tocco dell’Ermellino). Proponiamo qui un estratto del suo prossimo lavoro dedicato alla Milano dei Torriani
Con il suo ultimo romanzo “L’Artiglio della Mangusta” Giancarlo Mele è tra i finalisti del Premio Italia Medioevale 2025 nella categoria “Editoria”
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